|
LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
Con l'avvicinarsi delle scelte decisive sul futuro costituzionale europeo si moltiplicano le prese di posizione dei governi, assai di frequente con documenti comuni di questo e di quel
lo. Perché lo fanno, visto che c'è la Convenzione e c'è quindi l'aspettativa che quelle scelte scaturiscano questa volta dal più largo concorso di volontà che essa rappresenta, dal Parlamento Europeo ai Parlamenti nazionali? Lo fanno perché sanno che le proposte della Convenzione, sebbene formalmente non vincolanti, avranno un peso non facile da ignorare quando si riunirà la Conferenza Intergovernativa che dovrà decidere. E per questo cercano fin d'ora di esercitare la loro influenza. Sono sempre loro, dopotutto, i «Signori dei Trattati» e i loro documenti sono lì i ricordarlo: per le intese che esprimono e per i segnali che con essi gli uni lanciano agli altri su punti delicati di possibile disaccordo. Un recente documento del Benelux è stato inteso come il segnale di guerra dei piccoli Stati
contro l'elezione di un Presidente forte del Consiglio Europeo, proposta da Regno Unito, Francia e Spagna.
In questo gioco di alleanze preventive e di preventivi posizionamenti, che cosa dovrebbe fare l'Italia? In passato l'Italia ha ceduto a due diverse tentazioni. La prima era quella di non prendere posizione, aspettare che lo facessero gli altri e quindi mettersi in mezzo come mediatore. E una cosa che non mi è mai piaciuta, che ha contribuito a mantenere per anni pallida la nostra immagine e che fortunatamente è quasi interamente scomparsa.
L a seconda tentazione, più rara ma ancora ricorrente; è stata ed è quella di cercare assi alternativi a quello che appare regolarmente come il più forte, l'asse franco-tedesco. E una tentazione di sicuro meno remissiva dell'altra, ha illustri precedenti, ma è un fatto che quando l'abbiamo seguita siamo regolarmente rimasti in un angolo soli.
E' dai tempi di Saragat e di Nenni che insegniamo il sogno di un asse italo-inglese che si contrapponga a quello franco tedesco. In astratto è sempre apparso un perfetto disegno di bilanciamento. In concreto non ha mai tenuto conto della storica ambivalenza britannica verso l'Europa (l'ambivalenza di chi sta coi piedi dentro, ma con
le mani libere fuori) e quindi della diversità dei nostri rispettivi interessi; diversità che alla fine veniva fuori, ma a quel punto ci lasciava isolati dagli altri. Ora le cose oltre Manica sono di sicuro cambiate. Personalmente penso che per la prima volta nel dopoguerra c'è nel Regno Unito una classe dirigente che crede davvero nel futuro europeo. So che non tutti la pensano come me e molti, fra gli europeisti convinti, continuano a vedere, dietro Tony Blair il fantasma di Lady Thatcher. Vi sbagliate—dico io—è vero che l'Europa a cui pensano loro è più cooperativa e meno integrata di quella a cui pensiamo noi. Ma hanno comunque capito che l'Europa conviene anche a loro e questo è un nuovo inizio nei rapporti intra-europei.
Detto questo, però, non arriverei al punto di rinnovare la scommessa di Saragat e di Nenni, perché, nonostante tutto, finirebbe nel modo che già conosciamo. E la ragione non solo è prevedibile, ma l'ha esplicitamente enunciata la stessa nuova dirigenza inglese. Lo ha
fatto pochi mesi fa su «Le Monde» uno dei suoi esponenti più accreditati a Downing Street, Peter Mandelson, il quale ha scritto che è tempo per il suo Paese di entrare mani e piedi in Europa, perché attraverso l'Europa si potrà realizzare quello Stretto concerto fra Regno Unito, Francia e Germania, che permetta a tutti e a ciascuno (dei tre)
di esercitare un ruolo più forte nel mondo. Ed eccola dunque rispuntare, per
quanto ci riguarda, la solita fine della storia: noi ci Sporgiamo verso gli inglesi, loro ci stanno e così facendo rafforzano la loro posizione negoziale verso francesi e tedeschi, poi si mettono d'accordo con loro e a noi lasciano la scelta fra marciapiede e l'aggregazione come ultima ruota del carro.
Voglio ripetere che questo non modifica la mia positiva valutazione del cambiamento che ha preso a intervenire in Gran Bretagna e quindi la mia convinzione che meriti prenderlo sul serio. Per quanto riguarda il mio Paese, però, penso che il posizionamento migliore non sia la ricerca di improbabili alternative all'asse franco-tedesco ( che—sia detto per inciso—ha già cominciato a bardare la Convenzione con una serie di documenti ed altri ne sta promettendo), ma la riconduzione di questo stesso asse a una posizione comune che, in una fase costituente legata a un allargamento senza precedenti, avrebbe un grande valore simbolico e politico: una posizione comune dei sei paesi fondatori.
Sono i sei paesi che fondarono la Comunità Europea, Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda, i costruttori delle architravi su cui ancora oggi si regge largamente l'architettura europea. Grande può essere perciò l'autorevolezza di un loro documento comune che dica oggi quali parti di questa architettura possono sopravvivere alla piccola Europa di allora e quali invece hanno assoluto bisogno di essere cambiate per reggere il peso
dell'Europa tanto più grande di domani, senza che ci perdiamo per la strada missioni collettive e diritti dei cittadini nel frattempo proclamati con toni e impegni solenni. In diversi dei documenti governativi che vedo arrivare emerge su tutto la grande preoccupazione di chi li ha scritti di far salve condizioni che facilitano oggi la tutela dei propri interessi.
Ma funzioneranno quelle stesse condizioni nell'Europa allargata di
domani? E soprattutto permetteranno alla stessa Europa di funzionare? I paesi fondatori hanno in quanto tali una speciale responsabilità e in più costituiscono un nucleo nel quale sono paritariamente rappresentati i grandi e i piccoli paesi, e cioè le due categorie di attori da cui cominciano a emergere le contrapposizioni più forti, dal tema della Presidenza del Consiglio a quello del numero dei componenti della Commissione. Da loro dunque ci si può aspettare che si concentrino proprio sulle domande lasciate dagli altri senza risposta e
che indichino le linee e i principi irrinunciabili per realizzare in futuro
gli obiettivi che concordemente assegniamo all'Europa. E il loro ruolo sarà tanto più rilevante, quanto più risulterà assistito dalla lungimirante convinzione che, sia pure con alterne vicende, in primo luogo essi hanno fatto valere nei trascorsi decenni: quando si cambia, i passi non possono essere più lunghi delle gambe, ma c'è modo e modo, e c'è impegno e impegno, nell'allungare ciascuno le proprie. Loro, i fondatori, devono far
capire di essere pronti a farlo per primi e a mettersi in testa al plotone, se altri si attardano là dove è necessario procedere.
Il Presidente Ciampi, scrivendo settimane fa ai suoi colleghi degli altri cinque Paesi fondatori, ha aperto la strada perché l'Italia si faccia promotrice di una tale posizione comune. Il Governo sembra orientato a seguirlo e non c'è ragione perché il centro-sinistra la pensi diversamente. Un' Italia concorde su questo percorso europeo, magari in base a un rinnovato impulso del Parlamento, sarebbe davvero un buon inizio di un anno difficile.
top |
| Rassegna stampa | 2° governo Amato | Info & Feedback | Links politici | |