la Repubblica

"Io, la sinistra e i meriti di Craxi",

Intervista a Giuliano Amato, di Giancarlo Bosetti
22 agosto 2000

(ampi stralci di un'intervista in origine rilasciata a «Reset»)


Presidente Amato, molti vorrebbero capire come e perché la sua storia politica la portò al fianco di Craxi, a condividerne le responsabilità e le idee; come e perché foste insieme per anni, come e perché lui e altri furono travolti dalla slavina politica e lei invece no.
"Dovremo fare un passo indietro e cominciare dall'epoca in cui Bettino Craxi emerse nella politica italiana, quando il Psi sembrava affondare (...) Nel partito il nostro leader di riferimento restava Giolitti, ma lo scossone interno al partito, nel famoso Comitato centrale dell' hotel Midas, portò all'ascesa di Craxi come segretario. Ci aspettavamo che fosse possibile eleggere Giolitti alla segreteria e invece un'intesa tra quelli che chiamavamo "i colonnelli" (Craxi, Claudio Signorile, Enrico Manca) lo aveva impedito. Tuttavia pensavamo che il nuovo assetto interno non avrebbe retto, che la competizione tra le correnti avrebbe reso la situazione altamente instabile. Più avanti, nel 1980, ci fu un Comitato centrale in cui sembrava che la prospettiva di una segreteria Giolitti si potesse realizzare. All'epoca non ricoprivo una posizione dirigenziale nel partito, ma facevo parte del Cc e del gruppo che si riconosceva in Giolitti. Grazie al rapporto che avevo con Norberto Bobbio, convinsi anche lui a partecipare alla riunione per sostenere la candidatura giolittiana. Ma in quell'occasione furono due, a mio avviso, gli eventi determinanti. Il primo fu il discorso dello stesso Giolitti, che non riuscì a far breccia nella maggioranza. L'altro fu il sostegno fornito a Craxi da Gianni De Michelis, che si staccò dalla corrente della sinistra lombardiana guidata da Signorile. A quel punto non c' era più nulla da fare (...)".

Il tentativo di farlo fuori deve averlo non poco innervosito.
"Passò del tempo e dovetti riconoscere che Craxi, ormai saldamente in sella come segretario del Psi, si era dimostrato in grado di fare cose di cui prima, per quel poco che lo conoscevo, non lo avrei creduto capace. A un certo punto maturarono in me due convinzioni. La prima era che l'uomo era riuscito a dare una voce unica ai socialisti, accrescendone enormemente la credibilità. Per lungo tempo il Psi era stato visto come un partito in cui non c'era accordo su nulla (...). Con Craxi tutto ciò era finito: era lui ad esprimere la posizione socialista, sovrastando ogni altra voce. Il suo secondo merito era stato quello di agganciare il Psi alla famiglia del socialismo internazionale. Così, in una successiva riunione del Cc socialista, intervenni per differenziarmi dalla componente giolittiana. Piuttosto che rimanere su un' incerta posizione di astensione, dissi, è meglio prendere "il Craxi per le corna" cioè accettarne pregi e difetti per lavorare con lui in un clima di leale cooperazione".

Molti ebbero l'impressione che a un certo punto, negli anni del pentapartito, l'obiettivo ultimo dell'alternativa fosse andato smarrito.
"Questo fu materia di disputa tra me e Giolitti. Si può dire che Craxi, una volta rientrato il Psi al governo, avesse abbandonato l'orizzonte dell'alternativa, assumendo come prospettiva strategica l'alleanza con la Dc? Io continuavo a pensare che non fosse così. Per come si misero poi le cose nel 1989-90, devo dire che forse aveva ragione Giolitti. Ma il governo Craxi, nel 1983, nacque all'insegna di una felice ambivalenza. E all'epoca il Psi raccoglieva consensi proprio in questa prospettiva".

