Dal catalogo Isolamata a cura di Pino Giacopelli

…dai traslati emblematici sublimati in strutture reticolari che diventano mappe di un percorso onirico fervido di poetici frammenti di PAOLO CHIRCO,…

 


 

Le mappe di un percorso onirico a cura di Pino Giacopelli

Le avanguardie artistiche che all'inizio della loro avventura furono l'emblema delle passioni del XX secolo, alla vigilia del terzo millennio appaiono come un segmento di una più ampia traiettoria della vita dell'arte, un evento che si offre alla storia in tuta dimensione ammansita. Probabilmente per guidare il sacro disordine che doveva azzerare la storia e annullare la tradizione, ci sarebbe voluta una avanguardia più avveduta, più lucida, più consapevole che conoscesse nel profondo i segreti del progresso e i meccanismi misteriosi del linguaggio. Si è infranto così il sogno di unificare arte e vita ed oggi dobbiamo registrare una sorta di stanchezza al punto da far pensare che la funzione di provocazione delle avanguardie si sia esaurita. Tuttavia, a dispetto delle infinite dichiarazioni di morte, l'arte a suo modo, è sempre viva, anche se non florida.

polimaterico senza titoloA fronte delle contrastanti irresolutezze e delle rassicuranti certezze sarà bene non dimenticare che l'arte noti deve produrre piacere ma turbare, non tranquillizzare tua sconvolgere. Da qui la consapevolezza che l'arte, ritornando nel seno da cui era uscita, nella vita, può ricominciare la stia avventura, contrassegnando il nostro tempo delle infinite tentazioni della fantasia. Potremmo, oggi, considerare valida l'antica massima filosofica secondo cui l'arte sarebbe, in ogni sua manifestazione plastica, figurativa o drammatica, una imitazione della natura?

Fra gli artisti siciliani impegnati a ricercare mezzi e modalità più idonei alla riproduzione del vero scatenando le proprie emozioni, restituendo la natura al suo stato di incandescenza magmatica, Paolo Chirco ci appare uno degli interpreti più convinti di questa pulsione di modernità verso tutto ciò che può liberare l'istinto e intelaiare nuovi desideri di conoscenza. Se ogni sua opera appare priva di ogni riferimento figurale, tutte le sue composizioni sono orchestrate in una molteplicità di accordi nel rispetto di rigorose regole costruttive, cromatiche, tecniche che poco hanno da spartire con certe forme di automatismo e di spontaneismo alla Hamilton.

Chirco si muove con partecipe tensione fra suggestioni infomiali e iconografie pop, assumendo dall'arte del collage e dell'assemblage nuove possibilità di ricerca dove respira la lucidità dell'intelligenza e la disciplina del pensiero. L'impressione più forte che se ne ricava è quella di pensare che egli sia un artista che, dopo ampia riflessione critica sulle principali tendenze dell'avanguardia, stia approdando ad una sua personale cifra stilistica, proiettando la sua esperienza nel recupero simbolico di reperti naturalistici. Perciò, piuttosto che di sperimentazione parlerei di immaginario. Un immaginario che attinge a traslati emblematici e che si realizza nell'esaltazione della performatività e della spazialità. In questo senso si allontana dal concettualismo di Duchamp e dal nichilismo Dada, mentre si avvicina al sentire del movimento "Fluxus" fondato nel 1962 da George Maciunas che propugna che. l'arte si faccia "documento, pratica, percorso, informazione e il problema del valore si sposta dal campo estetico a quello etico".

Ma la sua attitudine alla plasticità e alla manualità lo porta a coniugare un alfabeto artistico giocato con l'invenzione di immagini naives o alla maniera della Pop (ular) Art, dove l'elaborazione e l'interpretazione delle tematiche dell'ambiente si sublimano, con originale manipolazione, nella materia, in strutture reticolari leggere e trasparenti con cui accede ad allucinate modulazioni pittoriche. Per far questo, Paolo Chirco utilizza materiali svariati: il legno (che privilegia), tavole variamente sagomate e ordinate, ferri, brandelli di stoffe che diventano vessilli sull'orizzonte dell'innovazione, plastica adesa ancora fumante, terracotta... affidando agli oggetti realizzati il compito di "nominare se stessi", per cui quella che si suole riconoscere come "arte povera", viene dall'artista siciliano storicizzata ed adottata come proprio repertorio rappresentativo con valenia di denuncia e di viaggio della memoria.

