|
LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
I nodi di un'Europa che ha voluto la moneta unica, ma ha lasciato la politica economica e fiscale nelle mani degli Stati sono arrivati al pettine della Convenzione. Non più attraverso gli ammonimenti che vennero da autorevoli economisti prima che l'euro nascesse (attenti, le economie nazionali possono divergere, senza strumenti centralizzati di controllo e di riequilibrio potrete non farcela e non basterà la Banca centrale a colmare questo vuoto). Ma attraverso una analisi critica dell'esperienza che ormai abbiamo fatto e l'esame, assai controverso, di proposte per fare di meglio.
La scelta di fondo rimane quella del famoso rapporto Delors, che pose le basi della moneta unica. Le politiche di bilancio sono e restano nazionali, così come lo sono le politiche economiche. Ma il coordinamento può avvenire in modi diversi e non è detto che siano tutti tali da comprovare l'iniziale scetticismo degli economisti.
Così come vanno le cose oggi, il rischio indiscutibilmente c'è. Gli ultimi anni di sviluppo decrescente e di disavanzi nuovamente crescenti (e proprio nella zona euro), con una Banca centrale che può stare soltanto sul chi vive con l'unico obiettivo di evitare guai peggiori, sono lo specchio, tra l'altro, dei difetti del coordinamento attuale. Esso passa attraverso due procedure, una che riguarda le politiche economiche, l'altra la sorveglianza sui bilanci e i disavanzi eccessivi. In entrambi i casi è giustamente la Commissione a iniziare la procedura.
Per le politiche economiche. la Commissione svolge sia il progetto degli indirizzi comuni, sia quello delle specifiche raccomandazioni ai singoli Stati che sgarrano rispetto agli indirizzi adottati; per i disavanzi eccessivi, prepara sia il primo avvertimento sia poi la raccomandazione per l'adozione di misure concrete, sia infine le decisioni cogenti che possono seguire.
Perché dico che è giusto che sia la Commissione a preparare tutti questi atti? Perché la Commissione non ha interessi elettorali o politici che la inducano a non dire la verità o a non trarne le necessarie conseguenze. È motivata dal solo interesse europeo e qui in gioco sono proprio interessi europei, che le devianze economiche o finanziarie di ciascuno possono violare con danno per tutti.
Ma che succede poi nel resto delle procedure? Succede—ed è il Trattato a dirlo—che le iniziative della Commissione devono sempre passare attraverso il Consiglio dei Ministri, che può approvarle, modificarle o respingerle a maggioranza, con il voto degli stessi Stati sulle cui devianze si deve discutere, salvo il caso della decisione finale sul disavanzo eccessivo, dalla quale lo Stato interessato è escluso.
Nei fatti lo Stato interessato è sempre contrario a tutti gli avvertimenti e, quando ad esserlo è uno degli Stati più popolosi, gli è facile formare intorno a sé una 'minoranza di blocco', che impedisce qualunque decisione (il voto, non dimentichiamolo, è “ponderato”, vale a dire che ciascuno pesa in ragione degli abitanti che ha). In più. in un collegio del genere scatta facilmente in ciascuno la propensione a non essere severo con gli altri, perché domani gli altri potranno restituire il favore. E così alla fine, invece di preoccuparsi dell' interesse comune e delle ragioni economiche e finanziarie che lo giustificano, si ragiona e si decide sul metro delle giustificazioni che si possono ottenere per sé.
Ebbene, la Convenzione ha discusso due semplici proposte, non per sovvertire, ma per migliorare tutto questo. La prima: almeno gli avvertimenti iniziali vadano direttamente dalla Commissione agli Stati interessati, senza passare attraverso il Consiglio. La seconda: le iniziative della Commissione rivolte al Consiglio valgano non come “raccomandazioni”, ma come “proposte”, il che significa, secondo il Trattato, che il Consiglio resta sempre libero di approvarle, modificarle o respingerle, ma per modificarle o respingerle deve raggiungere l'unanimità. E se fosse così, far valere il principio che una mano lava l'altra diventerebbe certo più difficile, perché c'è sempre un olandese o un finlandese che sta dalla parte dell'interesse europeo.
Nonostante in questi termini si fosse espresso un documento di principi unanimemente approvato settimane addietro dai componenti socialisti della Convenzione e nonostante fosse simile il documento principi dei popolari, la questione è rimasta aperta e la voce di chi non vuole cambiare nulla è tuttora
molto forte.
Non perdo la speranza, ma più si va avanti più si misura il peso delle teste girate testardamente all'indietro. Pensiamo anche alla questione del così detto "Eurogruppo' e cioè il gruppo dei ministri finanziari dei Paesi che hanno adottato l'euro. E Stato finora un gruppo informale che si riunisce sempre prima dell' 'Ecofin'. il formale Consiglio dei ministri finanziari di tutta l'Unione. Fra i due, oggi, la differenza è minima, perché solo tre Paesi su quindici sono fuori dall'euro. E questo rende poco rilevante il fatto che le procedure di cui prima parlavo, anche quando riguardano i soli Paesi dell'euro, chiamano a decidere non l'Eurogrup, bensì l'intero Ecofin.
Ma che cosa accadrà dopo l'allargamento, quando i Paesi dell'euro (se nulla dovesse succedere in Gran Bretagna) potrebbero esse re addirittura una minoranza dell'intero Consiglio? Gianfranco Fini ha saggiamente proposto di dare all'unione monetaria le caratteristiche di una vera e propria “cooperazione forzata”, il che consentirebbe all'Eurogruppo di adottare per conto suo gli indirizzi e le decisioni che specificamente competono ai
Paesi che hanno la stessa moneta. Ma anche qui la difesa dello status quo ci ha lasciato con un punto interrogativo aperto. Per chi non vuole cambiare, è chiaro che un Consiglio a venticinque si prefigura come un ottima fossa per farci sprofondare le ammonizioni di una Commissione disarmata.
Uno spiraglio si è aperto in materia fiscale. La questione e nota: non c'è moneta unica e non c'è neppure mercato unico se non c'è un qualche coordinamento per una parte almeno dei nostri tributi. E non è possibile fare passi avanti, se ogni decisione dovrà essere sempre presa all'unanimità.
Ebbene, i componenti britannici della Convenzione (è sempre stato il Regno Unito il primo nemico del voto a maggioranza) hanno continuato anche questa volta a difendere l'unanimità. Ma abbiamo capito che, se non se ne chiede a loro ufficiale conferma, il ragionamento che si è avviato potrà proseguire. E il ragionamento è molto semplice: scriviamo esplicitamente che alcuni tributi, per primi l'imposta personale sul reddito e l'imposizione sui beni a immobili, neppure indirettamente potranno essere toccati da decisioni a maggioranza. E indichiamo, su questa premessa, i diversi tributi per i quali si potrà invece decidere a maggioranza, in ragione della loro incidenza sul funzionamento del mercato comune.
Lo so, non è la prima volta che se ne parla. Ma lasciatemi pensare, come dice il Presidente Giscard, che la Convenzione, anche quando non conclude, riesce almeno ad avanzare là dove altri si erano fermati.
top |
| Rassegna stampa | 2° governo Amato | Info & Feedback | Links politici | |