Nel 1983 lei fu chiamato da Craxi al governo, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qui viene la fase centrale della sua esperienza con lui. Fu all'altezza delle aspettative che la avevano spinta a schierarsi con lui e a separarsi da Giolitti?
"Sì, e a Palazzo Chigi vidi emergere altre doti del personaggio. Constatai che, dopo aver affermato la predominanza della propria voce sul cicaleccio del Psi, si rivelava in grado di imporsi e decidere anche in sede di governo. In un esecutivo di coalizione è fondamentale che il capo del governo senta il momento della decisione, se ne assuma la responsabilità e la sappia imporre, facendo percepire a tutti che la scelta tocca a lui e a nessun altro. Ebbene, questa capacità Craxi la dimostrò più volte in modo efficacissimo. Si ricorda soprattutto il clamoroso episodio di Sigonella, che suscitò consensi anche a sinistra per una certa riscoperta dell'orgoglio nazionale nei riguardi degli Stati Uniti (...). Penso poi alla decisione di scommettere la testa, nel 1985, sul referendum promosso dal Pci per abrogare il decreto che aveva tagliato la scala mobile: fu una scelta salvifica per l'economia nazionale. Ma Craxi lo emanò anche perché su quel terreno era in grado di contrapporsi ai comunisti, di sfidarli in un duello che lui aveva la possibilità di vincere".

Nello scontro tra Berlinguer e Craxi, che divampò sulla scala mobile, c'erano anche altre poste. La questione morale era già un problema acuto.
"C'è da osservare come i due leader concentrassero la loro attenzione su aspetti diversi ed egualmente importanti della crisi italiana, ma come nessuno dei due riuscisse a cogliere quanto di buono c'era nelle posizioni dell'altro (...). Berlinguer, tramontato il progetto del compromesso storico, aveva sottolineato con forza la diversità comunista come espressione di una superiore tensione morale, rispetto alle gravi degenerazioni della vita pubblica. A Craxi quel tema non interessava: era un uomo di potere, attento anche ai poteri abusivi, e non vide la portata di una questione che stava crescendo nel Paese. Nel Psi cominciavano a emergere fenomeni negativi, ma non erano al centro della sua attenzione. Al contrario Berlinguer aveva capito che la questione morale sarebbe presto divenuta esplosiva, ma non avvertiva la domanda di un governo responsabile che saliva dalla società".

La lotta tra Pci e Psi era una lotta per la vita o per la morte; sia Craxi che Berlinguer sembravano viverla così. Il che lasciava ben poco spazio a possibilità d'intesa.
"E' stata proprio questa attitudine a concepire la lotta politica in termini di mors tua vita mea a determinare l'epilogo sbagliato del lungo duello a sinistra, vanificando la "felice ambiguità" che avrebbe dovuto portare all'alternativa. Ciò avvenne dopo la caduta del Muro di Berlino, quando i socialisti commisero un errore letale, del quale anch'io, che pure non ero convinto della linea adottata allora dal partito, devo assumere la mia parte di responsabilità. Qui s'intrecciano comportamenti personali e fatti politici. Io non ero tra quelli che dicevano sempre di sì a Craxi. Non era così il mio rapporto con lui. E a volte lui si accorgeva che non ero d' accordo semplicemente perché tacevo. Piuttosto che manifestare fragorosamente il mio dissenso, come faceva in qualche occasione De Michelis, preferivo rimanere in silenzio. Perché lo facevo? Perché sentivo la soverchiante autorità del capo? Oppure perché affidavo il rapporto con il mio interlocutore a un gioco intellettuale, nel quale un'argomentazione che non viene raccolta finisce per cadere? Non lo so, potrebbero essere vere entrambe le cose. Fatto sta che molte volte Craxi aveva accolto il mio punto di vista perché aveva percepito che io, tacendo, non condividevo il suo. Comunque sia, dopo il 1989 Craxi era il leader potenziale di tutta la sinistra italiana".

