LETTERE DALL'EUROPA

L'Unione sconfitta guardi oltre Saddam

Francia e Germania non hanno cercato un consenso europeo, Blair alla fine ha rinunciato a farlo affidandosi al collaudato «rapporto speciale»
L'Italia potrà fare molto nel semestre di presidenza se le sue parti politiche non vedranno la Ue come strumento di umilianti polemiche interne

di Giuliano Amato
23 marzo 2003

Lo ha scritto un giornalista americano: è difficile seguire un' Amministrazione che decide di ignorare le Nazioni Unite per rendere chiaro a Saddam Hussein che le Nazioni Unite non vanno ignorate; e che in nome della democrazia nel mondo decide unilateralmente una guerra per la quale non ha la maggioranza in quel Consiglio di Sicurezza che rappresenta quel poco di democrazia da cui il mondo dovrebbe farsi governare. Questa è di sicuro la premessa; ed è una premessa molto amara per chi ama gli Stati Uniti anche perché furono loro a volere, con le Nazioni Unite, un ordine mondiale al posto dell'unilateralismo statale. Ma noi, noi europei che cosa abbiamo fatto per evitare che questo accadesse, quando ci erano noti i disegni di questa Amministrazione, sapevamo quanto fosse forte la sua tentazione di realizzarli da sola e conoscevamo le difficoltà a ricondurla entro un quadro di lotta più condivisa al terrorismo internazionale e alle sue radici?

Francia e Germania si sono affrettate a dire «no» alla guerra, lo hanno detto loro stesse unilateralmente e senza preoccuparsi perciò di farlo condividere dagli altri paesi europei. Il no lo hanno poi gestito in modo crescentemente conflittuale con gli Stati Uniti, sino a viverlo, e a farlo vivere agli stessi Stati Uniti, come una ragione di rivalità, che bastava da sola ad escludere una ricerca comune (che pure, in una fase iniziale, sembrava delinearsi tra la Francia e Colin Powell , abbandonato invece al suo destino dopo la prima risoluzione dell'Onu).

Quanto al Regno Unito, esso si è invece sforzato, con Blair, di spingere prima e di tenere poi gli Stati Uniti sui binari dell'Onu. E per farlo si è mantenuto sin dall'inizio su una posizione molto vicina a quella americana, pensando giustamente di preservare così quel rapporto di reciproca fiducia che era una premessa essenziale per influire via via sulle scelte da farsi. Ma questa difficile posizione Blair ha voluto a sua volta gestirla da solo, contando su quel consolidato rapporto speciale che aveva sempre contraddistinto i britannici rispetto a tutti gli altri europei nei decenni trascorsi; un rapporto—bisogna dire la verità—su cui anche gli altri avevano contato in passato e che aveva fatto del Regno Unito un ponte in più casi utilissimo fra Stati Uniti ed Europa. Questa volta, però, non c'era l'Europa da questa parte del ponte e Blair ha finito per trovarsi isolato dalla parte di là. Come ha scritto un acuto commentatore inglese, alla fine la la sua era diventata una voce del dibattito interno all'Amministrazione di Washington; una voce perdente.

Blair si chiede che cosa sarebbe successo se Francia e Germania non avessero detto quotidianamente a Saddam che per quanto li riguardava la pistola che lo stesso Saddam aveva alla schiena non avrebbe sparato. Ma è altrettanto lecito chiedere a lui quanto più forte sarebbe stata la sua posizione se, anziché farla valere come ambasciatore di sé stesso, avesse provato a gestirla come ambasciatore d' Europa, preoccupandosi anche lui di evitare la spaccatura europea e quindi quella posizione così diversa di Francia e Germania.

La storia—lo sappiamo—non si fa con i se. E queste domande oggi hanno un senso, non per rinfocolare le polemiche a giochi ormai fatti, ma per dimostrare una indiscutibile verità: se davvero questa guerra unilaterale nessuno di noi la voleva, allora abbiamo perso tutti, inglesi e francesi, tedeschi e italiani. E non c'è neppure bisogno di distinguere fra chi era ed è contrario alla guerra in assoluto e chi avrebbe accettato un'azione militare dell'ONU. Così come sono andate le cose, noi europei abbiamo perso tutti.

E l'ora di prenderne atto. Ed è l'ora conseguentemente di cambiare strada, cessando di dare ciascuno prove di forza che si risolvono alla fine in dimostrazioni della nostra spaventosa debolezza davanti al gigante americano. E badiamo bene : cambiare strada non è provare a mettere insieme le precostituite posizioni di ciascuno, ma è soprattutto—come dice giustamente Joschka Fischer—costruire insieme qualcosa di nuovo, qualcosa che non abbiamo in realtà mai avuto, e cioè una visione geopolitica europea accompagnata da scelte ed impegni comuni sui diversi fronti, che la rendano credibile e attuabile.

Guardiamo in faccia la realtà: Bush una visione geopolitica l'ha enunciata e, soprattutto se avrà un non difficile successo militare in Iraq, sarà indotto ad attuarla con gli stessi mezzi anche nei confronti di altri. Del resto, è la guerra stessa ad avvitare una spirale negativa: è ben possibile che l'esperienza dell'Iraq induca altri non a disarmare, ma ad armarsi ancora di più (non mi stupirei se questo accadesse in Iran); e a quel punto gli Stati Uniti troverebbero altre ragioni per ripetere quanto stanno facendo. Come ci prepariamo a questo futuro? Gli uni predisponendosi ad ulteriori viaggi di persuasione a Washington, gli altri arrotando veti e organizzando manifestazioni?

Quanto dice Fischer lascia intendere che nel cuore della «vecchia Europa» la lezione la si capisce. Il Ministro degli Esteri tedesco non si limita a prospettare il generico bisogno di qualcosa di nuovo, ma comincia anche a indicare con chiarezza in che cosa questo «nuovo» dovrebbe consistere: non aspettare per il futuro che la guerra di disarmo diventi il tema centrale, ma costruire nell'Onu un regime efficace contro la proliferazione delle di distruzione di massa; impostare una lotta a largo raggio al terrorismo che punti insieme sulla sicurezza e sulla cooperazione politica. Per parte mia aggiungo che queste ed altre cose le dovremmo impostare in sede europea per le nostre istituzioni comuni, ma ancor meglio se alla stessa impostazione lavorassimo attraverso informali contatti transatlantici, nell'aspettativa di disancorare la visione, che condividiamo, di un mondo più democratico e più giusto, dall'uso ossessivo ed esclusivo dello strumento militare (che, a parte ogni altra considerazione, finisce nel medio termine per generare insanabili contraddizioni).

In questa prospettiva, oltre alle ex potenze continentali è il Regno Unito che deve decidersi a prendere l'Europa davvero sul serio e ad affidare il suo stesso ruolo internazionale al moltiplicatore di una politica estera e di sicurezza davvero comune. Nei suoi discorsi recenti Blair lo ha detto ripetutamente, ma i comportamenti, lo abbiamo visto, non seguono ancora le intenzioni. Gli inglesi—ce lo dicono sempre—non vogliono essere costretti a scegliere fra Stati Uniti ed Europa. Ma sarebbe troppo anche per loro trovarsi trasformati in un'appendice degli Stati Uniti, se questa divenisse l'unica alternativa al tentativo di costruire un'Europa più forte nel contesto della relazione transatlantica.

E l'Italia7 L'Italia, se vorrà, potrà fare molto nel semestre della sua presidenza, soprattutto se le sue parti politiche non vedranno il mondo e l'Europa come semplici materiali offerti alle loro spesso umilianti polemiche interne




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