E' così che le opere di Paolo Chirco diventano mappe di un percorso onirico seducente, strutture dal vago sapore totemico, griglia fervida di poetici fratrunenti, serrata orditura alitante di inquietudini, dove le sfide e le controsfide dell'esistenza umana sono affidate a rapide e guizzanti pennellate sanguigne, espressive di anarchia e di ironia, placebo per una umanità che non anela a riscattarsi.

 


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Paolo Chirco: due lastre tre colori a cura di Pino Giacopelli

polimaterico senza titoloOggi, anche se sono lontani i tempi in cui una incisione di Morandi , di. Bartolini o di Viviani giungeva al pubblico con un'esposizione e sono scomparse quasi del tutto le manie collezionistiche che Baumier illustrò così bene nel "Cercatore di stampe" armato di lente a rovistare negli antri più oscuri di antiquari e rigattieri, non è infrequente che vengano allestite mostre di raffinati incisori. E c'è chi ama l'incisione più della tela dipinta, anche a prescindere dalle quotazioni. Del resto, le tecniche sono nate perché l'acquaforte, la litografia, la serigrafia consentivano e consentono effetti che non si possono ottenere con l'olio, con la tempera o con l'affresco.

Il grande Durer diceva di trovare nell'acquaforte una poesia che nelle altre tecniche non riscontrava. Io stesso penso sempre con particolare curiosità all'artista che si appresta a realizzare un'acquaforte: allorché preparata la lastra dì rame (o di zinco) vi pone sopra un sottile strato di cera e vi incide il disegno con la punta d'acciaio immergendo poi la lastra dolce e indifesa in una soluzione di acido nitrico che ne corrode le parti incise. Esauriti i tempi della morsura ed eliminata la cera, appare il disegno, la ferita che si spacca . Quindi, lo stupore dell'acido che morde; il segno che percorre la materia da scalfire con una tramatura che fa affiorare immagini, vortici, gorghi... Poi, sulla lastra inchiostrata poggiata sul torchio sì depone, come vuole l'arte a stampa, una carta inumidita, sì regola la pressione del torchio. E la realtà si tramuta in sogno. E il sogno in percorso poetico.

E' certo che ci sono incisori che rivelano la loro intima e fresca natura meglio che nelle opere pittoriche o scultoree. Nel 1995, scrivendo di Paolo Chirco annotavo come ogni sua opera apparisse priva dì ogni riferimento figurale e segnalavo la sua attitudine alla plasticità ed alla manualità che lo portava a coniugare un alfabeto artistico giocato con l'invenzione di immagini naives o alla maniera della Pop( ular ) Art. E, quando ricordavo l'utilizzo, nelle sue opere, di materiali svariati: il legno, tavole variamente sagomate e ordinate, ferri, brandelli di stoffa, plastica, terracotta, avvertivo come esse mentre evidenziavano una valenza di denuncia e di viaggio nella memoria assumendo il valore di vere e proprie mappe di un percorso onirico che informavano della volontà dell'artista di continuare a sperimentare.

Ripensando a questa sua ansia, mi è tornata alla memoria una riflessione fatta dall'olandese Willem. De Kooning, uno dei maggiori protagonisti della rivoluzione visiva esplosa a New York alla fine della seconda guerra mondiale: "Nella pittura ormai non ci sono aree inesplorate. Se si vuol fare la figura moderna è difficile non imitare Picasso o Matisse, se si vuole esplorare il disegno geometrico, o astratto, c'è già stato Mondrian e le possibilità dell'astrazione libera sono state esplorate da Mirò. Forse l'unica cosa che resta da fare è di fare composizioni in cui non appaia nessuna precisa immagine, e poi cancellarle . Col tempo anche quelle immagini cancellate sembreranno qualcosa . Dopotutto quando guardavamo i primi quadri di Cézanne nessuno riconosceva nulla: adesso sono chiari come fotografie". Poi, m'è venuto da pensare ad Emilio Vedova, un altro artista che non ha mai smesso di cercare e di sperimentare.

