Corriere della Sera


Dialogo a Pontignano tra il politico italiano e il filosofo anglo-tedesco. «Dobbiamo credere nei nostri valori, come fanno gli americani». «Crocifissi a scuola? E’ sbagliato»
Amato-Dahrendorf: l’eredità cristiana e la nuova Europa multiculturale

Giuliano Amato / Ralf Dahrendorf
22 settembre 2002


Certosa di Pontignano PONTIGNANO -- Lord Dahrendorf lascia la Conferenza di Pontignano, che ha guidato fino a questa decima edizione. Una delle più brillanti menti d’Europa ha condotto -- dal 1996, insieme a Giuliano Amato -- quello che è forse il miglior «incontro bilaterale» sul continente. Ogni anno, in settembre, cinquanta britannici e cinquanta italiani (politici, uomini d’affari, accademici, giornalisti) si trovano per tre giorni in quest’abbazia fuori Siena, ospiti del British Council, e ragionano dei due paesi, dell’Europa e della salute (mai buona) del mondo. Pontignano funziona perché italiani e britannici non competono (come italiani e francesi), e non si scrutano (come britannici e tedeschi). Si osservano invece con simpatia, scoprendosi complementari. «Gran Bretagna e Italia -- ha detto ieri Dahrendorf, tedesco di nascita -- sono le mie patrie d’adozione. Perché sono fondamentalmente liberali, e sufficientemente anarchiche. Guai alla nazione che non contiene una percentuale di disordine». Ogni anno, Pontignano sceglie un tema, a cavallo tra attualità e futuro. Quest’anno è: «Il prossimo decennio: capire il cambiamento». Un tema adatto all’anniversario, allo sguardo lungo di Ralf Dahrendorf e alla curiosità di Giuliano Amato (oggi vicepresidente della Convenzione per la Costituzione Europea), che a Pontignano può tornare a fare quello che gli piace di più: il professore, ansioso d’essere contestato.
I quattro gruppi di lavoro discutono di identità (sociale, nazionale, europea); di «nuove strutture, nuove etichette, vecchi politici»; di cosa accadrà dopo l’euro; del rischio di un nuovo unilateralismo americano. A quale argomento pensate di più, di questi tempi?
Giuliano AMATO : «Difficile rispondere: i quattro elementi compongono un puzzle. L’identità che cambia si riflette sulla rappresentanza politica, quindi sulla democrazia. E poi: noi europei abbiamo un mercato e una moneta comune. Ma non basta, ora dobbiamo andare avanti: politica estera, difesa, giustizia e criminalità. Queste cose, ormai è chiaro, le dobbiamo fare insieme».
Ralf DAHRENDORF : «Due preoccupazioni sopra le altre. Si è aperto un divario tra i meccanismi politici e la gente. E il multiculturalismo: fino dove si deve spingere? Funzionerà? Ci terrà insieme, ci dividerà? Questi mi sembrano i temi più urgenti del prossimo decennio».
Partiamo dal multiculturalismo. Un ministro britannico, David Blunkett, ha appena dato un consiglio agli immigrati: «Parlate inglese, in casa, con i vostri figli». Sembra voler dire: il «multiculturalismo assoluto» è impossibile.
AMATO : «Un ministro che dà consigli alla gente? Non mi convince. Aggiungo però: la protezione delle differenze culturali non è sufficiente. Occorre insistere sui doveri e sulla responsabilità verso la comunità che ci accoglie. Sull’importanza della tolleranza, cui le religioni -- tutte le religioni -- devono contribuire. Questo spero di vedere, nella bozza di Costituzione Europea che consegneremo al Consiglio prima dell’estate 2003».
DAHRENDORF : «E la nuova idea italiana di mettere il crocifisso nelle scuole?».
AMATO : «Non credo sia la strada giusta».
Nella nuova Costituzione userete la parola «cristiano» per definire le radici della cultura europea?
AMATO : «Che esista un’eredità cristiana è un fatto. Che si riesca a inserirlo nella Costituzione, dubito. Desta molte opposizioni».
Lord Dahrendorf, lei ha scritto della necessità di «difendere i valori dell’Occidente contro le forze ostili a una concezione illuminista». Metterebbe questo, nella Costituzione?
DAHRENDORF : «Lo chiede alla persona sbagliata. Io non credo in una Costituzione europea. Però ricordare che i nostri valori comuni si rifanno all’illuminismo è importante. Noi tendiamo a dimenticarlo».
Non è un buon momento per decidere chi siamo, noi europei occidentali? In fondo, quando un’idea viene contestata, siamo obbligati a rifletterci sopra.
DAHRENDORF : «E’ così. Si è verificato un vuoto curioso alla fine della Guerra Fredda. Noi europei occidentali non avevamo più un nemico per definirci: così da qualche tempo questa ricerca di identità sta avvenendo in contrapposizione all’America. Questo non è bene. Perché i principi di base sono simili. Gli Stati Uniti, in fondo, sono nati per realizzare i valori europei. E li hanno difesi anche quando noi li dimenticavamo. Pensi a quanti, nel secolo scorso, per sfuggire all'intolleranza in Europa hanno attraversato l’Atlantico».
Però le differenze tra Usa e Europa esistono.
DAHRENDORF : «Certo. Basta pensare al welfare, al fatto che gli americani accettano salari infimi nel settore dei servizi, alle conseguenze della mobilità (un mese dopo il trasloco, un americano viene accettato in una comunità. In Europa, dopo una generazione, i vicini ti chiamano ancora "il sardo" o "il tedesco"). Ma queste circostanze non cambiano un fatto: noi e gli americani siamo nella stessa barca».
AMATO : «Le differenze vengono fuori quando non si è d’accordo su qualcosa. In questi tempi, è l’Iraq. Ma non bisogna drammatizzarle. Gli americani passano attraverso tante fasi: quella attuale è "jacksoniana" (il mondo è pieno di nemici: interveniamo). Ma tornerà la fase "wilsoniana", preoccupata soprattutto della giustizia nel mondo. Francis Fukuyama ha torto quando parla di "fine dell’Occidente". Così come aveva torto quando, dopo il 1989, parlava di "fine della storia". Semmai, dopo l’89, la storia è cominciata...».
DAHRENDORF : «Puoi star sicuro, Giuliano, che se Fukuyama dice una cosa è vero l’opposto. Tornando all’America. Laggiù discutono -- litigano, magari -- sulle diversità culturali. Ma quando vengono attaccati si ricordano di essere americani. Sanno che i valori vanno difesi: con le parole, finché è possibile. Ma anche con le armi. In Europa purtroppo non sono in molti a pensarla così».
Gli americani, diventando cittadini, giurano fedeltà al paese che li ha accolti. Lo faremo anche noi, nell’Europa del futuro?
AMATO : «Diffido dei giuramenti (il fascismo ci ha segnato, in Italia. In America è diverso: non hanno brutti ricordi). Ma i simboli sono importanti: eccome».
DAHRENDORF : «Giuramento all’Europa? Siamo molto, molto distanti dal giorno in cui qualcosa del genere avrà un senso».



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