LETTERE DALL'EUROPA

Unione, più delle visioni contano le scelte concrete

La Ue esige decisioni comuni, gli ideali dividono
Chi crede davvero nel progetto deve far prevalere la scelta europea rispetto alla propria visione

di Giuliano Amato
16 marzo 2003

La drammatica spaccatura che l'Europa sta vivendo attorno alla vicenda irachena — esprimiamo ogni tanto un indirizzo comune, poi ciascuno va per la sua strada e lo fa sino al punto che risultiamo contrapposti in sedi come l'Onu, dove pure dovremmo coordinare le nostre posizioni per obbligo espresso di Trattato — ci impone di mettere in chiaro una distinzione, che è cruciale, ma che tende a rimanere nascosta tra le pieghe dello stesso europeismo più convinto. La distinzione è quella fra la scelta europea e la visione europea che anima, in modi e con aspettative diverse, ciascuno di noi.

Per chi crede all'Europa e pensa che buona parte del nostro futuro dipenda da quanto e quanto bene sapremo realizzare delle finalità comuni attraverso l'Europa, è positivo ed importante che ad essa si leghino visioni di questo stesso futuro segnate da principi e da fini in cui crediamo. Come potremmo far crescere altrimenti l'idea di Europa, la convinzione appunto che di essa abbiamo bisogno per realizzare le cose, o almeno alcune delle cose in cui crediamo?

Il fatto si è, però, che non siamo d'accordo sino in fondo, anzi siamo forse d'accordo poco più che a metà, su ciò che ci aspettiamo dall'Europa. Siamo d'accordo su di essa come cornice della conquistata pace fra noi europei, dell'integrazione fra i nostri mercati nazionali, della libertà di passare da un Paese all'altro senza più frontiere, dei principi di democrazia a cui tutti ispiriamo i nostri ordinamenti interni, della maggiore protezione sociale (ma forse questo è già meno unanime) che ci siamo conquistati rispetto ad altri.

Non è poco e su queste fondamenta abbiamo costruito un edificio comune ricco di istituzioni, di regole e di politiche che tutti accettiamo.

Ma al di là di questo ci sono fra noi europei visioni diverse, con diversità che a volte sono solo di accenti, a volte sono di vera e propria sostanza. C'è chi pensa all'Europa come un eden delle diversità e della convivenza incontrastata fra etnie e religioni diverse, c'è chi pensa a una Europa soltanto cristiana. C'è dunque chi pensa che l'Europa si stia già allargando al di là dei suoi naturali confini, c'è chi neppure risponde alla domanda sui confini che prima o poi dovremo tracciare. C'è chi pensa a un'Europa nella quale il prius è la difesa del modello sociale al quale siamo arriva-ti, c'è chi pensa a un'Europa che si adegui alla flessibilità dei costi e delle tutele che comunque prevale sui mercati globali. C'è chi pensa a un'Europa che va alla guerra con gli Stati Uniti, c'è chi pensa a un Europa che difende la pace contro gli Stati Uniti.

Si dirà: ma queste sono naturali differenze di visione politica, differenze non diverse da quelle che riscontriamo all'interno delle comunità nazionali, dove esse rappresentano anzi la linfa della dialettica fra gruppi sociali, opinioni collettive, maggioranze e minoranze. È vero, verissimo, ma non sempre ci rendiamo conto di quanto siano diverse le implicazioni di queste differenze in contesti consolidati come quelli nazionali rispetto a quello specialissimo contesto che è, almeno oggi, l'Europa. All'interno dei nostri Stati ci divi-diamo, si forma una maggioranza, la maggioranza va avanti per la sua strada e lo Stato bene o male sopravvive. Nessuno ne mette in dubbio l'esistenza o, salvo casi eccezionalissimi, ne blocca i gangli vitali perché non condivide quella strada.

L'Europa non è così, è molto più fragile, dipende molto di più per il suo stesso funzionamento dal consenso di tutti gli Stati che ne fanno parte. Sì, è arrivata a decidere in molti casi a maggioranza, ma laddove decide a maggioranza la distanza fra chi dice sì e chi dice no è sempre ragionevolmente piccola. Laddove le diverse posizioni possono sottendere "visioni" diverse, quasi sempre il voto è ancora oggi all'unanimità e in certi casi—si pensi proprio alla politica estera—può addirittura mancare l'obbligo di arrivare al voto di una scelta comune. Nella sua disciplina attuale, la politica estera europea non prevede neppure che i nostri Stati siano chiamati a decidere, sia pure all'unanimità, se ritengono o non ritengono che una questione come quella irachena sia di interesse comune. E, infatti, in tutti questi mesi non hanno mai dichiarato che lo fosse, nonostante la sua ineguagliata rilevanza geopolitica e il suo peso cruciale ai fini della nostra relazione i transatlantica.

Per il normale cittadino può ben essere un'incomprensibile stravaganza e di sicuro lo è. Ma ci serve a capire la fragilità dell'Europa, quando le diversità interne che la attraversano investono visioni e aspettative di particolare significato: a differenza dei nostri Stati, che queste stesse diversità le gestiscono e le assorbono nella dialettica che ben conosciamo, l'Europa semplicemente va in pezzi, perché ciascuno va per conto suo ed essa non c'è più, sparisce dalla scena. E sulla scena riprendono il sopravvento gli attori nazionali.

È davanti a questa drammatica fragilità che dovrebbe pesare la chiara consapevolezza della distinzione fra scelta europea e visione europea. Chi davvero crede all'Europa dovrebbe sempre far prevalere la scelta europea, e quindi la scelta di far funzionare l'Europa, di concorrere ad una sua decisione comune (anche se non interamente condivisa), se il prezzo è altrimenti che essa si squagli. Di sicuro quelli fra di noi che sono meno europeisti non sono pronti a tanto. Ma lo sono almeno gli europeisti più accesi? Oppure vale per tutti la regola che l'Europa verrà messa in condizione di rafforzarsi, solo se e in quanto si rivelerà di volta in volta coerente con le loro visioni di merito?

Ho molto apprezzato giorni addietro Tommaso Padoa Schioppa, europeista di razza, che, proprio in questi termini, poneva la questione in uno dei suoi articoli e arrivava alla mia stessa conclusione: io, europeista, preferisco una decisione europea che non mi soddisfa rispetto allo sparpagliamento degli Stati membri, anche quando soltanto in alcuni di essi posso trovare, nella sua integrità, la posizione in cui mi riconosco.

È così,e lo è non in nome di un fideistico amore per l'istituzione europea, ma per una verità che nei momenti caldi viene regolarmente dimenticata: le visioni e le finalità per le quali pensiamo all'Europa sono in ogni caso quelle rispetto alle quali dall'interno dei nostri Stati siamo impotenti. E quindi dell'Europa abbiamo comunque bisogno e dovremmo fare tutto ciò che serve per darle la forza necessaria a tradurre in realtà, se non oggi domani, le nostre aspirazioni.

Altrimenti queste le possiamo declamare, ripetere, urlare. Ma non basterà per lasciare sul mondo l'impronta di ciò che vorremmo.

Mai come in questi giorni ho avvertito in modo lancinante la dura verità di tutto questo. E mi è venuto in mente Garibaldi, che certo sognava un'Italia diversa da quella del re. Ma andò a Teano a consegnargliela, perché l'Italia cominciasse comunque ad esistere. E pensare che noi l'Europa la dovremmo invece consegnare a noi stessi.




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