LETTERE DALL'EUROPA

Cambiare l'Unione, ma senza danni

Il Parlamento Ue sbaglia quando critica la riforma di Romano Prodi. La Commissione ha un uolo chiave e non deve scaturire solo da una maggioranza politica. I tempi non sono ancora maturi per un passaggio della Ue al governo parlamentare.

di Giuliano Amato
8 dicembre 2002

Questa settimana Romano Prodi ha presentato al Parlamento europeo le idee della Commissione sull'assetto futuro delle istituzioni. Ha riscosso consensi, ma su una delle proposte centrali—eleggere il Presidente della stessa Commissione dal Parlamento con una maggioranza di due terzi—sono stati critici proprio i parlamentari. Che siamo noi a eleggerlo—dicevano—è esattamente quello che vogliamo. Ma la maggioranza dei due terzi è troppo alta. Se elezione deve essere, sia a maggioranza, punto e basta.

Non è una questione da poco e non è solo di numeri. E' piuttosto la cantina di tornasole del punto di svolta a cui stanno giungendo le istituzioni europee, oggi a metà del guado fra l'ibrido sistema attuale e una possibile forma di governo parlamentare. Donde la delicatezza delle scelte che si faranno e la consapevolezza che è necessaria degli effetti che ne potranno venire.

Mi spiego: nel sistema attuale la Commissione deve la sua forza al ruolo che i Trattati le assegnano di guardiana degli stessi Trattati e dell'interesse europeo.

Si ha fiducia nella Commissione perché i suoi componenti, ancorché designati ciascuno da uno Stato membro, non stanno lì a rappresentare chi li ha designati, ma devono farsi guidare, appunto, dal solo interesse europeo. E lo stesso vale anche rispetto alle maggioranze politiche che possono prevalere negli Stati o all'interno del Consiglio o del Parlamento europeo. La Commissione non ne è mai l'espressione.

È su questa premessa che i Trattati riconoscono alla Commissione il monopolio dell'iniziativa legislativa, monopolio che è forse la fonte maggiore del peso attuale della Commissione, senza il cui imprimatur, basato appunto sulla coerenza con l'interesse europeo) nessuna proposta viene messa al via. È sulla medesima premessa che il Consiglio dei Ministri, per approvare emendamenti del Parlamento che abbiano avuto un parere negativo della Commissione, deve votarli all'unanimità, altrimenti prevale quel parere negativo. Ed è ancora su questa premessa che si cerca oggi di rafforzare il ruolo della Commissione nel governo economico, con le proposte di cui ho parlato io stesso su queste colonne: sia la Commissione—dicevo—a mandare gli “avvertimenti” agli Stati che stanno per "sforare” con i loro bilanci, perché in Consiglio può prevalere il negoziato politico fra i Ministri dei diversi paesi, mentre la Commissione è al di sopra degli interessi politici.

Può piacere o non piacere, ma è indiscutibile che c'è un rapporto fra il processo di nomina del Presidente e la solidità e congruità dell'armamentario di cui la Commissione dispone oggi e di cui potrebbe ancor più disporre domani. Oggi il Presidente scaturisce da un processo di concorde designazione da parte degli Stati membri, che il Parlamento europeo rafforza con un voto di fiducia. Ed anche se il prescelto è, in genere, una figura con connotati politici, né la nomina da parte dei governi, né il voto Parlamento sono espressivi di un mandato politico. Ebbene, ciò che da tempo si chiede è che in futuro il Presidente lo scelga invece direttamente il Parlamento europeo e—molti aggiungono— che la scelta sia fatta sulla base dei risultati delle elezioni dello stesso Parlamento e tra i candidati indicati dalle forze politiche nella campagna elettorale. Immaginiamo che ciò accada: qualcuno pensa davvero che una Commissione con un Presidente così eletto potrebbe conservare il monopolio dell'iniziativa legislativa e avere tutti gli altri poteri che presuppongono il suo ruolo di guardiana imparziale dei Trattati?

Con felice incoscienza, diversi parlamentari europei sembrano per il momento pensarlo, tant'è che accoppiano la proposta di elezione politica del Presidente al mantenimento e magari anche all'ampliamento di quei poteri. Ma è evidente che non potrebbe essere così, perché le istituzioni hanno una logica e questa logica alla fine prevale. Un Presidente eletto da una maggioranza politica trova la forza delle sue iniziative nel sostegno di questa maggioranza, non in norme di Trattato o di Costituzione che gliene danno il monopolio. Non ci vuol molto a capire, e arriverebbero presto a capi tutti i parlamentari europei, che davanti alla prospettiva di un Presidente di opposto colore politico, è meglio per ciascuno avere un proprio potere di iniziativa e non essere tutti nelle mani della Commissione. Non parliamo poi degli irrigidimenti che potrebbero venire dai Governi davanti al rafforzamento di altri poteri.

E qui si coglie il senso del guado a cui siamo e della delicatezza delle scelte in questa fase dell'attraversamento: si pensa che i tempi siano maturi per un passaggio alla forma di governo parlamentare, nella quale gli Stati membri sono direttamente rappresentati soltanto nella seconda camera legislativa, mentre il governo viene tutto giocato sul duo Parlamento-Commissione? E allora avanti con l'elezione parlamentare e politica del Presidente della Commissione, pronti ad affrontarne e a gestirne tutte le conseguenze, compreso il ridimensionamento dei poteri formali di oggi, che sarebbero sostituiti dalla forza politica. Si pensa che i tempi non siano ancora maturi? Allora si eviti per ora di inclinare troppo lo scivolo e si salvaguardino per il prossimo futuro i poteri che la Commissione ha usato sino ad oggi con efficacia.

La proposta di Romano Prodi si mostra chiaramente consapevole di questo dilemma e la prudenza con la quale lo affronta sta proprio nell'elemento che ha suscitato tante critiche nel Parlamento europeo: la maggioranza dei due terzi. È vero infatti che la politicizzazione del Presidente non deriva, di per sé, dalla elezione del Parlamento (da noi il Parlamento elegge anche i giudici costituzionali!), ma dall'indole politica o non politica della espressione delle candidature e della maggioranza che poi le vota. Importante è che tutto questo lo si capisca e che non ci sia l'illusione—coltivata purtroppo da tanti dei miei interlocutori—che si possa volere insieme tutto e il contrario di tutto.

Una notazione finale, a cui mi spinge l'analogia fra il dilemma di cui ho parlato sinora e quello che potremmo presto trovarci davanti in Italia, a proposito del nostro Presidente della Repubblica. Gli italiani amano Ciampi, però vedono in lui un uomo animato solo dalla sua saggezza, dalla sua grande competenza, dal suo amore per l'Italia, dal suo essere al di sopra e al di fuori delle partigianerie politiche. Di sicuro sarebbero felici di eleggerlo direttamente, ma stiano attenti quando e se verrà loro proposta l'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Loro magari penserebbero a un Ciampi, ma a meno che Ciampi stesso non sia candidato, il procedimento di elezione diretta favorisce naturalmente la selezione e soprattutto la vittoria candidati diversi da lui: di capi politici contrapposti ad altri capi politici, secondo una logica che cancellerebbe pei futuro l'identikit del Presidente amato dagli italiani.

Anche qui, dunque, attenzione: tutto e il contrario di tutto non possiamo illuderci di averli insieme. insieme.





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