LETTERE DALL'EUROPA

L'America incalza, pensiamo in grande

di Giuliano Amato
29 settembre 2002

A due settimane dalla mia lettera precedente i lettori si aspettano forse che cambi argomento. Ne avrei voglia io stesso, ma lo farò la prossima volta, ora trovo necessario tornare sull'Europa alle prese con l'Iraq. Più si va avanti, infatti, più si capisce che il nostro problema non è solo quello della nostra divisione. C'è anche l'effetto che essa ha prodotto sulla nostra capacità di costruirla davvero una politica estera da Europa-attore globale, dopo tanti anni di vita internazionale nella quale i nostri Paesi sono stati, ci piaccia o no, dei frammenti in un mondo troppo grande per ciascuno di loro.

Guardiamo ai fatti. Nel mondo ci sono una minaccia terroristica e il Rischio di conflitti con uso di armi di distruzione di massa. Non è detto che le due cose debbano essere fronteggiate con la stessa strategia, ma nessuno può seriamente negare che occorrano strategie per fronteggiarle. Quali sono le strategie europee? O quanto meno se ne leggono gli elementi nelle posizioni che oggi esprimono, sia pure in ordine sparso, i nostri Paesi?

Dopo l'11 settembre furono gli Stati Uniti a dirci che bisognava colpire militarmente le basi di al-Qaida in Afghanistan, sino a cambiare il regime del Paese. E noi europei, fra mugugni e distinguo, li seguimmo.

Ora ci dicono: mettiamo alle strette Saddam e appena darà segni di inottemperanza alle nostre richieste attacchiamolo militarmente sino a rimuoverlo. E qui arrivano i nostri argomenti, che vale la pena analizzare ad uno ad uno.

Ci sono per primi gli argomenti estremi, da una parte chi risponde di sì all'alleato americano, cercando magari di tenerlo il più possibile entro il contesto dell'Onu, dall'altra chi dice che in nessun caso accetterebbe una guerra. La seconda è una posizione di sicuro nobile, che non dice tuttavia come affronterebbe il problema. La prima fa leva essa stessa su un principio basilare—l'ordine internazionale va affidato non a ciascuno di noi, ma alle istituzioni in cui tutti ci riconosciamo—ma non entra nel merito della strategia che le istituzioni dovrebbero attuare.

Tra queste due posizioni si collocano gli argomenti che entrano invece nel merito. Si osserva che il timing dell'operazione può essere sbagliato, perché essa arriva nel caldo del conflitto israelo-palestinese e può estremizzarlo ancora di più, con ricadute per di più in tutto il mondo arabo. Ma poi cosa fare in Palestina e come evitare che il problema Iraq rimanga com'è, questa posizione lo lascia nell'ombra. Si sottolinea altre sì che l'azione militare voluta dagli Usa persegue finalità diverse e clic una cosa è il disarmo dell'Iraq, un'altra è spodestare Saddam e aprire la strada alla democrazia. Se si tratta di disarmo—si dice—servono prove certe sulla pericolosità attuale del potenziale di cui Saddam dispone; e chi è convinto dalle prove esistenti si dichiara d'accordo con Washington, chi non lo è ne desume che non c'è ragione di agire e con ciò conclude. Se si tratta di spodestare Saddam in vista della democratizzazione del suo Paese e magari dell'intera regione, allora—si osserva—ci sono più cose di cui tener conto: non c'è il rischio di destabilizzarlo, l'Iraq, con i conflitti che si aprirebbero fra curdi, sciiti e sunniti? E guardando alla regione, non si darebbe forza proprio ai movimenti più estremi che si oppongono ai processi riformisti?

Qui finisce, con queste domande, il contributo di idee che viene dall'Europa. Sono domande assennate, si badi, che meriterebbero risposte meno frettolose di quelle che stanno ricevendo. Resta il fatto però che messe tutte insieme non esprimono una sia pur potenziale strategia europea, esprimono soltanto un intelligente gioco di rimessa. Davanti allo scalpitante presidente americano, noi siamo un sinedrio di vecchi saggi, che si profondono in saggi consigli: non fare la guerra, non farla ora perché non è il momento, bada che su questa strada puoi incontrare questo o quell'ostacolo o provocare questo o quell'effetto indesiderato.

Le implicazioni di una relazione transatlantica così concepita sono evidenti. Primo: accusiamo pure Bush di unilateralismo e di mancanza di visione, ma alla fin fine lui ci mette una strategia, giusta o sbagliata che sia, e noi no. Secondo: se ci fermiamo a porrei nostri interrogativi a lui, aspettandoci che sia lui a fare le correzioni auspicate, significa che terrorismo e armi di distruzioni di massa li riteniamo affar suo, tant'è che se poi lui non facesse nulla, non è che saremmo poi noi a metterlo sotto pressione con la nostra strategia. No, non faremmo nulla noi stessi e continueremmo come prima.

Perché stupirci allora se nel loro documento strategico, circolato in questi giorni, gli americani non sembrano neppure vederla l'Europa come attore geo-politico? E perché stupirci se, a fronte della nostra convinzione di poter fornire al mondo tante prospettive generosamente positive, dal modello sociale al rispetto dei diritti umani, molti continuano a vederci come la cinica Europa, che bada molto a sé e poco agli altri?

Sono cattive queste domande, più cattive di quanto meritiamo. Ma stiamo attenti. Abituati dalle nostre divisioni a pensarci ciascuno come un interlocutore necessariamente minore degli Stati Uniti, abbiamo perso l'abitudine (che le vecchie potenze europee avevano avuto, nel bene e nel male) di pensare in grande, di averle le strategie, di non giocare soltanto di rimessa. La Convenzione europea ci darà sperabilmente i congegni istituzionali per spingerci a farlo. Ma attrezziamoci in tempo, non solo in chiave istituzionale. Impariamo a "pensare europeo", non per contrapporci pregiudizialmente agli americani, ma perché in campo ci siano le idee, gli impegni e le risorse con cui secondo noi si può far uscire il Medio Oriente dalla sua tragedia, ovvero i nostri piani per combattere il terrorismo e le armi di distruzione di massa; vissuti e gestiti come problemi altrettanto nostri quanto lo sono per gli Stati Uniti.

O sapremo farlo, oppure il multilateralismo, che tutti diciamo di volere, dovrà comunque fare a meno dell'Europa; arrivi o meno l'Europa a sedersi alle Nazioni Unite.





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