Sommario

LA RISVEGLIA

quadrimestrale di varia umanitŕ

n°3/4 Gennaio - Aprile 2000, Maggio - Agosto 2000

Gli antifascisti grossetani nella guerra civile spagnola

Dalla difesa di Irún a Guadalajara

Verso la fine di agosto Giovan Battista Frati, Tommaso Ciappelloni, Francis Palka, Remigio Maurovich, Moises Lipis ed alcune centinaia di miliziani spagnoli, tedeschi, francesi, polacchi, ebrei e bessarabi si oppongono alle forze ribelli del generale Solchaga e del colonnello Beorlegui, che puntano alla conquista di Irún per interrompere ogni comunicazione terrestre fra i Paesi baschi e la Francia. Gli aerei Caproni, che Mussolini ha fornito ai franchisti, tempestano di bombe la città basca e i “faziosi” premono sulle alture circostanti, conquistando il Monte Picoqueta e avanzando verso San Marcial. Nonostante la disparità degli armamenti, i difensori di Irún reagiscono vigorosamente, ma le loro perdite sono molto elevate: il due settembre cade a Behobía l'ex ardito del popolo Pietro Bertoni, il tre settembre un obice uccide il trotskista belga René Pasque (1), poche ore più tardi Remigio Maurovich e Alberto Donati si sacrificano sul ponte internazionale di Hendaye per consentire a un maggior numero di civili di passare in Francia. Ferito durante la lotta, Arrigo Gojak viene assassinato il quattro di settembre dai franchisti nell'ospedale di Irún, dove era ricoverato. Un antifascista tedesco, di nome Stern, si spenge, invece, in un nosocomio francese, mentre Giovan Battista Frati, ferito durante gli scontri, riceve le prime cure in un centro sanitario della legione francese. I miliziani contendono palmo a palmo il terreno ai ribelli, uccidendo uno dei loro capi, il colonnello Beorlegui, e soltanto dopo aver esaurito le munizioni, valicano il confine, mostrando orgogliosamente le cartuccere vuote alle guardie di frontiera francesi, che li guardano timorose e ammirate (2).

Lasciata Barcellona il ventitré agosto, la Colonna Lenin marcia, al principio di settembre, su Caseta de Quicena, sul Molino de Mina e sul Manicomio, nelle cui vicinanze cade ucciso il trotskista francese Robert de Fauconnet, poi, verso la metà del mese, affronta il nemico in un aspro combattimento, in cui muoiono tre miliziani francesi di Le Havre: Joseph San Jos di 17 anni, Roger Laurens di 21 anni e Daniel Trobo Quindos di 29 anni. Tra i feriti ci sono il redattore comunista dell'“Oeuvre”, Jean-Claude Lafargue, e il bordighista padovano Gildo Belfiore, strappato a morte sicura dal tempestivo intervento di Renato Pace, poi, il diciannove settembre, nel corso degli assalti, che precedono la conquista di Monte Aragón, una granata uccide Renzo Picedi (3) e una pallottola ferisce Etrusco Benci a una gamba (4).

Dovrà passare ancora un mese prima che il ventisette ottobre 1936 i socialisti, i repubblicani e i comunisti siglino un accordo, in virtú del quale dichiarano di porsi al servizio della Repubblica spagnola, formando una “Legione italiana”, il cui comando è affidato all'antifascista di Giuncarico, Randolfo Pacciardi, già capitano durante la grande guerra ed esponente di primo piano del Partito repubblicano (5). La Legione riceve il nome di Battaglione Garibaldi e viene incorporata, insieme ai Battaglioni André Marty e Ernst Thälmann, nella XIIª Brigata internazionale, il cui comandante è lo scrittore ungherese Mate Zalka (nome di battaglia Lukacs) (6).

Negli stessi giorni giungono a Madrid, oltre a Pacciardi, a Ilio Barontini, ad Antonio Roasio, a Tasso Tagliaboschi, a Giacomo Calandrone e a molti altri emigrati politici italiani, un comunista di Roccalbegna, Francesco Pellegrini: esule dal 1929, ha lasciato a Bruxelles, dove faceva il mosaicista, una figlia piccolissima e la sua giovane compagna belga. Incorporati nel Battaglione Garibaldi, Pellegrini e i suoi compagni marciano nella notte dell'undici novembre, sotto il comando di Pacciardi, verso il Cerro de los Angeles, “ribattezzato dall'anticlericalismo rivoluzionario Cerro Rojo”. La capitale spagnola - “cetaceo indifeso sulla spiaggia dell'oblio” - è minacciata, da nord e da sud-ovest, dalle truppe di Franco e di Mola e la sua difesa - che si preannuncia incertissima: i ribelli sono convinti di poter entrare nella città entro pochissimi giorni - ha assunto un'importanza capitale per i repubblicani.

