L'Unita'

"L'Ulivo non ha bisogno di un Padre Pio"

di Giuliano Amato
18 giugno 2002



Come è stato possibile che le politiche riformiste abbiano incontrato -- e il voto di ieri in Francia testimonia che continuano ad incontrare -- tali e tante difficoltà da pregiudicare anche prove di governo di cui pure è ampiamente riconosciuta la validità? Per cercare di individuare le coordinate di una proposta riformista in un mondo in così profondo cambiamento credo sia utile tornare sulla riflessione promossa tra il 6 e l’8 giugno, alla Hartwell House, un albergo-castello della campagna inglese a 35 miglia da Londra, da «Policy Network», l’associazione delle fondazioni europee di ispirazione riformista (tra cui la nostra «Italianieuropei»), e dall’americana «The third way foundation», che fa capo a Bill Clinton.

Non sono venute fuori ricette: non ne ha nessuno. Come nessuno -- nemmeno il Partito laburista -- è immune dalle inquietudini che serpeggiano nei nostri elettorati più tradizionali, formati dai ceti più deboli, con minore qualificazione professionale e redditi bassi.

Il nostro riformismo, largamente proiettato sul solo terreno economico-sociale, ha stentato a cogliere le ragioni più profonde di un dissenso motivato non soltanto da preoccupazioni di carattere economico e sociale, ma sempre più da una vera e propria questione identitaria. Inoltre le nostre politiche economico-sociali hanno avuto il consenso degli elettori più in grado di riconoscersi nell'interesse generale, vale a dire i ceti medi progressisti, mentre gli elettori a cui tradizionalmente ci rivolgevamo hanno percepito, di tali politiche, più le restrizioni che i benefici, più i rischi di insicurezza che le nuove opportunità.

Il caso francese può considerarsi da manuale. Lì la sinistra riformista si è drammaticamente assottigliata per effetto di un duplice deflusso: da una parte, verso i partiti dell’estrema sinistra; dall’altra, verso i partiti prima dell’estrema destra, poi della destra. Mentre lì dove meno pressante è l’insoddisfazione economico-sociale, come in Olanda e in Danimarca, la condizione di insicurezza si è più acutamente manifestata come identitaria.

Dove è mancata, allora, la risposta riformista? Partiamo dal profilo economico-sociale. Al nostro elettorato tradizionale abbiamo offerto politiche di risanamento, di crescita e di liberalizzazione dei mercati che indubbiamente comportavano al primo impatto un costo sociale. Ma credevamo -- e così avevamo promesso -- che sarebbe stato ricompensato dai benefici sia in termini di sviluppo, e conseguentemente di crescita dell’occupazione, sia in termini di concorrenza e dinamismo dei prezzi sul mercato, e quindi di tutela e rafforzamento del potere d’acquisto dei salari. Non sempre, però, questo è accaduto. Non sempre alle liberalizzazioni è seguita maggiore occupazione e a volte è accaduto anzi il contrario. A loro volta i prezzi non sono tutti scesi in misura adeguata e, se pure lo hanno fatto, chi ha perso l’occupazione non si è affatto consolato per le nuove difese che poteva ora trovare come consumatore.

A cospetto della debolezza, o meglio della incompiutezza della risposta riformista, ha avuto buon gioco il richiamo più schiettamente egoistico della destra. Che, paradossalmente, proclama convinzioni politiche liberiste ma è talmente cinica da praticare disinvoltamente politiche protezionistiche. Si veda cosa George W. Bush sta combinando davanti alla crisi dell’industria siderurgica del West Virginia o alle difficoltà dei suoi agricoltori a reggere la concorrenza dei prodotti agricoli dell’America latina.

Beninteso, noi europei non siamo del tutto immuni dal virus protezionistico, soprattutto nelle politiche agro-alimentari: sappiamo, per dire, che basterebbe comprare un po’ di carne argentina per dare un po’ d’ossigeno alla tragica condizione economica di quel Paese, eppure non riusciamo a farlo (e a me non è affatto chiaro quali interessi così si difendano). Ma resta pur sempre vero che la cultura riformista non si è limitata ad assimilare il valore della concorrenza, ma ha maturato una visione solidaristica che porta a ritenere il libero commercio un importante fattore di promozione di sviluppo, dei paesi ricchi ma condiviso anche da quelli più poveri.

