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LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
E così, grazie all'Ulivo prima
e subito dopo a Gianfranco
Fini che ha positivamente
salutato l'iniziativa dell'opposizione,
è tornata all'ordine del giorno
l'idea di un referendum
per approvare l'anno
prossimo, quando si voterà
per il Parlamento
di Strasburgo, la nuova
Costituzione europea.
Sarebbe un peccato se
questa convergenza fra
Ulivo e Fini portasse
non al successo, ma alla
sepoltura dell'idea,
in un Paese dove di dialogo
si può incolpevolmente
morire.
Ad occhi europei, infatti,
rimettere in pista
la questione appare invece
come un merito comune,
perché non parlarne più
(dopo averne tanto parlato quando
la Convenzione iniziò a lavorare)
era un mastodontico errore. Non
tanto e non soltanto per le ragioni
di principio che spingono molti a
ritenere essenziale un voto dei cittadini
su quella che sarà, non una
delle tante modifiche dei Trattati
europei, ma una vera e propria
Costituzione, fatta per
loro e in nome anche
loro (oltre che degli Stati
membri). Quanto e soprattutto
perché il referendum
non sparirebbe
dall'orizzonte continuando
a tenerlo sotto
il tappeto, ma alla fine
ci sarebbe comunque in
quasi la metà degli Stati
dell'Unione, dove è previsto
fin d'ora che verrà
organizzato.
Con quali conseguenze,
se lo stesso non accadrà
anche negli altri?
Nessuno ne parla, ma il
problema è proprio questo, non
quello, prediletto dagli accademici,
sui modi per organizzare un unico
referendum europeo.
Siccome la differenza fra i due problemi non è chiara a tutti,
conviene spendere qualche parola per chiarirla.
Il referendum europeo (un tema—intendiamoci—tutt'altro che disprezzabile) è stato ripetutamente affacciato, ma va incontro a difficoltà tecniche e politiche insieme che nessuno sembra in grado di risolvere in tempi brevi. Di che si tratterebbe, infatti? Si tratterebbe di organizzare in tutta Europa e con un'unica decisione valida per tutti gli Stati membri un referendum fra tutti i cittadini europei sul sì o no alla nuova Costituzione. Ma è legittimo, in base ai trattati esistenti, innestare un tale referendum sulle procedure che oggi governano le modifiche degli stessi trattati e che prevedono soltanto l'approvazione da parte dei governi riuniti nella Conferenza Intergovernativa e poi le ratifiche di tutti i parlamenti nazionali? Non occorrerebbe adottare prima una modifica di tali procedure, allo scopo di aggiungere, magari per questo solo caso, il referendum? Ma anche a prescindere da questo e anche ammesso che lo si possa fare, chi potrebbe prendere la decisione di organizzarlo? E come si dovrebbero poi contare i voti, Paese per Paese, unitaria-mente a livello europeo, oppure stabilendo una doppia maggioranza, di corpi elettorali nazionali e di popolazione europea?
E' l'accademia sinora che si è avventurata su queste domande, mentre la politica, salvo una coraggiosa pattuglia di parlamentari europei che ha avanzato le sue proposte, ha preferito ignorarle.
Per sfuggire alla necessità di modifiche procedurali che incontrerebbero chissà quanti ostacoli e costerebbero chissà quanto tempo (dovrebbero, da sole, andare a una apposita Conferenza Intergovernativa e poi avere la ratifica di tutti i parlamenti), si è detto che le procedure esistenti non possono—è vero—essere alterate, ma tollerano elementi aggiuntivi. Ci si potrebbe allora accontentare di un referendum non formalmente vincolante, che in quanto tale sarebbe puramente aggiuntivo. Tanto poi—si dice—quel che conta è la sostanza politica del voto. Su queste premesse, la stessa Conferenza Intergovernativa che dovrà approvare la nuova Costituzione potrebbe decidere di farlo. Ma è poi davanti al come farlo che compaiono i problemi più intricati, quelli che ho già ricordato sulle difficili scelte per la conta dei voti. In più, naturalmente, ci sono le inquietudini politiche sul dopo-voto: che cosa succederebbe nei Paesi dove prevalesse il no? E quali sarebbero le conseguenze negli stessi Paesi del sì, dal momento che, oggi come oggi, per l'entrata in vigore della nuova Costituzione occorre comunque il consenso di tutti (attraverso le ratifiche dei parlamenti nazionali)?
È facile capire come mai gli accademici si sbizzarriscono in possibili risposte, mentre i politici preferiscono che dell'argomento si parli il meno possibile. Sarà pure democratico far votare la Costituzione europea dai cittadini europei, ma cacciarsi da soli nei guai che possono venirne è più eroico di quanto la politica induca a essere. La patata è troppo bollente.
Il fatto si è che il problema—come dicevo—ci sarà in ogni caso e se lo troveranno davanti anche gli struzzi che oggi mettono la testa sotto la sabbia. E la ragione è semplice: sappiamo già che un referendum lo faranno comunque, ciascuna per conto proprio e sulla base quindi di decisioni nazionali, l'Irlanda, la Danimarca, la Svezia, la Polonia, le Repubbliche baltiche, più anche altri fra i nuovi Stati membri. E la patata bollente rimbalzerà così nelle mani di tutti. Come prepararsi allora a questa prospettiva? Impegnare l'Europa in una problematica procedura per organizzare il referendum europeo significa probabilmente andarsi ad arenare. Ma che ciascun Paese ne affianchi uno nazionale alle prossime elezioni europee è possibile ed è altresì auspicabile per le ragioni più diverse.
La prima ragione è che di sicuro ne sarebbero migliorati gli stessi contenuti della Costituzione, perché i governi che li dovranno decidere, sarebbero indotti alle soluzioni più capaci di catturare il consenso dei cittadini. Lo sanno benissimo che con i compromessi pasticciati e poco decifrabili quel consenso è assai difficile da ottenere. La seconda ragione è l'antidoto rappresentato dal possibile sì dei cittadini dei Paesi più piccoli. Contro un no,
sia pure minoritario, espresso direttamente dai cittadini di questo o quello Stato, il sì degli elettori italiani, francesi, tedeschi, spagnoli varrebbe certo di più di quello che sicuramente verrà dai loro Parlamenti. Non tutti sanno, fra l'altro, che nei precedenti referendum su questioni europee la partecipazione elettorale è stata mediamente assai più alta di quella per il Parlamento europeo e, talora, per gli stessi parlamenti nazionali. Si tratterebbe dunque di un voto destinato a pesare.
Certo, alla fine il problema resterebbe comunque, se i referendum non fossero tutti positivi. Ma a quel punto di-penderà da come in concreto saranno andate le cose e non è detto che il no di qualcuno vada inteso come una frattura irreparabile. Potrebbe trattarsi, come è già accaduto in altre occasioni, di un no rimuovibile e il governo interessato potrebbe riprendere la questione in mano e organizzare un nuovo referendum. Nel frattempo la nuova Costituzione potrebbe non essere neppure congelata, ma entrare provvisoriamente in vigore per i Paesi che hanno detto si. Si vedrà. Ma siccome la partita è li, davanti a noi, usiamo tutte le carte per giocarla al meglio. E il voto dei cittadini più tradizionalmente europei è comunque la carta migliore. Prepariamoci dunque a metterla in gioco.
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