Il primo scontro, al quale partecipa il Battaglione Garibaldi, comincia il dodici novembre. “La nostra azione - scriverà Pacciardi - è sostenuta dalle tanks. La loro presenza incoraggia i militi. L'avanzata è senza ostacoli. Il miglior porta-ordini del battaglione, Guido Cassardo, va dicendo a tutti che non c'è nessuno, che stasera avremo tavola imbandita nel convento dei frati. Marciamo ora tra gli uliveti. Qua e là nelle file, si odono beffe e lazzi verso il nemico. Un nemico che non spara si espone alle beffe. Ad un tratto il sibilo di un proiettile da fucile, uno solo. Vedo un milite rotolare, torcendosi. E' colpito al ventre. Roasio ed io gli siamo vicini. - Portaferiti, portaferiti!” (7)
“L'obiettivo da conquistare, il Cerro de los Angeles, - ricorderà Antonio Roasio - pareva vicino, ma il percorso si dimostrò ben più difficoltoso di quanto si credesse... Il nemico ci accolse con un intenso fuoco di mitragliatrici e fucileria: non tentarono nessuna sortita, difendevano semplicemente la loro posizione, piuttosto solida. Noi attaccammo la collina frontalmente, ma l'impresa si dimostrò ardua: senza artiglieria era impossibile sloggiare i fascisti dalle loro trincee. Alcuni garibaldini arrivarono a poche decine di metri dai fascisti, i quali dall'alto li accolsero a colpi di bombe a mano: noi non avevamo neppure quelle. Frontalmente era impossibile scalare il Cerro: per raggiungere le forze nemiche sarebbe stato necessario attaccarle alle spalle, dove la salita era meno ripida ed esistevano strade. Ma non si seppe mai chi le conoscesse e nemmeno chi avesse l'ordine di aggirare il nemico...”.

Poi gli antifascisti italiani si battono nella Città Universitaria e alla Puerta de hierro e, quindi, affrontano il nemico a Pozuelo e a Boadilla del Monte. L'avanzata dei ribelli, che pareva inarrestabile, viene fermata: Madrid è salva (8).
Nella prima metà di novembre giunge a Barcellona l'operaio massetano Antonio Calamassi. In settembre ha lasciato clandestinamente Torino, è entrato in Francia, valicando a piedi le Alpi, ed è arrivato in Catalogna grazie all'aiuto del Comitato libertario di Chambéry. Calamassi si arruola nella Colonna Italiana, che è comandata, dopo la morte di Angeloni, da Carlo Rosselli, e partecipa, dal venti al ventidue novembre, all'incerto scontro di Almudévar (9), insieme a Ragni, a Marzocchi, ai Biso e a Randolfo Vella (10).
Nei giorni successivi i contrasti all'interno della Colonna Italiana si aggravano: il no della maggioranza anarchica alla nomina ad ufficiale dell'antifascista cattolico Ottorino Orlandini porta, il sei dicembre, alle dimissioni di Rosselli dal comando (11), all'uscita dei giellisti, dei repubblicani e dei comunisti dalla formazione e alla nascita del Battaglione Matteotti, nel quale confluiscono Libero Battistelli, Angelo Monti, Ottorino Orlandini (12), Arturo Buleghin e Agostino Casati. La Colonna Italiana rimane sotto il controllo dei libertari, il suo comando passa a Giuseppe Bifolchi, della formazione fanno ancora parte Italo Ragni, Quisnello Nozzoli, Antonio Calamassi e Socrate Franchi.

