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LETTERE DALL'EUROPA
di Giuliano Amato
Ho detto più volte, ma sempre
un po' en passant, che
mi piacerebbe scrivere nella
Costituzione europea che, non domattina,
ma nel 2015 l'Unione avrà
un Presidente unico, eletto da un
collegio di parlamentari
europei e nazionali
o, perché no, da noi
cittadini. È utile oggi
che ne spieghi il senso,
perché l'idea acquista
consensi e li acquista
perché sempre
più se ne capisce il
valore di punto di arrivo,
necessariamente
non immediato, della
transizione in cui ci
troviamo.
Per decenni le
aspettative sul futuro
istituzionale europeo
le era venute forgiando
la dinamica della
costruzione del mercato
unico, attorno a
cui erano cresciuti insieme l'ordinamento
comunitario e le sue istituzioni.
Alla costruzione del mercato unico
puntavano e puntano ancora oggi
i regolamenti e le direttive che
hanno armonizzato le nostre legislazioni
nazionali, eliminando barriere,
liberalizzando servizi e stabilendo
standards e regole del gioco comuni.
E sulla costruzione del mercato
unico è cresciuta la Commissione,
motore essenziale del sistema
istituzionale europeo,
titolare esclusivo del
potere di iniziativa,
con il Consiglio dei
ministri (affiancato
più tardi dal Parlamento
Europeo) che
approvava e approva
ciò che la Commissione
via via proponeva.
C'era una logica in
tutto questo. Il mercato
unico poteva nascere
soltanto sotto l'impulso
dell'istituzione
investita del solo interesse
europeo e per
ciò stesso non appesantita
dai quei vincoli
di politica interna
di cui erano figlie le
barriere che si dovevano eliminare,
gli aiuti di Stato che si dovevano
cancellare e le mille sacche di rendita
cresciute nella preesistente frammentazione.
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