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LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
Sono stato a Berlino nei
giorni scorsi e ho parlato
con diversi e autorevolissimi
interlocutori, dal cancelliere
Schröder al ministro degli Esteri
Fischer, dall'ex
Presidente della Repubblica
Von Weizecker
all'ex cancelliere
Helmut
Schmidt. Non riferirò
qui quello che
mi hanno detto, ma
racconterò ciò che
io ne ho ricavato,
riflettendo sulle loro
parole e quindi
sul dramma —perché
di dramma si
tratta—che la Germania
sta vivendo
nella crisi attuale
del suo rapporto
con gli Stati Uniti.
La Germania democratica
del dopoguerra
è infatti
geneticamente legata
agli Stati Uniti, sente profondamente
tale legame ed è
consapevole che esso si inscrive
nel grande disegno di rafforzamento
su scala mondiale dei
principi di democrazia e di legalità
che l'America di Roosevelt
seppe allora costruire
all'insegna della migliore ispirazione
wilsoniana: i rapporti
internazionali non
più affidati alla forza
degli Stati, ma
alle regole delle
Nazioni Unite, la
libertà dei commerci
e l'equilibrato
sviluppo delle economie
sotto l'egida
di nuove istituzioni
sovranazionali,
quelle di Bretton
Woods, l'ammissione
infine
dei singoli Stati
(Germania compresa,
come tutti ricordiamo)
a questi
"fori" del governo
mondiale filtrata
attraverso la comprovata
condivisione
dei comuni principi.
Tante volte questi principi
sono stati violati o derogati nel
corso degli anni e lo sono tuttora.
Ma il tessuto sopravvive e il sistema rimane vitale se ed in quanto i protagonisti della scena mondiale rimangono fedeli a quello che ne è il senso più profondo : il passaggio da una precaria coesistenza segnata dagli impulsi unilaterali che ciascuno degli attori lancia sulla comune scena internazionale ad una strutturata cooperazione in cui, proprio in ragione dell'ordine internazionale che si è voluto costruire, ciascuno tiene conto delle ragioni e delle visioni degli altri. E qui la grandezza del disegno di Wilson, a cui, più di lui, poté dare corpo anni dopo Roosevelt. E la sua forza, che certo non ha mai escluso la forza delle armi, era ed è in primo luogo quella che hanno i principi di democrazia e di libertà quando abbiano lo spazio e il tempo per radicarsi.
E con questo impianto, non solo con la sua potenza, che nel ventesimo secolo l'America ha lasciato indietro l'Europa, maestra nel costruire equilibri e squilibri fra grandi e piccole potenze, maestra perciò nell' unilateralismo concertato, ma incapace per ciò stesso di progettare e sostenere
una così vasta e rinnovata costruzione comune. E' certo vero che anche l'America aveva ed ha dentro di sé le ragioni e le tentazioni dell'unilateralismo. Ma non è meno vero che per decenni la politica estera americana è stata governata da una equilibrata compresenza delle sue diverse fonti ispiratrici: qualcuno immaginosamente ha scritto che al timone sono generalmente stati, uno accanto all'altro, l'utopista Wilson, sinceramente attento alla crescita di una governance democratica mondiale, e il più realista e sbrigativo Jackson, che quando annusava un conflitto aveva sempre preferito estrarre Ia pistola e sparare per primo.
E qui Si arriva al problema di oggi: un conto è la compresenza dei due, un conto è che le finalità di Wilson risultino interamente affidate agli strumenti e alle azioni di Jackson. A parte il rischio che le finalità di Wilson in questo modo svaniscano (è difficile che la democrazia pianti radici a mano armata in Paesi in cui già hanno radici estremismi antagonisti e povertà), sono le fondamenta dell'ordine internazionale che vengono messe in crisi. Non Si può essere soltanto jacksoniani in un sistema costruito per intendersi con gli altri e per trovare soluzioni la cui legittimità riposa sul consenso non solo proprio, ma dell'istituzione comune. La contraddizione, e quindi la frattura, possono diventare insanabili. Ed è proprio la percezione della gravità di questa possibile frattura che ferisce al cuore un paese come Ia Germania, che ne è essa stessa attraversata: la sua conquista della democrazia, il suo ripudio dell'unilateralismo attraverso il radicamento in istituzioni sovranazionali, dall'Europa alle Nazioni Unite, tutto questo e' avvenuto con la promozione e il sostegno degli Stati Uniti. E ora come
È possibile che ci si trovi contro di loro?
La prima risposta è quasi di smarrimento. Ma i politici intelligenti (quelli che una volta chiamavamo statisti) sanno trovare la lucidità e la lungimiranza necessarie ad antivedere le conseguenze ultime da evitare e il modo per evitarle. Proseguendo su questo crinale, nella vicenda irachena ed oltre, è facile prevedere che gli Stati Uniti, spinti e sorretti dalla loro ormai smisurata superiorità militare, cadano sempre più nell'unilateralismo lasciandosi alle spalle l'ordine internazionale e le sue istituzioni. Come evitare che questo accada? Facendo appello noi stessi al wilsonismo che è comunque presente nell'anima di ogni americano, dimostrandoci noi stessi sinceramente e convintamente partecipi dei principi che lo ispirano, essendo credibili nel sostenere corsi d' azione eventualmente diversi, ma non in nome di fini (o peggio di secondi fini) diversi da quelli americani, besì in nome di quelli che ci accomunano. Solo così potrà esserci quel clima di fiducia reciproca, di disponibilità ad ascoltare e a convenire, che sono
Prerequisiti essenziali di ogni tessuto cooperativo.
E possibile tutto questo? E' possibile a due condizioni. La prima è che ci sia
il «noi» di cui prima parlavo, un noi che si chiama Europa e che non
appena si divide perde la possibilità di influire efficacemente sugli Stati Uniti: la divisione, ai loro occhi, rende poco influenti gli alleati scontati e potenzialmente ostili (perché vi leggono finalità
diverse dalle loro) gli altri. La
seconda condizione e' che quel
li di noi che coltivano sogni di grandezza, non solo nazionale ma anche europea, antagonisti agli Stati Uniti, li ripongano nel cassetto. Appartiene al passato, non al futuro, la visione dell'Europa come pantografo delle aspirazioni geopolitiche francesi. Ed al passato appartiene l'Europa come vendetta postuma contro l'America dei grandi perdenti del ventesimo secolo. L'Europa non sarà mai, e non dovrà essere, una fotocopia degli Stati Uniti. Ma se ha qualcosa di suo da offrire, da insegnare, da far condividere, questo qualcosa riposa sulle medesime radici, le nostre, su cui gli stessi Stati Uniti sono sorti. Questo significa che abbiamo ragioni per sentirci sulla stessa barca, non per opportunismo, ma perché la barca è nostra come loro. E allora ha senso discutere insieme in rotta.
Oggi siamo nel pieno di una crisi ed è facile scorgere nelle nostre azioni i segni delle nostre pulsioni antagoniste, dei nostri stessi unilateralismi. Può darsi che la frattura Si consumi e sarà frattura dell'ordine internazionale, frattura fra Europa e Stati Uniti, frattura entro l'Europa. Ma può anche darsi che questa stessa crisi e la lacerazione che sta provocando nell'anima tedesca ci spingano verso la strada indicata da chi, proprio in Germania, sa essere lungimirante. Per quanto mi riguarda, io continuo a lavorare per la Costituzione europea su questa premessa.
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