Il sei febbraio del '37 i franchisti sferrano un violento assalto a sud di Madrid, nella zona di Ciempozuelos, per impadronirsi della strada, che collega la capitale a Valencia. La battaglia coinvolge la XVIIIª Brigata repubblicana, l'XIª Brigata internazionale, che comprende i Battaglioni tedeschi Ernst Thälmann e Edgar André, le Brigate scelte di Líster e del “Campesino”, la XIVª Brigata, alla quale è aggregato il Battaglione francese André Marty, la XVª Brigata internazionale, di cui fanno parte il Battaglione inglese, il Battaglione americano Lincoln e il Battaglione balcanico Dimitrov, e la XIIª Brigata internazionale, nella quale è incorporato il Battaglione Garibaldi. L'undici febbraio i ribelli superano il fiume Jarama, dopo aver ucciso a pugnalate i volontari francesi, che sorvegliavano il ponte di Pintoque, ma la loro avanzata è contrastata dal Battaglione Garibaldi, dal Battaglione polacco Dombrowsky, dal Battaglione francese Marty, dal Battaglione americano Lincoln e dal Battaglione inglese. Negli scontri cadono moltissimi polacchi, francesi e americani, oltre ai quattrocenti inglesi - fra cui il “pastore boxeur” R. M. Hilliard e il giovane scrittore comunista Christopher Caudwell - che trovano la morte sulla “Collina del suicidio” (13). Le perdite dei “garibaldini” italiani sono più contenute, anche se non trascurabili: fra i caduti c'è “Valentino, la macchietta della terza compagnia, sempre allegro, sempre alticcio, sempre valoroso”, squarciato da una scheggia di granata, tra i feriti lo stesso Pacciardi, colpito da una pallottola a un orecchio e a una guancia: “Ora il fuoco dei cannoncini si concentra sul punto dove si trova il Comandante in piedi. Mirano evidentemente a lui. Vedo Pietro Nenni che cerca di raggiungerlo. Il primo gruppo di uomini ha già avanzato di un centinaio di metri. Tutto ad un tratto si vede Pacciardi portarsi la mano alla faccia e poi ritirarla grondante di sangue. Si china un momento verso Nenni e gli dice qualche cosa. Ora è steso a terra. Nenni applica un fazzoletto sulla ferita. Noi tratteniamo il respiro. Di lì a poco ecco risorgere in piedi il Comandante sorridente. Lo sentiamo distintamente dire a Braccialarghe (14): “Non è nulla. Fai avanzare l'altro gruppo. Non perdiamo tempo. A rivederci al Ponte!”” (15) Il sacrificio (fra morti e feriti) di molte migliaia di membri delle Brigate internazionali impedisce ai franchisti di conseguire vantaggi decisivi e di aprirsi la strada verso Madrid (16).

Il tre marzo Pacciardi ottiene un congedo di dieci giorni per curarsi, in Francia, le ferite riportate sul Jarama, ma l'otto marzo - mentre è ancora al di là dei Pirenei - inizia la battaglia di Guadalajara. Quattro divisioni di fascisti italiani - la “Littorio”, le “Penne nere”, le “Fiamme nere” e la “Dio lo vuole” - e la divisione franchista “Soria” tentano di sfondare le linee repubblicane a nord di Madrid. Ad arrestarle accorrono l'XIª e la XIIª Brigata Internazionale (la prima porta il nome di “Hans Beimler” e comprende i Battaglioni “Commune de Paris”, “Edgar André” e “Thälmann”, della seconda fa parte il Battaglione Garibaldi) e le divisioni Líster, Nannetti e Mera (nella quale è incorporata la Brigata del famoso “Campesino”). Il comando del Battaglione Garibaldi è stato provvisoriamente affidato al comunista livornese Ilio Barontini, Pacciardi tornerà dalla Francia il diciassette marzo e parteciperà alle fasi conclusive della battaglia. Ma già nella giornata dell'undici marzo molte camicie nere si arrendono agli antifascisti italiani e molte altre cadono prigioniere il quattordici marzo, durante la conquista del Palacio di Ibarra da parte dei “garibaldini”, guidati da Domenico Brignoli (“l'eroe del Palacio de Ibarra”), poi, il diciannove marzo, i legionari di Mussolini si ritirano, abbandonando sul terreno una grande quantità di armi, munizioni e tanks. Negli scontri l'XIª Brigata internazionale ha avuto 530 morti, il Battaglione Garibaldi ha perso trenta uomini e ha avuto molti feriti, fra cui il comunista di Roccalbegna Francesco Pellegrini. I fascisti, dal canto loro, hanno lasciato sul terreno 1500 morti (17).

Note

1)Il quattro settembre il trotskista belga Louis Boulanger informò Georges Vereecken della morte di Pasque: “René Pasque est mort au front et enterré au même temps par un obus. Prevenez sa mère, chasse de Ninove, en douce. Elle croit qu'il était en France” (Boulanger, Louis. A Georges Vereecken, Endaye, 4 set. 1936, IISG, Fondo Vereecken, classeur 4). Sulla morte di Pasque (disegnatore di professione): Wauvermans, Pierre. A “cher camarade”, Irún, 4 set. 1936, ivi, e: Camille. A Georges Vereecken, 13 set. 1936, ivi.

