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LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
Quasi cinquant'anni fa fu il Trattato di Roma che dette i natali alla Comunità europea. Ci
riuscirà l'Italia ad ottenere che sia un secondo Trattato di Roma a dare i natali alla Costituzione della nuova Europa?
L'Italia avrà la presidenza dell'Unione nel secondo semestre del 2003 e solo se la Conferenza Intergovernativa dei Capi di Stato e di Governo che dovrà esprimersi sul lavoro
della Convenzione si farà in tale semestre potremo intitolare a Roma questo secondo avvento europeo. Altrimenti se lo intitoleranno gli irlandesi, e quindi Dublino, che avranno la presidenza dopo di noi.
Il Governo italiano se ne preoccupa da quando il processo è cominciato. Fu l'Italia a volere per prima che la Convenzione concludesse al massimo entro il giugno 2003 (alla vigilia, appunto, del nostro semestre di presidenza) ed è l'Italia a chiedere ad ogni incontro rassicurazioni sul rispetto del calendario. E rassicurazioni ne ha avute diverse: dal Presidente della Convenzione Giscard, che ho visto brindare con il nostro Presidente del Consiglio al secondo Trattato di Roma, dal Presidente francese Chirac quando è venuto a Roma, dal Cancelliere tedesco Schroeder quando Berlusconi è andato a trovarlo giorni fa a Berlino.
E tuttavia il problema è ancora aperto e a tenerlo aperto sono i dieci paesi candidati che, nell'aprile 2003, stipuleranno i loro accordi di ingresso nell'Unione. Questi accordi—essi dicono—dovranno essere ratificati da tutti i vostri Parlamenti e noi saremo formalmente e legalmente membri dell'Unione solo dopo tali ratifiche: sin da ora si sta infatti convenendo che lo saremo nel maggio 2004. E allora, se voi fate una Conferenza intergovernativa nel secondo semestre 2003 che cambia quei Trattati che nel frattempo noi avremo già accettato, ci troveremo poi a dover accettare le modifiche, non avendo partecipato alla Conferenza. È vero che voi siete stati così gentili da farci partecipare alla Convenzione che le modifiche le sta preparando. Ma poi a decidere sarà appunto la Conferenza dei Capi di Stato e di Governo e ci mettereste nella condizione di europei di serie B tenendola senza di noi e facendoci poi firmare il nuovo testo senza aver concorso alla sua formale approvazione . Quindi—mi ha detto giorni addietro a Varsavia il Primo Ministro polacco Miller—la Conferenza sia fissata nel maggio 2004. E addio secondo Trattato di Roma.
I paesi candidati hanno le loro ragioni, tanto più comprensibili se si tiene conto dei malumori delle loro opinioni pubbliche verso un'Europa che per farli entrare sta pretendendo da loro molto di più di quanto mai abbia preteso dai suoi attuali Stati membri, sia sul terreno delle armonizzazioni legislative che su quello, pesantissimo, dei vincoli di bilancio. C'è addirittura chi pensa che la Commissione si scarica su di loro vendicarsi delle frustrazioni che subisce quando tenta senza successo di mettere le briglie ai bilanci dei paesi più forti, come Francia e Germania. Questa mi sembra una cattiveria di troppo, ma la riferisco perché concorre anch'essa a dare il senso di un clima e quindi a spiegare l'insofferenza dei paesi candidati per tutto ciò che possa ribadire l'esistenza di due metri diversi, uno per loro ed uno, più favorevole, per gli attuali componenti dell'Unione.
Dall'altra parte anche l'Italia ha le sue ragioni, che non sono solo quelle, tutte ed esclusivamente sue, della gestione italiana della Conferenza e dell'orgoglio di legare a Roma la nuova Costituzione. Dico subito che anche queste sono a mio avviso ragioni legittime, meritevoli di essere condivise al di là e al di sopra degli schieramenti politici. Primo: non tutti sanno che l'Italia non è solo uno dei paesi fondatori, ma è anche quello che custodisce sin dalla fondazione tutti gli originali degli atti comunitari, a partire dal Trattato di Roma e proprio in ragione di esso. L'Europa, quindi , è simbolicamente radicata a Roma e volere da parte nostra che lo rimanga anche per il futuro è più che comprensibile. Secondo: gestire la Conferenza intergovernativa significa fare un delicato lavoro di tessitura dei consensi prima che essa si apra e durante il suo svolgimento, senza il quale si rischia quello che per esperienza sappiamo essere l'andamento più rovinoso, e cioè il negoziato dell'ultima ora fra i primi ministri con pezzi di carta improvvisati. Ebbene, ai fini di quel lavoro di tessitura, l'Italia dispone di un servizio diplomatico che è fra i più capaci e fra i più preparati d'Europa. Quindi non è neppure interesse solo suo che la Conferenza si imperni su di esso.
E questo ci porta alle ragioni non soltanto italiane che militano a favore dello svolgimento della Conferenza entro il 2003.1 governi dei paesi candidati hanno certo i loro problemi con le loro opinioni pubbliche, ma anche da noi i problemi non mancano. Le posizioni ostili all'allargamento sono fortunatamente minoritarie (anche se forse crescenti), ma è di sicuro diffusa e fondata la preoccupazione che le istituzioni europee, così come sono, non siano in grado di funzionare passando da quindici a venticinque e più membri. Venne del resto da qui la spinta a creare la Convenzione e a darle il mandato su cui essa sta lavorando e se c'è una cosa sicura è che nei nostri Parlamenti la certezza sulle riforme istituzionali di cui l'Europa ha bisogno è pregiudiziale al via libera all'allargamento. Non è quindi allo stesso tempo prudente e corretto metterli in condizione di avere davanti la Costituzione convenuta in sede di Conferenza intergovernativa prima di chiamarli a ratificare gli accordi di adesione? Il calendario caldeggiato dall'Italia consente appunto questo: la Convenzione formula le sue proposte nel giugno 2003, la Conferenza si fa nel successivo semestre italiano e perciò entro il dicembre 2003, i Parlamenti ratificano gli accordi di adesione nei primi mesi del 2004 e si arriva al 1 maggio 2004, data alla quale si è già pensato per il formale ingresso dei paesi candidati.
Si disattendono così le esigenze di tali paesi? No, è possibile tenerne conto così come si fece negli anni '80 con Spagna e Portogallo per la
Conferenza intergovernativa che approvò l'Atto unico europeo dopo la loro adesione, ma prima della data del loro ingresso formale nella Comunità. I loro rappresentanti furono ammessi a partecipare alla Conferenza e quando l'Atto unico fu firmato nel febbraio 1986 erano già formalmente e membri e concorsero alla firma. Lunedì scorso, il Consiglio dei Ministri europei ha convenuto sulla possibilità che i dieci candidati "partecipino pienamente" alla futura Conferenza intergovernativa. L' interpretazione più assennata di questa formula è che si tratti di ribadire quel precedente (con in più l'esperienza della Convenzione, dove neppure ci accorgiamo se chi parla rappresenta li uno Stato membro o candidato). Si potrà fare così la Conferenza nel semestre italiano, mentre a, la firma potrebbe poi andare al maggio 2004, quando tutti i venticinque potranno apporre la propria.
Speriamo che in tutti prevalga il buon senso.
A beneficiarne non sarà solo il gusto del nostro
Presidente del Consiglio a fare da cerimoniere di
grandi eventi europei ed oltre.
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