Entra così in campo l’altra questione, che nel gergo politico-sociologico è definita identitaria. Finché la crescita sarà squilibrata, giocoforza sulle frontiere dei paesi ricchi continueranno a riversarsi ondate di immigrazione sempre più massicce. Abbiamo giustamente affermato che bisogna saper riconoscere i diritti di tutti, ma non siamo stati sufficientemente in grado di cogliere il bisogno di sicurezza che, nel tempo, ha alimentato malessere, dissenso se non rifiuto dei nuovi arrivati, creando nuove aggregazioni sociali legate proprio a questo dissenso.

Un bibliofilo che studiasse la nostra storia recente troverebbe traccia di questa analisi in una mozione dell’ultimo congresso dei Ds, precisamente nella parte della mozione liberal che ricordo essere stata scritta da Michele Salvati. Smarrita nel dibattito di Pesaro, questa tematica è riaffiorata nell’incontro alla Hartewell House. Dove anche gli inglesi hanno rilevato di riscontrare analoghe tensioni, tanto da temere che fenomeni di divaricazione possano manifestarsi anche alle prossime scadenze elettorali del Regno Unito.

Si è, naturalmente, cercato di capire se i fenomeni che stanno costellando l’Europa continentale abbiano un qualche riscontro negli Stati Uniti. Ma non sono, evidentemente, le stesse ragioni a spiegare la sconfitta elettorale di Al Gore. A parte la facile constatazione che se Bill Clinton avesse potuto ricandidarsi la vittoria dei democratici sarebbe stata assicurata, ciò che si è notato è che il rifugiarsi del candidato democratico nel vecchio populismo di sinistra non ha convinto quella grossa parte dell’elettorato democratico che si identifica nella maggioranza delle famiglie americane: famiglie che, in virtù del lavoro di entrambi i coniugi, possono ormai contare su un reddito medio annuo dai 50 mila dollari in su, vale a dire sopra i cento milioni delle nostre vecchie lire.

Né la questione identitaria negli Usa si pone nei termini in cui la stiamo vivendo in Europa: per quanto non completamente risolta, è parte cruciale della storia di quel Paese la questione dei rapporti tra razze e gruppi etnici di ogni provenienza. La nostra, invece, è una tradizione cristiano-giudaica, e già al suo interno sanno gli ebrei quanto hanno patito nei momenti peggiori della nostra storia recente. Siamo umanamente spinti alla solidarietà, ma culturalmente impreparati a processi di integrazione che presuppongono la comprensione delle reciproche difficoltà e delle rispettive responsabilità.

Cosa sappiamo delle comunità islamiche in Europa, delle differenze che ci sono tra di loro, quando non riusciamo nemmeno a distinguere tra Islam e fondamentalismo islamico? Quanti europei sanno che la tanto invisa poligamia, io credo giustamente invisa, non è un tratto comune del mondo islamico, ma è proibita anche in alcuni Stati arabi? Quale rapporto dovrà esserci fra la sharia e i principi a cui si ispira la nostra società? Sono tutti problemi che mettono in gioco culture, stili di vita e che devono essere esplicitamente affrontati e discussi, mettendo noi stessi, ma anche coloro che vengono a vivere con noi, davanti alle responsabilità imposte dalla comune convivenza. Se non lo facciamo, ciascuno reagirà in base a ciò che ha dentro. E i risultati saranno quelli che vediamo crescere pericolosamente in tutta Europa.

Quanto al versante economico-sociale, non voglio ripetere la stessa predica per l'ennesima volta. Ma è certo che riconoscere che tutti aspirano ad essere liberi e devono arrivare ad esserlo significa saper anche riconoscere che vi sono delle sicurezze sociali di cui tutti hanno bisogno per esserlo davvero. Quante volte ci siamo detti che davanti ai rischi del XXI secolo le istituzioni di sicurezza sociale devono cambiare rispetto all’impianto costruito sui rischi dell’ultimo secolo del millennio che è alle nostre spalle? Ripetiamocelo, purché non si risolva sempre in una predica, su cui non si costruisce alcun risultato concreto.

Ecco che il quadro si viene componendo. Affrontarlo non significa certo tornare al passato. In un seminario caratterizzato soprattutto da presenze americane e inglesi, da parte di entrambi si è escluso che abbia senso tornare all’old democratic e all’old labour, cioè a partiti fondamentalmente redistributivi che non pongono al centro delle proprie politiche la crescita. Le gravi sconfitte che negli anni Ottanta avevano tenuto fuori dal potere sia i democratici americani sia i laburisti inglesi, e anche altre esperienze socialdemocratiche nel cuore dell’Europa, furono determinate dalla consapevolezza dei rispettivi elettorati che quei partiti, irresponsabili di fronte ai problemi della crescita, erano in fondo incapaci di promuoverla, mentre i successi dei democratici di Clinton e del New Labour di Blair sono stati largamente determinati dalla loro affidabilità nel governare in funzione della crescita.