2)La bataille fait rage à Irún, L'oeuvre, n.7643, 3 set. 1936; Les républicains tiennent encore dans Behobía. Irún et Fontarabie ont été bombardés, ivi, n.7644, 4 set. 1936; L'heroïsme des miliciens, ivi, p.1, 3; Les derniers miliciens ont combattu hier dans les ruines d'Irún. Les rebelles ont pris Fontarabie et le fort de Guadalupe, ivi, n.7646, 6 set. 1936; Résistance désespérée des républicains, ivi; Broué, Pierre. Témime, Émile. La rivoluzione e la guerra di Spagna, cit., p.194-196; Delperrie de Bayac, Jacques. Les Brigades Internationales en Spagne, Paris: Fayard, 1968, p.49-56.

3)Guillamón Iborra, Agustín. I bordighisti nella guerra civile spagnola, Foligno: Centro studi P. Tresso, 1993, p.19-20. Sulla Colonna Lenin si rimanda al bel libro di Bruno Sereni: Ricordi della guerra di Spagna, Barga: Il giornale di Barga, 1972, p.90 e seguenti. Su Renzo Picedi: Neue Front, n.19, ott. 1936; Bianchi, Antonio. Gli spezzini in Spagna, in: Il diario di Ugo Muccini, Arcola: Comune di Arcola; La Spezia: Istituto storico della Resistenza P. Beghi, 1988, p.55.

4)Banchi, Aristeo (Ganna). Si va pel mondo..., cit., p.122.

5)Si veda l'atto costitutivo della Legione in: Pacciardi, Randolfo. Il Battaglione Garibaldi: volontari italiani nella Spagna repubblicana, Roma: La lanterna, 1945, p.41-42.

6)Il comandante del Battaglione Thälmann era lo scrittore tedesco Ludwig Renn (pseudonimo del professore di storia, filosofia e sociologia Arnold Vieth von Golsenau), autore del famoso romanzo “Krieg” (“La guerra”) tradotto in molte lingue (Milano: Fratelli Treves, 1929; Paris: E. Flammarion, 1929, ecc.). Dopo la seconda guerra mondiale Renn scrisse: “Der spanisch Krieg” (Berlin, 1956) e “Die Schlacht bei Guadalajara” (Berlin, 1961). Autore del romanzo “Doberdò”, l'ungherese Mate Zalka era nato nel 1896 e aveva partecipato alla prima guerra mondiale nelle file dell'esercito austro-ungarico. Catturato dai russi, era diventato comunista dopo la rivoluzione d'ottobre e aveva combattuto contro le armate bianche di Kolciak e di Wrangel. “Chi è Lukasch? E' difficile saperlo. Lo accompagna lo stesso alone di mistero che era stato creato attorno a Kleber. Si sussurra che anch'egli è specialista di guerre civili: ha combattuto in Russia, in Cina, forse in Turchia. Niente altro...” (Pacciardi, Randolfo. Il Battaglione Garibaldi..., cit., p.63). “Il generale Lukash è ungherese. Ha combattuto con i russi bianchi ed è stato fatto prigioniero dai bolscevichi. Convertitosi al comunismo lottò contro i suoi ex compagni d'arme. Da pochi giorni ha preso il posto del generale Kleber che è stato chiamato a comandare il fronte del Centro. Ha i modi di un aristocratico e aristocratici sembrano sia il Capo di Stato Maggiore, colonnello Belov, sia il Capo del terzo bureau, colonnello Petrov, però quest'ultimo ha il fisico d'uno spaccalegna” (Braccialarghe, Giorgio. Terra di nessuno e Diario spagnolo, Córdoba: Fénix, 1960, p.105).

7)Ivi, p.65-96.

8)Roasio, Antonio. Figlio della classe operaia, Milano: Vangelista, 1977, p.121.

9)Rosselli, Carlo. Oggi in Spagna, domani in Italia, cit., p.85-87.