Ma intanto arrivano governi democristiani: Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti e il Caf.
"Nella legislatura iniziata nel 1987, le ragioni della governabilità ci avevano indotto a sostenere governi a guida democristiana. Ma gli eventi ormai stavano maturando e pareva che quella fase di transizione storica dovesse finire. La caduta del Muro faceva pensare che fosse ormai una questione di mesi. Ci fu il governo Goria, nel quale io fui vicepresidente del Consiglio e ministro del Tesoro. Lasciai il governo nel 1989, quando a Palazzo Chigi tornò Giulio Andreotti, perché -- così mi disse Craxi -- con le mie politiche di bilancio e il sostegno al ticket ospedaliero avevo superato il limite che il Psi poteva tollerare. Se anche altre fossero le ragioni della mia esclusione dall'esecutivo, non l' ho mai saputo (...). Per due mesi mi isolai completamente nella mia casa di Ansedonia. Poi Craxi mi telefonò e mi prospettò l'ipotesi che il partito, entrato Martelli al governo, avesse non più uno, ma tre vicesegretari, tra i quali dovevo esserci anch'io. Accettai e tornai a via del Corso, con un compito che in sostanza era sempre lo stesso e, lo sottolineo, non aveva niente a che fare con l'amministrazione del partito. Era ormai alle spalle il crollo del Muro di Berlino, il Pci si era sciolto, era nato il Pds. Quello poteva essere l'anno della conquista di ua sinistra unita. Quando cadde, nel 1991, il governo Andreotti, messo in crisi dal Psi, io ebbi la sensazione che fosse arrivato il momento di sciogliere la "felice ambiguità" e puntare sull'alternativa. Si trattava di provocare lo scioglimento anticipato delle Camere e cambiare le carte in tavola. Il mondo mutava sotto i nostri occhi, era caduto il Muro, la nostra collaborazione con la Dc si faceva sempre più stentata (...). La crisi del 1991 sembrava offrire l'occasione per una svolta. Non andò così. Per un insieme di circostanze, Craxi accettò che nascesse un nuovo governo Andreotti. Osteggiato dalla Dc e dagli stessi pidiessini, che in teoria erano i beneficiari della crisi, ma non osavano affrontare le elezioni, Craxi rinunciò. E io ho sempre pensato che, nonostante le enormi difficoltà della situazione, il Craxi di Sigonella non avrebbe rinunciato".

Aveva perso le doti dell'epoca di Palazzo Chigi? E come mai?
"Non so se avesse dei motivi particolari di preoccupazione. Forse ebbe un peso anche la sua malattia, molto seria, alla quale teneva testa solo grazie alla sua fibra veramente robusta, perché nei fatti non si curava, era sregolatissimo. Mi venne detto da medici esperti che l'incedere del diabete determina anche incertezze nuove nel carattere delle persone che ne soffrono. Può essere dunque che il suo ritrarsi da una decisione rischiosa fosse anche la conseguenza di un cattivo stato di salute. Certo è che fu un passaggio determinante, perché a quel punto finimmo per contare più sulla definitiva disfatta dell'ex Pci che non sulla prospettiva di assumere noi la guida della sinistra. Sbagliammo: invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza. Questa fu la prima occasione nella quale colsi in Craxi un certo appannamento. La seconda, notissima, riguardò il referendum sulla preferenza unica. Craxi esortò gli elettori ad astenersi, chiese loro di andare al mare e non ai seggi, senza rendersi conto che avrebbe ottenuto l'effetto opposto" (...).

Poi nel 1992 esplose Tangentopoli, che costrinse Craxi a rinunciare all'ipotesi di tornare a Palazzo Chigi. E a quel punto nacque il primo governo Amato. Ci furono tentativi di coinvolgere direttamente Palazzo Chigi nello scontro tra i giudici di Milano e i politici inquisiti.
"C'è, che molti mi rimproverano, del cosiddetto "poker d' assi". Io, come capo del governo, non pensavo di dover partecipare alla direzione del partito né che quella fosse la sede adatta per fare i conti con Antonio Di Pietro. Ci fu alla fine di agosto, a via del Corso, una riunione cui Craxi mi invitò, perché tenessi una relazione sulla situazione economica alla vigilia della legge finanziaria. Io illustrai i problemi dei conti pubblici e poi lui affrontò l'argomento Di Pietro, enumerando le accuse nei suoi confronti che sono passate alla storia come "poker d' assi": un'espressione attribuita a Rino Formica, benché lui non l'avesse usata. Da allora non partecipai più alla direzione del Psi, anche perché non ero d'accordo con quel modo di procedere. Craxi, prima dell'estate, aveva espresso più volte i suoi dubbi sulla persona di Di Pietro, che poi sono stati anche oggetto di indagini della procura di Brescia, dalle quali l'ex pm di Mani pulite è uscito completamente scagionato. All'epoca io, Balzamo e Martelli suggerimmo a Craxi di passare quegli elementi ai suoi avvocati, in modo che facessero un esposto in sede giudiziaria. Rimanemmo tutti sorpresi quando invece vedemmo gli stessi argomenti apparire in forma di corsivi dell' "Avanti!". Fu una scelta personale di Craxi, che non condivisi assolutamente".

