LETTERE DALL'EUROPA

L'Unione a due teste non è un accordo al ribasso

Evitati squilibri tra Consiglio e Commissione. Tante novità positive, ancora molto da fare

di Giuliano Amato
15 giugno 2003

Allora, è maschio o femmina? È l'ennesimo trattato, oppure è finalmente una Costituzione? Beh, non lo so. Speriamo che sia femmina, continuo a dire a me stesso, ma è un fatto che in questo stato ancora poco più che embrionale presenta cromosomi di entrambi i sessi. E solo il futuro potrà chiarire le cose.

Qualcuno ha scritto che con una Convenzione variegata come la nostra neppure Madison avrebbe fatto di più. E forse è vero: Stati vecchi e Stati nuovi, Stati grandi e Stati piccoli, governi nazionali più intimoriti dai luoghi comuni contro l'Europa circolanti nelle loro opinioni pubbliche che non pronti a contrastarle con il corag-gio della visione e degli interessi comuni, istituzioni europee prodighe di grandi parole sul futuro, ma attente in concreto esse stesse a mettere al sicuro ogni dettaglio del loro passato.

Nonostante ciò, un dato tuttavia è certo. I passi avanti ci sono e l'accordo, diversamente da quanto è accaduto in altre occasioni, non è sul minimo denominatore comune. Un esempio per tutti: sarebbe stato rovinoso per l'Europa di domani dare al Consiglio europeo un Presidente a tempo pieno dotato di poteri di coordinamento esecutivo confliggenti con quelli del Presidente della Commissione, e compensare i piccoli Stati (contrari a un tale Presidente e favorevoli all'attuale rotazione semestrale) con un commissario ciascuno, munito di diritto di voto.

Avremmo avuto un Presidente del Consiglio debordante e una Commissione trasformata in una debole e frastagliata arena intergovernativa. Non sarà così: i fautori del Presidente del Consiglio Europeo non più semestrale hanno accettato che in termini di poteri esso non sia nulla di meno, ma neppure nulla di più rispetto a quello attuale; e questo servirà ad assicurare più continuità e più coesione all'interno del Consiglio, senza invasioni di campo. Mentre gli Stati piccoli e i nuovi entranti hanno accettato la Commissione ristretta a 15 componenti, anche se con il premio di consolazione di Commissari aggiunti, sprovvisti di diritto di voto. E siccome sarà applicato il principio della rotazione eguale, il sacrificio di non avere ogni volta nella Commissione un Commissario con diritto di voto lo faranno tutti, anche Francia, Germania, Italia, Regno Unito, i quattro grandi dell'Unione.

Ci sono poi tutte le novità positive di cui tante volte si è parlato nelle settimane scorse: la Carta dei diritti che acquista forza giuridica; l'Unione Europea con personalità giuridica unica, che pone fine alla distinzione fra Unione e Comunità, incomprensibile per i cittadini e fonte di incresciose complicazioni nei negoziati internazionali; la semplificazione degli strumenti, che escono dalla folta giungla burocratica in cui sono cresciuti e si sono sovrapposti sinora; il rafforzamento del Parlamento europeo sia come autorità legislativa e di bilancio, sia come organo che eleggerà il Presidente della Commissione; il rafforzamento della stessa Commissione nel coordinamento generale e nel controllo dei disavanzi nazionali; la creazione del ministro degli Esteri dell'Unione; l'ingresso del voto a maggioranza qualificata in alcuni dei precedenti santuari dell'unanimità. E altro ancora.

Ma ci sono anche i consensi mancati a novità necessarie e la timidezza di alcuni i dei varchi aperti verso il futuro. Trovo gravissima la prevalente opposizione dei Governi alla creazione di un solo Consiglio per gli Affari Legislativi, che renda chiaro ai cittadini chi legifera per loro e che ponga fine allo scandalo di una legislazione fatta soltanto dai ministri di un unico settore attraverso una miriade di Consigli (uno scandalo che riterremmo incostituzionale in tutti i nostri Paesi). La proposta era decollata all'inizio, poi sono cresciute le resistenze dei ministri, spingendo i rappresentanti dei governi all'uso di argomenti che non si sentivano più dal 18' secolo: ma che senso ha distinguere fra poteri legislativi ed esecutivi, è molto più semplice tenerli insieme come sono e altre amenità del genere. Mi auguro che i cittadini europei, senza arrivare agli estremi dei nostri antenati francesi, riescano a far capire di essere più importanti delle (false) prerogative dei ministri di settore.

E ancora: ho detto più volte che oggi dobbiamo vivere con un'Europa a due teste e che è nostro interesse che siano entrambe forti: non solo quella comunitaria ma anche quella intergovernativa dalla quale passano politiche comuni che troveremo altrimenti, non in quella comunitaria ma tenacemente e ben più debolmente esercitate su scala solo nazionale. E tuttavia l'obiettivo di avere in futuro un'unica testa. è essenziale per dare credibilità a questo nostro (un po' mostruoso) animale. Avrei voluto, con altri, la previsione sin d'ora di un unico Presidente, e quindi di un unico governo, per l'Europa del 2015.

Mi devo contentare del piccolo varco aperto con la cancellazione dell'incompatibilità (inizialmente prevista) fra l'incarico di Presidente del Consiglio europeo e altri mandati europei. Allo stesso modo, non posso non apprezzare la previsione delle cosiddette "passerelle", che permetteranno al Consiglio Europeo di decidere all'unanimità che ovunque la stessa unanimità è tuttora prevista nella Costituzione si passi invece alla maggioranza qualificata. In questo modo, lo capisco bene, passaggio sarà di volta in volta possibile senza bisogno di imbarcarsi, per farlo, nella lunga procedura di revisione. Ma non c'è passerella per tale procedura. E anche a prescindere da questo, si poteva ricorrere a un altro e più incisivo strumento, e cioè stabilire sin d'ora che a una certa data il passaggio avverrà, a meno che il Consiglio non decida altrimenti.

Né posso ignorare un altro importantissimo tema, la sostituzione degli attuali voti ponderati in Consiglio (29 a Germania, Francia, Italia e Regno Unito, 27 a Spagna e Polonia e così via a scendere) con il calcolo della maggioranza in termini più comprensibilmente democratici, di maggioranza numerica degli Stati e della popolazione, a partire dal 2009. Benissimo, ma la Spagna, che oggi è a un passo dai grandi e che, con 20 milioni di abitanti in meno, si ritroverebbe così distanziata, ne fa una questione di vita o di morte. E la questione, si badi, non è simbolica ma investe l'entità degli ulteriori consensi di cui potrà aver bisogno per costruire attorno a sé una "minoranza di blocco” nel caso di decisioni sgradite adottabili a maggioranza. Che succederà quando parola passerà ai Governi?

In chiusura, la Convenzione ha auspicato che essi rispettino il nostro testo. Lo hanno fatto anche quelli, come me, che avrebbero voluto di più, nella consapevolezza che il rischio, con i governi, è quel opposto. Purtroppo l'auspicio è stato allegramente condiviso da tutti i rappresentanti governativi e questo mi ha andreottianamente insospettito. La Spagna è scontenta, molti lo sono per il Consiglio Legislativo, perché non lo hanno detto alla fine? La (futura) Presidenza italiana ha meritoriamente affermato che intende difendere il testo della Convenzione. Maschio o femmina che questo sia, che Dio assista la Presidenza italiana.




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