10)Randolfo Vella nacque a Grotte (Agrigento) il venti aprile 1893. Fotografo ambulante, si trasferì nel 1911 a Castel San Giovanni (Piacenza) e il dieci maggio 1914 tenne un comizio a Ziano, insieme al fratello Antonio, per chiedere la liberazione di Masetti e di Moroni. Nel giugno seguente prese parte, a Corte e a San Giovanni, ai moti rivoluzionari per i “noti fatti di Ancona” e venne denunciato per “attentato alla sicurezza dello Stato”. Schedato il venticinque settembre dalla Prefettura di Girgenti, come “socialista antimilitarista rivoluzionario”, si trasferì a Milano nel '16 e, al principio del '18, fu arrestato a Torrile per “misure di pubblica sicurezza”. Il sedici febbraio del '19 partecipò, nel capoluogo lombardo, alla “manifestazione proletaria”, organizzata per reclamare l'amnistia ai disertori e il ritiro delle truppe italiane dalla Russia, e il dieci marzo tenne un discorso a favore delle vittime politiche. Denunciato dopo l'attentato compiuto da Bruno Filippi alla Galleria Vittorio Emanuele, venne assolto in istruttoria. Il ventisei ottobre del '19 intervenne all'Arena di Milano, sostenendo che se gli anarchici erano “divisi dai sovietisti per le elezioni”, erano “con essi uniti per la rivoluzione sociale”, e il tre dicembre pronunciò un “violento discorso” alla manifestazione, che ebbe luogo nel capoluogo lombardo per protestare contro l'aggressione, nella capitale, di alcuni esponenti socialisti ad opera di un gruppo di ufficiali. Nel '20 parlò più volte a Milano e a Roma e il venti marzo del '21 chiese, nel capoluogo lombardo, la liberazione di Malatesta, Borghi e Quaglino. In seguito fu redattore del quotidiano “Umanità nova” (“Randolfo - ha scritto Armando Borghi - lo ricordo nel mondo nostro a Milano, negli anni in cui sorse “Umanità Nova”, in quella città, e vi portammo anche “Guerra di Classe”. Era di alcuni anni più giovane di me. Era un bel modello di giovane, vibrante di passione politica, un sicialino di un biondo rilucente, raro nella sua terra, di una affabilità e dolcezza di modi, di garbo che lo rendevano attraente a prima vista...”) e venne denunciato perché sospettato di complicità nell'attentato del Diana. Prosciolto, partì per il Canada, ma nel '24 fu arrestato negli Stati Uniti e deportato in Italia. Diffidato nel febbraio del '27, emigrò in Svizzera nel luglio seguente e nel '29 fondò e diresse a Biasca, insieme ai fratelli Antonio e Diego, la rivista “Vogliamo!”
Nel '30 si fece notare per l'intensa attività sovversiva, che svolgeva a Ginevra, insieme a Bertoni, ed ebbe un'aspra polemica con gli stalinisti di “Falce e martello”, che querelò “per ignominiosa diffamazione, accordando ampia facoltà di prova”: “Questo mezzo - scrisse sulla “Libera stampa” - può sembrare non coerente con i miei principi, ma è un eccellente modo di far desistere i fascisti rossi dai loro metodi. Recisamente accuso, poi, i redattori del suddetto fogliaccio d'aver fatto la spia ai nostri danni, rivelando fatti che se fossero creduti dalla polizia svizzera provocherebbero la nostra espulsione”. Collaboratore dell'“Adunata dei refrattari”, venne inserito, nel '31, nella “categoria” degli antifascisti da arrestare “in determinate circostanze” perché “capace di organizzare, dirigere o prendere parte ad azioni delittuose in caso di turbamento dell'ordine pubblico”. Spostatosi a Grenoble nel '33, partecipò al “Congresso anarchico dei profughi italiani”, a Puteaux, poi, nell'estate del '36, partì da Chambéry per la Spagna e da Perpignan inviò, il ventitré agosto, insieme a Giuseppe Pasotti, a Edel Squadrani e a Mario Corghi, le righe seguenti alla compagna del defunto Errico Malatesta, Elena Melli: “In questa sosta ci ricordiamo di te e ti mandiamo i nostri affettuosi saluti. Posdomani ti scriveremo da un'altra nazione”.
Valicati i Pirenei al principio di settembre, “trovai - raccontò nel '52 - i compagni in grande costernazione. Da alcuni giorni Camillo Berneri, Ciccio Barbieri ed un medico di Giustizia e libertà erano partiti per il fronte di Huesca, ed erano giunte da poco voci vaghe, secondo le quali la vettura che li trasportava era precipitata da una scarpata e tutti e tre erano rimasti feriti. Si diceva pure che Berneri, giunto all'ospedale di Lerida, vi era deceduto”. Offertosi di verificare che cosa era successo, seppe dal dottor Ricciulli che l'incidente automobilistico “era avvenuto realmente. Egli era rimasto ferito ad una gamba, ma Berneri e Barbieri se l'erano cavata con qualche lieve contusione...” Arruolatosi nella Colonna Italiana, combatté a Almudévar, poi, nel febbraio del '37, tornò in Francia e si stabilì a Annemasse. Iscritto nella Rubrica di frontiera (n.4689) e nel Bollettino delle ricerche, venne segnalato il tredici agosto 1937 come “anarchico attivo e pericoloso capace di concorrere in azioni criminose da eseguire nel Regno anche contro altissime personalità”. Rientrato in Italia nel maggio del '40, andò a risiedere a Verona. Collaboratore di “Umanità nova” e de “Il libertario”, morì nella città scaligera il tredici novembre 1963 (Vella, Randolfo. Ricordi sulla rivoluzione spagnola. Alla ricerca di Berneri e Barbieri, Il libertario, n.24-25, 23 lug. 1952; Vella, Randolfo. Da Tambroni a Fanfani, Umanità nova, n.31, 31 lug. 1960; A.B. [Armando Borghi]. Randolfo Vella ci ha lasciati, ivi, n.46, 24 nov. 1963; Mariani, Giuseppe. Da Sestri, ivi; Franchini, Remo. Il ricordo di Randolfo Vella, ivi, n.47, 1 dic. 1963; Miceli, Augusto. Il passato si ripresenta, ivi; ACS, Roma, CPC, b.5344, fasc.17912).

