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LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
Bruxelles è di sicuro capace
di farti sentire in Europa.
Ma è come se al suo interno
si formasse una specie di bozzolo,
che diventa sempre più spesso e nel
quale istituzioni e persone
rischiano di rimanere
chiuse e di continuare
la loro partita
senza accorgersi che
intorno a loro l'Europa
degli altri è cambiata.
Non è una malattia
rara, attecchisce al contrario
in quasi tutti i
sistemi istituzionali.
È un fatto che in
questi giorni me la sono
trovata davanti a
Bruxelles e mi sono
detto che non tutti, nella
nostra capitale, hanno
la sensibilità dimostrata
l'estate scorsa da
Prodi e da Schröder,
che profittarono delle
alluvioni in Germania
per far nascere un fondo
europeo per le emergenze, che invano
si era cercato di creare in passato.
Ora una diversa emergenza ce l'ha
messa davanti la vicenda irachena,
che, davanti all'opinione pubblica,
ha fatto in mille pezzi tutti gli
sforzi sin qui compiuti per stendere
il telaio di una politica estera e
di sicurezza comune.
Eppure, per
buona parte dell'establishment di
Bruxelles, i passi avanti da fare in
questo settore continuano
ad essere
quelli (e solo quelli)
che prima dell'emergenza
erano stati
suggeriti dalle mosse,
contromosse e interazioni
nel gioco
interno fra i due
duellanti a cui l'establishment
guarda,
la Commissione e il
Consiglio.
La politica estera di
Bruxelles, o meglio
il suo bozzolo,
l'hanno vissuta in
questi anni attorno
al problematico rapporto
fra i due personaggi
che lì se ne
occupano: Chris Patten,
membro della
Commissione di Prodi incaricato
delle relazioni esterne, e Javier Solana,
Alto Rappresentante per la
politica estera, che dipende invece
dal Consiglio Europeo.
I compiti dei due personaggi sono formalmente diversi, ma è evidente che i due in parte si sovrappongono; così come è evidente che attorno a loro si sono costituiti due apparati per gli affari internazionali, che lavorano ciascuno per conto suo. Ecco allora che il tema centrale è diventato se unificare, e come, le due figure e i rispettivi servizi. Un tema—sia chiaro—tutt'altro che irrilevante e personalmente sono fra quelli che si battono perché l'unificazione avvenga, magari, se necessario, con la formula un po' bizantina del doppio cappello: siccome i Governi (che siedono nel Consiglio) sono restii a vedere il loro Alto Rappresentante inserito nella Commissione e quindi non più dipendente esclusivamente da loro, si darebbero a un' unica persona i due incarichi mantenendoli formalmente distinti, in modo che le rispettive linee di dipendenza rimangano a loro volta distinte. Questo consentirebbe anche di unificare i rispettivi servizi e avremmo nell'insieme meno confusione e più efficienza nell'uso delle risorse: da una parte meno «Mr.Europa» che girano per il mondo a nome nostro, dall'altra un'unica e più forte struttura a cui potremmo finalmente chiedere di elaborare visioni e dottrine europee sui
vari temi che scuotono il mondo e sui quali siamo solo capaci di dire sì o no agli americani, dal momento che solo loro hanno oggi strategie geopolitiche, che ci piacciano o no.
Benissimo—mi è capitato di dire giorni addietro—facciamole queste cose e di sicuro la situazione migliorerà e migliorerà anche davanti a crisi gravi come quella irachena. Ma dopo la figura che abbiamo fatto in questa crisi, possiamo limitarci a dar vita al Ministro degli Esteri (con due cappelli)? È solo la sua assenza che la gente ha notato, oppure è drammaticamente mancato chi dovrebbe comunque dare le sue direttive a quel Ministro e cioè il Consiglio Europeo, che mai si è riunito per dichiarare di interesse comune la vicenda irachena e mai ha fatto alcunché per evitare che i suoi stessi componenti, e cioè i nostri Primi Ministri, andassero ciascuno per conto suo ovvero addirittura per gruppi contrapposti insieme all'amministrazione americana o contro di essa? E allora non è anche a questo superiore livello che qualche iniezione di cemento europeo è necessaria, altrimenti davvero nessuno ci prenderà più sul serio?
Ebbene, sapete la risposta che ho avuto da diversi esponenti del bozzolo della capitale europea? No, questo non è un nostro problema, nè è un problema della Convenzione europea. È piuttosto un problema di volontà politica, che è tutto, come tale, dei Primi Ministri e quindi del Consiglio Europeo. Bruxelles può mettere a loro disposizione un buon apparato e un Ministro degli Esteri. il resto tocca a loro.
Memore degli anni in cui in Italia si diceva che non c'era alcun bisogno di riforme istituzionali, perché era solo questione di volontà politica, ho prevedibilmente reagito. Noi italiani lo sappiamo bene che modificare i canali istituzionali non basta, ma può servire a modificare la velocità e la direzione di ciò che ci passa dentro. E allora, leggiamo il Trattato dell'Unione cos com'è oggi. Il Trattato lo prevede che «su questioni particolari di natura geografica o tematica» il Consiglio definisca posizioni comuni. E stabilisce altresì che «gli Stati membri provvedono affinché le loro politiche nazionali siano conformi alle posizioni comuni» (art. 15), chiudendo alla grande con la previsione che «il Consiglio assicura l'unità, la coerenza e l'efficacia dell'azione dell'Unione» (art.l3). Ebbene, d quando queste disposizioni sono state scritte, la vicenda irachena è stata quella che ne ha sollecitato l'applicazione con la magnitudo più alta; ma nulla di ciò che esse prescrivono è accaduto. Potrà la Convenzione riproporle agli europei così come sono, dicendo loro che a renderle operative potrà essere solo la volontà politica che, come il coraggio di Don Abbondio, a chi non l'ha non la si può imporre?
Con tutto il rispetto e l'appoggio per ciò che nel bozzolo di Bruxelles ritengono necessario, io credo che si debba intervenire anche qui. Credo che in presenza di eventi di particolare gravità (che 1a Convenzione potrà indicare per grandi tipologie) debba esservi l'obbligo di convocare il Consiglio mettendo i suoi componenti davanti alla responsabilità di dichiarare se ritengono che una vicenda delle dimensioni di quella irachena sia o meno di interesse europeo. E
credo che, quando una tale dichiarazione vi sia, i Primi Ministri e Ministri degli
Esteri nazionali debbano poter andare in giro per le capitali e prendere posizione
solo sotto il coordinamento del Consiglio (cioè di sé medesimi riuniti in tale Consiglio), fin al giorno in cui le sole autorità europee potranno farlo. Né posso tacere un'ultima considerazione: se il Consiglio Europeo debba essere presieduto a rotazione dai Primi Ministri che lo cornpongono ovvero da un personaggio da loro eletto con un più lungo mandato, è questione molto discussa. Certo si è che un Primo Ministro-Presidente a rotazione potrebbe avere mille ragioni di politica nazionale per sottrarsi all'obbligo di convocare il Consiglio. Un Presidente non Primo Ministro con mandato lungo perderebbe la faccia se non lo facesse. E lo farebbe.
Fin qui il resoconto di una mia chiacchierata in un pomeriggio di Bruxelles. Ma c'è materia per la stessa Convenzione (sempre che non finisca essa stessa nel bozzolo).
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