Per fare ciò che ora è necessario, dobbiamo stare nell’Internazionale socialista o nell’Internazionale democratica? Discussione inutile per un falso problema. Si è amplificato ad uso interno una questione assolutamente banale: i riformisti che sono nel Partito democratico americano hanno messo in campo l’esigenza di un collegamento più organico e continuo di una semplice sequenza di incontri, ed è assolutamente ovvio che pensassero a una forma organizzativa diversa dall’Internazionale socialista nella quale non si sono mai riconosciuti, così come è ovvio che noi appartenenti a partiti che aderiscono all’Internazionale socialista, quasi tutti tra gli europei presenti, abbiamo aderito alla proposta di un modulo organizzativo per i rapporti con i democratici americani e altre espressioni riformiste senza mai pensare di mettere in discussione la nostra appartenenza alla famiglia socialista. Questo non ci ha impedito di constatare che l’Internazionale socialista appare oggi come una gigantesca arca di Noé, dove ci si preoccupa più di un improbabile minimo denominatore comune tra le tante posizioni raccolte che di far funzionare la bussola che dovrebbe guidare la barca nei marosi della globalizzazione. Questo è un problema da risolvere, così come lo è per noi europei -- ed è davvero urgente -- l’apertura del Partito socialista europeo agli altri movimenti e partiti riformisti con cui i socialisti sono alleati in tanti paesi d’Europa. Più forte è l’esigenza dell’omogeneità politica tra i componenti delle medesime coalizioni riformiste, più senso ha una famiglia politica europea capace di includerli tutti.

Dunque, non si parte da zero. Nemmeno in Italia. Anche in quel di Londra è stato notato che, nella situazione difficile in cui versano le coalizioni di centrosinistra in Europa (eccezion fatta, per ora, per il Regno Unito), la sconfitta italiana risulta essere molto meno accentuata, in termini di perdita di voti, rispetto ai fenomeni in atto in altri paesi. Anzi, a quella sconfitta sono seguite prove amministrative, fino all’ultima che ha investito un quarto dell’elettorato nazionale, che testimoniano di una perdurante vitalità della coalizione sociale e dall’opposizione imperniata sull’Ulivo. Purtroppo, non sempre i comportamenti di coloro che guidano politicamente questa coalizione sembrano consapevoli delle responsabilità che derivano dal dovere di rappresentare una metà del paese.

E sì che ce n’è bisogno. Basti vedere in quali condizioni di stagnazione è in questo momento l’Italia. Abbandonata a se stessa, l'economia italiana viaggia a un ritmo di crescita di poco superiore all’1%. È responsabilità dei riformisti essere operativi, come hanno saputo farlo anche in anni più difficili di questi, con politiche capaci di promuovere la crescita e capaci altresì di coinvolgere, offrendo loro un credibile futuro, anche coloro che da sempre avevamo saputo rappresentare.

Non possiamo davvero ridurci a partito d’azione del XXI secolo, ineccepibile nel disegnare l'interesse generale del Pese, ma non in grado di mantenere o acquisire la maggioranza dei consensi. Tanto più provoca in me profondo disagio, se non senso di rivolta, vedere buona parte del gruppo dirigente dell’Ulivo rifiutarsi di riconoscere che il terreno dei problemi da affrontare ha per tutti i medesimi confini.

Quando non si va alla ricerca di un nostro Padre Pio, si continua in una specie di gioco dei quattro cantoni dove ciascuno tende a collocarsi e a difendere il proprio posto, distinguendosi tra chi grida evviva a Blair e chi si scava una trincea proclamandosi anti-Blair. Così non si costruisce nulla, si smarrisce la propria dignità (ce n'era di più nelle provincie galliche davanti all'impero romano, mentre ora non c'è neppure più un impero britannico), si lavora tenacemente contro una pur essenziale identità comune davanti a problemi che sono comuni, si perde l’umiltà di lavorare insieme a cercare risposte che nessuno ha precostituite.

Abbiamo bisogno di trovarle queste risposte, non di leader che se ne stanno chiusi ciascuno nel proprio angolo a inseguire la realtà con parole ormai prive di significati, quando il mondo che abbiamo davanti è fatto di realtà che cercano da noi nuovi significati e di esseri umani che cercano da noi nuove assonanze.




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