11)”La questione che lo [Carlo Rosselli, ndr] opponeva alla maggioranza anarchica della Colonna era una questione occasionale, relativa alla nomina di un ufficiale di origine cattolica popolare - Orlandini - con l'approvazione di Ascaso. Orlandini aveva fatto bene il suo lavoro al fronte; ma i più estremi lo accusavano di essere fascista” (Garosci, Aldo. La vita di Carlo Rosselli, cit., vol.2, p.458). “Fra mezzo ad una tale latente crisi si era innestata la nomina, da parte di Rosselli, a delegato militare di un elemento nuovo, politicamente amorfo; ciò in dispregio della volontà dei compagni e della loro dignità di anarchici e di uomini e anche degli stessi impegni precedentemente assunti. Tale nomina determinò il legittimo risentimento degli anarchici, risentimento che, per naturale reazione, non andò disgiunto da sentimenti di diffidenza e di sospetto. Fino ad essere indotti a decidere l'allontanamento del neo delegato Orlandini in attesa di una inchiesta che desse schiarimenti sulla sua identità morale e politica. Ora il comandante Rosselli, al ritorno dalla sua missione, venuto a conoscenza della situazione fatta al suo protetto Orlandini, in dispregio della dignità rivoluzionaria e umana dei compagni anarchici, fece varare, servendosi dell'accomodante prestazione di un suo amico politico, simpatico agli anarchici, la nomina di Orlandini al comando di un settore in vista di una progettata azione militare, usando e abusando della sua influenza presso i compagni spagnoli del Centro dirigente...” (Consiglio, Umberto.Relazione... al Comitato anarchico di difesa della F.A.I.-C.N.T. di Barcellona, approvata dagli anarchici italiani al fronte edalla maggioranza del gruppo di Barcellona, 4 dicembre 1936, Berneri, Camillo. Epistolario inedito, vol.2, cit., p.289). Il diciotto aprile 1937 Orlandini replicò così alle accuse degli anarchici: “Mentre io a Barcellona e al fronte mi occupavo di tutto ciò, mentre io per vivere a Barcellona mi indebitavo con i miei amici, al fronte mi si calunniava vilmente. Vivancos dichiarava a Juan Miguel, secondo le pubbliche dichiarazioni di costui, che io ero una spia, l'apparato investigativo della Divisione si occupava di me, della mia vita privata, dei miei documenti. Juan Miguel controllava i miei acquisti a Barcellona per conoscere le commissioni o percentuali ricevute e nelle successive visite al fronte, incontravo sempre maggiore freddezza e indifferenza” (Orlandini, Ottorino. A los camaradas Vivacons y Jover jefes de la División Ascaso, Cuartel general, Barcelona, 18 de abril 1937, ivi, p.302-307).