Paolo Chirco, dopo avere cercato in se stesso le ragioni di una ispirazione attraverso il suggerimento delle correnti estetiche più vive del nostro tempo, ha trasferito le istanze presenti nel suo esperire artistico, nel repertorio grafico. E qui, il segno dell'artista siciliano ha trovato un suo fuoco tagliente nel costante dialogo tra acquaforte ed acquatinta, quasi che si trattasse di una nuova elaborazione critica, di una nuova forma espressiva delle sue intuizioni . Di più: scoprendo nel disegno ottenuto con punte metalliche arroventate (pirografia) e mediante supporti collosi (collografia) e nella incisione su legno (xilografia), un modo personale di sviluppare sulla lastra l'intreccio fitto e continuo del segno che egli ha imparato a distendere e infittire e intramare con materiali vari (opunzie essiccate, gesso molle, spighe di orzo selvatico, garze, stracci, frammenti di legno... ), proponendo continuamente nuove sperimentazioni sul piano tecnico e formale che fanno fede alla qualità del suo mondo poetico ed alla coerenza della sua crescita interiore. Come a dire, una metamorfosi emotiva che linfe di luce implose nell'ordito eroso dello spazio dipanano in fantastiche larve ed in oggetti informi, fuori dal tempo.

polimaterico senza titoloE' così che egli crea opere che rimangono tutte delle espressioni uniche seppur simili a varianti che diventano segni di un pensiero criptico ed anche magia agli occhi di chi guarda. Lo spessore del metallo gli obbedisce come il legno al liutaio. Nulla è descritto, tutto è rivelato col segno sospeso sul respiro dell'ideazione. Non descrive, non racconta, non fa decorazione. Ascendenze e parentele sono le più alte: dureriane, morandiane, rembrandiane, goyesche, burriane ... Ma tutte difficili a identificare perché Paolo Chirco aggredisce la forma non già per dissolverla ma per riproporla su nuovi inediti statuti, rinsanguata da energie e pulsioni generatrici di nuovi elementi vitali. Il vorticoso intrecciarsi seriale dei segni mette " in scena una complessa geografia del contatto, memorie di forme, prelievi di realtà di cui l'artista si dispone a plasmare le impronte, ben sapendo che per lui diventa ricchezza euristica della configurazione esatta di questo risultato. Perché l'impronta è un gioco e una sfida, quella di sempre, che confonde i sensi con i segni e non finisce mai di sorprendere.

Il suo reticolo segnico è particolarmente intrecciato, non è caratterizzato da nessuna rappresentazione, quanto da una ricerca interiore, da una interpretazione poetica. Tondi sospesi nel vuoto, come lune o soli senza luce, come incagliati nella nostalgia d'un paesaggio attraversato dal flusso bianco delle emozioni. Si costituisce un linguaggio significante per sè , che va   interpretato senza tener conto della rappresentazione. Quasi si trattasse di un diagramma dell'anima, di una confessione espressa in caratteri simbolici di cui Paolo Chirco dà conto nelle delicate e pregevoli icone dove tutto diviene vagheggiamento creativo, fino a prefigurare una ricerca della sacralità . Quando volge la sua attenzione al valore stesso dei tracciati, degli intrecci, dei contrasti di chiaroscuro, alle linee ascensionali, alle umbratili ragnatele di fili che in una trasparenza d'acquario esprimono nella combustione la grande drammaticità dell'irreale, cerca di svelare le cose nella loro pura nudità. Nei multipli, infine, l'ipotesi che la spaventosa spaccatura tra uomo e universo e le sue origini trovi nel labirinto la sua terra promessa.

 


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