LETTERE DALL'EUROPA

Torna la tentazione per gli aiuti di Stato

Concorrenza, va fermata la tentazione per gli aiuti
E' giusto l'allarme del commissario Antitrust sulla centralità del mercato

di Giuliano Amato
2 marzo 2003

Mario Monti è inquieto davanti al dipanarsi della discussione sui primi articoli della Costituzione europea, quelli che riguardano gli obiettivi e le competenze dell' Unione futura. E per parte mia credo che abbia le sue ragioni. In questo momento siamo sovrastai da eventi e da dilemmi che prendono facilmente il sopravvento nell'attenzione dei più: c'è addirittura chi si chiede se l'Europa potrà sopravvivere alle divisioni provocate al suo interno da una prolungata attuazione da parte degli Stati Uniti dei disegni strategici di cui quello iracheno sarebbe solo un primo capitolo. E c'è chi si rivolge alla Convenzione e la invita a fermarsi, tanto distante dalla realtà sembra essere il compito inizialmente attribuitole di dotare l'Europa in primo luogo di una politica estera comune. È vero, al fondo di queste domande sono preoccupazioni che soltanto un incosciente potrebbe non condividere. Ma c'è anche un eccesso di pessimismo che finirebbe per autorealizzarsi se davvero ci si fermasse paralizzati davanti ai suoi scenari più foschi.

Monti fa bene a lavorare sulla premessa che ci sarà ancora un'economia europea e a chiedersi se gli europei sono ancora interessati ad averla ispirata ai principi della concorrenza: all'ombra delle grandi domande e dei grandi quesiti esistenziali, rischiamo infatti di scivolare verso un profondo cambiamento che, se avremo un futuro, ne muterebbe comunque pesantemente i connotati. C'erano voluti anni perché in Europa, o almeno nell'Europa continentale, la concorrenza prendesse piede, soppiantando la cultura dello statalismo, della cartellizzazione delle imprese, delle licenze esclusive che—per ragioni storiche diverse—aveva segnato la crescita industriale dei nostri maggiori Paesi. La stessa Comunità europea l'aveva inizialmente accettata fra mille eccezioni (l'agricoltura e la stessa industria, per la quale i cartelli di crisi erano sempre ammissibili), vedendola soprattutto non come un principio in sé, ma come un grimaldello per scardinare la frammentazione dei nostri mercati nazionali e quindi come uno strumento per realizzare la costruzione del mercato unico. Ma fu proprio in questo ruolo che la concorrenza prese quota, eliminando cartelli con cui le imprese si dividevano i mercati nazionali, bloccando aiuti di Stato che favorivano imprese nazionali, imponendo di smantellare monopoli autarchici là dove i consumatori potevano essere meglio serviti da una pluralità di operatori europei.

Fu nel clima creato dai successi della concorrenza nel processo di integrazione che il Trattato di Maastricht ne sanzionò poco più di dieci anni fa il valore di principio ispiratore fondamentale dell'economia europea: così diceva il nuovo articolo 3A (oggi articolo 4) allora approvato, mentre il nuovo articolo sulla politica industriale (che è oggi l'articolo 157) dava a tale politica la finalità non di difendere l'industria europea, ma di creare le condizioni per renderla competitiva. Per non parlare della moneta unica, che venne creata per rimuovere l'ultimo e principale fattore (il diverso valore delle nostre valute) che distorceva la concorrenza intraeuropea.

Ebbene, Monti si chiede giustamente se il clima in Europa è ancora quello di allora, o almeno se gli umori che sembrano oggi prevalere nella Convenzione riflettono ancora quel clima. È un fatto che le preferenze complessive, così come emergono dai testi proposti dalle grandi famiglie politiche e dai singoli componenti della Convenzione, guardano altrove. Non che la concorrenza sia ignorata (il Presidio l'ha inclusa tra le competenze esclusive dell'Unione, ovviamente per quanto riguarda il mercato unico), ma gli accenti vanno in altre direzioni: da una parte si sottolineano soprattutto gli obiettivi sociali che l'Unione dovrà perseguire e, su spinta non solo francese, la centralità di servizi pubblici il più possibile al riparo dalla concorrenza; dall'altra si avanzano proposte di recupero di poteri statali, dietro le quali si intravede un'aspettativa di ritrovata immunità per gli aiuti che gi Stati possono concedere alle loro industrie.

Non c'è dubbio, qualcosa è cambiato ed è cambiato proprio negli ultimi anni, se pensiamo che solo quattro anni fa a Lisbona il Consiglio europeo lanciò il progetto di un'Europa che voleva diventare l'economia. fondata sulla,conoscenza più competitiva del mondo. Di mezzo ci sono le sconfitte elettorali della sinistra in diversi Paesi europei, dove i voti che sono mancati sono stati spesso dovuti alle delusioni per privatizzazioni e liberalizzazioni che sono costate posti di lavoro non altrimenti compensati; ci sono i simmetrici successi di destre, più interessate a recuperare poteri a livello statale e spazi di tutela degli interessi nazionali che non a rafforzare la costruzione comune; e ci sono economie languenti, rispetto alle quali governi di destra e di sinistra sono spinti a mettere in campo le tradizionali tende a ossigeno. Certo si è che per la concorrenza si profilano effettivamente tempi difficili: ha senso un ritorno indietro? E se non lo ha, qual è il modo d evitarlo? Io sono fermamente convinto che un ritorno indietro sarebbe una iattura: nelle economie di mercato (e penso che nessuno ne abbia in mente di diverse) le regole della concorrenza sono fra gli strumenti più efficaci di cui disponiamo per evitare che a prevalere siano gli interessi dei più forti. E nella trappola del potere 'buono' ci siamo caduti troppe volte per non sapere che la cosa migliore è comunque difendere gli spazi di libertà.

Ma—èd è questo il punto—deve essere la libertà di tutti quella a cui il mercato viene aperto dalla concorrenza. Come disse già negli anni 30 Franz Boehm, uno dei grandi ordo-liberal tedeschi che sono all'origine dell'antitrust europeo,. o il mercato riesce a dimostrarsi inclusivo oppure perde legittimazione e sarà difficile farlo accettare dai più. E allora: la tutela della concorrenza è per definizione inclusiva, perché rimuove ostacoli e barriere poste da alcuni per impedire l'ingresso di altri. Ma ha bisogno di alleati, ha bisogno di ulteriori politiche, grazie alle quali possa essere percepito che per avere competitività non basta che un' impresa riesca a stare sul mercato, quale che sia il prezzo per coloro che ci lavorano (o ci lavoravano).

Serve altresì che competitivo sia ciascuno di noi e quindi ci si possa sentire 'inclusi' e in condizione di recuperare anche quando si perde un giro. E questo significa tante cose, dalla formazione la più diffusa possibile, al favore per l'innovazione, a una disciplina del fallimento che non ne faccia in ogni caso una condanna sociale. Tutte cose che in quel Consiglio europeo di Lisbona vennero dette e di cui la causa di Monti ha bisogno. Ma non sta lui ricordarle agli altri. Sono gli altri, partiti di destra e di sinistra e istituzioni nazionali ed europee, che devono dire a Monti e tutti noi se ci credono ancora.




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