12)Nato a Lorenzana (Pisa) il dodici settembre 1896, Ottorino Orlandini studiò in seminario fino al '15, quando fu chiamato alle armi. Tenente di complemento nel '15-'18, abbandonò la vita ecclesiastica dopo il congedo. In seguito ottenne la licenza liceale e aderì al P.P.I., svolgendo un'intensa propaganda per il partito nella zona di Scandicci. Nel '20 organizzò un circolo cattolico a Mosciano ed ebbe vivaci polemiche giornalistiche con i fascisti. Segretario delle Federazione dei contadini “bianchi” a Borgo San Lorenzo, emigrò clandestinamente in Francia nel '26, stabilendosi a Malijai, nel dipartimento delle Basse Alpi, dove per un certo tempo fece il gelataio. Contemporaneamente svolgeva un'“accanita propaganda antifascista, stringendo rapporti” con molti “fuorusciti”, fra cui Enrico Pericoli, i fratelli Nativi di Roccastrada, Riolo Gerardi e l'anarchico Butera Francesco, che “aveva sparato contro il console italiano a Digne”. Membro della L.I.D.U., Orlandini venne incluso nella Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche al principio degli anni Trenta. Espulso dalla Francia il venti maggio 1935 per la sua “cattiva condotta politica”, rientrò in Italia, dove fu diffidato. Arrestato a Ventimiglia il ventisette ottobre 1935, mentre tentava di espatriare clandestinamente, venne schedato il venti dicembre e ammonito, “perché elemento pericoloso all'ordine nazionale per l'attività sovversiva svolta all'estero”. Emigrato di nuovo nel '36, raggiunse Barcellona a fine luglio e fece parte della Colonna Italiana, del Battaglione Matteotti e della Brigata Garibaldi, combattendo a Monte Pelato, a Almudévar, in Aragona e sull'Ebro.

Rientrato in Francia nel febbraio del '39, fu internato, insieme a Dante Fornasari e a Enzo Costantini, nel “campo della fame e della miseria” di Argelès-sur-Mer, dove svolse un'“attiva propaganda antifascista, dimostrandosi irreducibile avversario del Regime”. Imprigionato a Collioure (Pirenei orientali) per aver reagito ai soprusi dei gendarmi, restò nella terribile fortezza francese, finché non venne rinchiuso nel campo di Gurs (Bassi Pirenei). Tornato in Italia dopo il venticinque luglio 1943, si iscrisse al Partito d'azione e prese parte alla Resistenza, ma fu arrestato dai nazi-fascisti e consegnato alla Banda Carità, che lo torturò lungamente. Sfuggito ai suoi aguzzini, partecipò ai combattimenti, che condussero alla liberazione di Firenze, e, dopo lo scioglimento del Partito d'azione, aderì alla Democrazia cristiana, restandovi fino alla morte, che lo colse il 19 gennaio 1971 (ACS, Roma, CPC, b.3607, fasc.97885; La Resistenza in Toscana, n.9-10, 1974, p.288-289).

13)”Tu sai come io la pensi sull'importanza della libertà democratica. L'esercito del popolo spagnolo ha molto bisogno di aiuto; la loro lotta, se pèrdono, sarà certamente la nostra domani; pensandola come la penso, è chiaro, mi pare, quale sia il mio dovere”, scrisse Caudwell a un suo amico, alla vigilia della sua partenza per la Spagna. Il vero nome di Caudwell era Christopher St. John Sprigg. Nato a Putney nel 1907, aveva scritto, fra l'altro, il romanzo “Thys my hand” e i saggi “Illusion and reality” e “The crisis in physics”. Una sua raccolta di saggi, “La fine di una cultura”, apparve per i tipi di Einaudi nel 1949. L'anno seguente la casa torinese pubblicò il volume di Caudwell, “Illusione e realtà”.