Poi viene il momento forse più acuto di contrasto con Craxi e di tensione tra il suo governo e l'opinione pubblica. Il segretario del Psi voleva chiaramente provvedimenti politici di garanzia per i politici accusati di corruzione.
"Gli ultimi colloqui che ebbi con lui riguardarono proprio questi temi. Si pose la questione del finanziamento illecito dei partiti. Io ritenevo corretto depenalizzarlo, come in effetti poi si è fatto, ma reputavo impensabile eliminare ogni sanzione per comportamenti del genere o addirittura depenalizzare reati molto gravi come la corruzione e la concussione. Anche qui tra me e Craxi ci furono punti di vista diversi. Io gli spiegavo che qualcosa si poteva fare, ma c'erano dei limiti invalicabili. Craxi mi ascoltava, non mi contraddiceva, ma chiaramente non era persuaso. Nel nostro ultimo incontro, però, parlammo anche di politica. E lui mi disse: "Visto che si va verso un sistema elettorale maggioritario, tu devi cercare di ridurre la tensione tra noi e gli ex comunisti, perché in futuro un rapporto con loro lo dovremo comunque riallacciare". Mi parlò così anche se la sua vicenda giudiziaria era già cominciata e stava iniziando, da parte del Pds, un'inaudita strumentalizzazione dell'inchiesta Mani pulite per distruggere Craxi".

In definitiva oggi qual è il suo giudizio sulla figura di Craxi?
"E' una persona che ha contato molto nella mia vita, mi ha fatto crescere e mi ha fatto anche soffrire. Ho sempre continuato a rispettarlo, anche dopo la sua disgrazia politica. I socialisti, in questi ultimi anni, si sono specializzati nelle polemiche personali. Io invece certe riflessioni critiche continuo a tenermele dentro. Considero immorale attaccare una persona con cui ho avuto quel tipo di legame. Posso comportarmi così perché il mio rapporto con Craxi è stato sempre pulito, per cui non devo prendere le distanze da lui per rendere la mia immagine più accettabile ad altri. Per queste ragioni non mi sono mai associato a facili cori di critica, nemmeno dopo che tra me e lui era sceso il silenzio, che ciascuno di noi due probabilmente spiegava con una responsabilità dell'altro: io che non lo avevo più cercato dopo la sua partenza definitiva per Hammamet, lui che non mi aveva fatto neppure una telefonata dopo la caduta del mio governo".

Infine venne l'epoca dei fax da Hammamet.
"Ho taciuto anche quando lui, reagendo regolarmente allorché leggeva cose che non gli garbavano in qualche mia intervista, mandava in giro fax contenenti allusioni su di me che assolutamente non meritavo, no proprio non meritavo (e lui lo sapeva bene). In simili circostanze ho ritenuto che fosse mio dovere morale astenermi da ogni commento. Il mio silenzio può essere stato male interpretato, ma non me ne importa niente, perché conosco la realtà di quel rapporto e continuo a rispettarlo".

Ha imparato cose da lui?
"Da Craxi ho imparato diverse cose su come si fa politica, perché è stato un leader di grandi qualità. Da lui ho imparato a percepire quando arriva il momento della decisione e tu te ne devi assumere la responsabilità. Ho imparato inoltre che non si può esaurire la politica sulla scena domestica: quando ancora non si parlava di globalizzazione, lui mi fece capire bene che bisogna guardare sempre oltre l'orticello di casa e sapersi creare una rete di rapporti internazionali (...). Craxi commise diversi errori, ma quando si valuta l'opera di un uomo, bisogna fare con equanimità il bilancio del bene e del male".





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