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LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
Prometto ai lettori interessati al governo dell'economia
che tornerò presto a parlarne, perché vi sono novità da commentare e punti aperti da chiarire. Questa volta, però, permettetemi di tornare sulla politica estera, non solo perché è il tema di cui in questi giorni si continua a parlare di più, ma anche perché è quello che più si lega all'assetto complessivo dell'Unione, come è emerso dal Consiglio europeo di Atene di giovedì scorso e come risulterà confermato dalla Convenzione nelle prossime settimane.
Il Presidio della stessa Convenzione sta infatti lavorando a pieno ritmo affinché la Plenaria possa discutere a metà maggio, non casualmente insieme, i testi relativi alla politica estera e di sicurezza comune e al sistema di governo (Parlamento, Consiglio e Commissione).
Sul lavoro che abbiamo già svolto nei giorni scorsi ho letto indiscrezioni in parte vere e in parte false. Mi sfuggono le ragioni che inducono le gole profonde di Bruxelles a mettere su piste malcerte i giornalisti che in buona fede le echeggiano (quando tutto sarà finito - lo dico
tra paréntesi – sarò io stesso a raccontare come sono andate le cose, senza spiattellare discussioni riservate, ma distinguendo il grano dal loglio tra le voci circolanti attualmente).
Certo si è che è stato diffuso il timo re di una proposta di politica estera comune addirittura più debole di quella attuale o tale comunque da indebolire, rispetto alle proposte iniziali, il futuro ministro degli Esteri, che dovrà esserne il perno.
Posso dire che non è vero che sia così (e tutti lo vedranno fra pochissimi giorni), anche se sono personalmente convinto che si potrebbe fare di più. Mentre è vero che abbiamo valutato l'ipotesi di un processo in due fasi, nata peraltro non da pressioni dell'ultima ora di Stati membri restii a mutare le cose, ma da una proposta formalmente avanzata nella Convenzione da uno dei più autorevoli esponenti del fronte europeista, il francese Alain Lamassoure.
Aveva scritto Lamassoure che non è facile trasferire in un giorno alla sfera comune una politica che è tra le più radicate nelle sovranità nazionali. E il Trattato di Maastricht, che ci aveva provato con formule molto ambiziose (ne riferivo alcune nella mia ultima 'lettera'), ha finito per risultare un esercizio in buona parte retorico. Meglio fare come si era fatto per la moneta, definendo tappe, obiettivi intermedi e quindi il risultato finale. È stato il Presidente Gìscard a proporci nel Presidio di sondare questa strada. Lo abbiamo fatto, nessuno ha negato le buone ragioni del ragionamento di Lamassoure, ma alla fine ci siamo accorti che le differenze fra i due casi erano tali da impedire percorsi davvero simili. Nel caso della moneta c'erano avvicinamenti progressivi e quantificati delle economie nazionali a parametri pre-fissati e c'era alla fine una decisione unica e irripetibile: l'adozione della moneta unica.
Qui c'è un percorso da compiere, ma è fatto di creazione di dottrine e visioni comuni, di coordinamenti crescenti e alla fine non c'è una decisione irripetibile da adottare, ma c'è una politica comune che funziona.
Certo, se l'obiettivo fosse una politica estera non comune, ma "singola", allora un traguardo paragonabile all'euro ci sarebbe, perché a data fissa sparirebbero dalla scena delle questioni di rango europeo le azioni, disparate o congiunte, dei primi ministri e dei ministri degli Esteri nazionali, allo stesso modo in cui sono spariti i ministri per il Commercio con l'estero nazionali dalle relazioni commerciali di interesse dell'Unione. Ma scrivere oggi un obiettivo del genere è del tutto irrealistico, mentre nulla può escludere che esso emerga domani dal successo della politica "comune”.
In queste condizioni, abbiamo preferito abbandonare l'ipotesi e lavorare all'irrobustimento del tessuto attuale, nella consapevolezza che un processo sarà comunque necessario, ma sarà fatto di progressi operativi, non cadenzabili nella Costituzione. Il perno. dell'irrobustimento è—come dicevo—il ministro degli Esteri europeo, che dovrebbe presiedere il Consiglio dei ministri per gli Affari esteri, dandogli la continuità che oggi gli manca, e che dovrebbe assolvere alle funzioni sia di ispiratore ed esecutore della politica estera deliberata collegialmente dal Consiglio europeo, sia di componente per le relazioni esterne della Commissione. Sappiamo bene che in questo "doppio cappello” si celano delle possibili discrasie (con l'uno il ministro dipende solo ed esclusivamente dal Consiglio, con l'altro è vincolato dalla collegialità della Commissione di cui è membro). Sappiamo inoltre che assolvere alla doppia funzione moltiplica il lavoro.
Ma sappiamo anche che solo così potremo mettere insieme i servizi che si occupano a Bruxelles di relazioni esterne e creare il think tank europeo di cui c'è bisogno F sappiamo che ogni ministro degli Esteri nazionale, quando va all'estero, si porta nella borsa tutti gli strumenti chi oggi, a livello europeo, sono in parte nella borsa di Solana in parte in quella di Chris Patten, commissario per le relazioni esterne. Per questo ci auguriamo che la proposta sia condivisa e che dei rischi che essa comporta si dica semplicemente che vale la pena di correrli. Sono l'inevitabile portato dell'Esecutivo a due teste con il quale in Europa dobbiamo convivere. E non si può pretendere di avere due teste, senza correre i rischi che comporta i tentativo di farle andare d'accordo.
Naturalmente non ci sarà solo questo. Come già ho ricordato in passato, è il Consiglio europeo che decide le politiche comuni e anche i meccanismi che direttamente lo riguardano hanno bisogno di essere rafforzati: lo si deve o no convocare nel caso di eventi di particolare rilievo e con quali conseguenze? Ci deve essere o no l'obbligo degli Stati membri di concertarsi in sede di Consiglio prima di agire in ambiti di interesse comune? Su proposte che il ministro degli Esteri avanzi nell'uso di entrambi i cappelli che porta, e quindi con il massimo della sua autorevolezza, il Consiglio deve ancora votare all'unanimità o può votare a maggioranza? E la continuità che si ritiene necessaria per la presidenza del Consiglio Affari esteri (affidandola al. ministro europeo). non serve anche per la presidenza del Consiglio europeo? La proposta del Presidio, e le raccomandazioni finali della Convenzione dovranno essere giudicate anche in base alle risposte che daranno a queste domande.
Per non parlare dell'ultimo capitolo, quello della rappresentanza esterna dell'Unione. Qui qualcuno dirà: si dia voce al ministro europeo, quando si sia formata una posizione europea. Benissimo, facciamolo bastare per il Consiglio di Sicurezza, dove il dente è troppo infiammato pei permettere oggi operazioni più drastiche. Ma altrove (nel Fondo monetario, ad esempio) ci vorrà più coraggio, perché la posizione comune può rimanere un pio desiderio se non c'è, prima, il rappresentante europeo che solo quella può esprimere. È un caso, ahimè, dove ad invertire l'ordine dei fattori il prodotto cambia. E nessun matematico mi convincerà del contrario.
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