14)Giorgio Braccialarghe nacque a Pallanza (Novara) il ventidue agosto 1911. Il padre - Comunardo - era un anarchico schedato, che aveva dato il nome di Mazzini al primo dei suoi figli. Trasferitosi a Macerata nel '14, Giorgio visse nella città marchigiana fino al '20 presso uno zio, che faceva l'ottonaio, poi, nel '34, si riunì al padre, che dirigeva, a Buenos Aires, il “Giornale d'Italia”, e, su quel foglio, curò una rubrica di critica teatrale. Contrario alle sanzioni e favorevole all'occupazione dell'Etiopia (“senza perciò rinunciare alla mia fede antifascista”), nell'autunno del '36 partì per Le Havre e da lì raggiunse Barcellona, dove assisté ai funerali di Durruti. Unitosi alla formazione comandata da Guido Picelli, di cui divenne l'aiutante maggiore, passò poi nel Battaglione Garibaldi e partecipò alla difesa di Madrid. Schedato il sette dicembre 1936 dalla Prefettura di Macerata come comunista, simpatizzava, già in quei giorni, per il Partito repubblicano ed era convinto che la Russia avesse “cessato di essere la depositaria di una concezione rivoluzionaria nel momento in cui le cannonate di Kronstadt [avevano soffocato] le ultime rivendicazioni democratiche”.
Aiutante di Randolfo Pacciardi, assunse il comando della prima compagnia del Battaglione Garibaldi il quattro gennaio 1937, dopo la morte di Picelli, e combatté sul Jarama, a Guadalajara e a Huesca. I contrasti con i comunisti (“La nostra partenza - scrisse nel '38 - fu dovuta ad una catena di situazioni, createsi nella Brigata Garibaldi in seguito all'atteggiamento di un partito che pretendeva imporre i propri sistemi totalitari ed esigeva che la nostra formazione qualora se ne fosse presentata l'occasione, fosse impiegata in servizi di pubblica sicurezza”) lo indussero a lasciare la Spagna e a tornare, nell'agosto del '37, in Francia, dove restò per otto mesi. Rientrato a Buenos Aires, invitò, dalle colonne de “L'Italia del popolo”, gli antifascisti a passare all'azione, dopo l'occupazione hitleriana dei Sudeti. Fermato più volte per la sua intensa attività di conferenziere e per i suoi legami con i “fuorusciti” italiani, che risiedevano in Argentina e in Uruguay, ripartì, nel maggio del '39, per la Francia, “dove - riferì la Prefettura di Macerata - prese contatti con elementi pericolosissimi, e capaci di atti terroristici ed attentati, quali Pacciardi Randolfo e Buleghin Arturo, sperando di essere nominato aiutante di una Legione composta di italiani che doveva essere comandata dal Pacciardi”. Fermatosi a Parigi, venne arrestato nell'agosto del '39, perché era privo di documenti regolari, e fu condannato a un anno di reclusione. Incarcerato a Fresnes per nove mesi, venne rinchiuso, il venticinque maggio 1940, nello stadio Roland Garros, trasformato in campo di concentramento, e fu poi internato nel “campo di sorveglianza speciale” del Vernet d'Ariège, dove rimase fino al venti dicembre. “Al Vernet - ricorderà ternt'anni dopo - ero stato colpito dall'amarezza che provarono i prigionieri comuni quando Luigi Longo, che era capitato, come me, in mezzo a loro, chiese d'essere trasferito all'isolotto dei politici. Le guardie repubblicane francesi, con il loro bestiale trattamento, non riuscirono mai ad umiliarli di più”. Consegnato alla polizia fascista il dieci gennaio 1941, Braccialarghe restò per qualche mese “nel sordido carcere di Macerata”, poi venne confinato a Ventotene fino al venticinque agosto 1943. Tornato in libertà, partecipò alla liberazione di Roma e fece parte delle formazioni partigiane, che operavano nella provincia di Pistoia, dopo essersi fatto paracadutare, nel '44, dietro le linee nazi-fasciste (Braccialarghe, Giorgio. Terra di nessuno e Diario spagnolo, cit.; Braccialarghe, Giorgio. Nelle spire di Urlavento: il confino di Ventotene negli anni dell'agonia del fascismo, Firenze: L'autore libri, 1970; ACS, Roma, CPC, b.809, fasc.125400; ACS, Roma, CPC, b.3358, fasc.18802; Calandrone, Giacomo. La Spagna brucia: cronache garibaldine, 1962, p.73, ecc.).

15)Pacciardi, Randolfo. Il Battaglione Garibaldi, cit., p.161.

16)Sulla battaglia del Jarama: Thomas, Hugh. Storia della guerra civile spagnola, cit., p.397-403; Líster, Enrique. Con il 5. Reggimento: Spagna, 1936-1939, Roma: Nuove edizioni romane, 1968, p.115-120.

17)Ivi, p.125-139; Roasio, Antonio. Guadalajara, in: Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, Milano: La pietra, 1971, vol.2, p.677-682; Pacciardi, Randolfo. Il Battaglione Garibaldi, cit., p.164-181; Conforti, Olao. Guadalajara: la prima sconfitta del fascismo, Milano: Mursia, 2000. Su Barontini: Barontini, Era. Marchi, Vittorio. Dario: Ilio Barontini, Livorno: Nuova fortezza, 1988.


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