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LETTERE EUROPEE
di Giuliano Amato
I tamburi hanno ripreso a rullare
attorno alla Costituzione europea
e già si profilano due partiti
nella imminente Conferenza intergovernativa:
quello
di chi insisterà per
cambiare (in meglio
in certi casi, in peggio
in altri) ciò che la
Convenzione ha proposto,
e quello di coloro
che ritengono
prudente non cambiare
nulla, per non aprire
un vaso di Pandora
dai contenuti così
contrastanti.
Ho scritto più volte
che considero il
testo della Convenzione
migliorabile
in più parti, ma dubito
che la Conferenza
sia la sede
più adatta per farlo,
specie per quei miglioramenti
che impongono all'uno o all'altro
Stato sacrifici ulteriori. Per
questo riterrei un vero miracolo
se ne uscissero ulteriori passaggi
dal voto all'unanimità a quello a
maggioranza. Certo, mi piacerebbe
che la Conferenza adottasse
almeno i miglioramenti che agli
Stati non costano e che riuscisse
a farlo senza estrarre
dal vaso di Pandora
le richieste
peggiorative. Ma
l'esercizio è effettivamente
rischioso.
Un miglioramento
che auspicherei riguarda
la Commissione;
mentre peggioramenti
non auspicabili
sono quelli
richiesti dall'Ecofin
e dai ministri
dell'euro, su cui devo
chiudere qui un
discorso già avviato,
sperando che tali
richieste non siano
ribadite dallo
stesso Ecofin nella
riunione che terrà a giorni.
Per quanto riguarda la Commissione,
la Convenzione si è ispirata a
una preoccupazione giusta, ma ne
ha tratto una conseguenza opinabile.
La preoccupazione giusta era quella che con l'allargamento si allarghi
anche la Commissione a un numero di membri pari a quello degli Stati membri, mentre i suoi portafogli sono quindici o poco più. Già il Trattato di Nizza ha del resto previsto che, quando gli Stati membri saranno più di venticinque, i commissari dovranno essere di meno. Ma la pressione degli Stati piccoli e dei nuovi entranti è tuttora forte affinché quel "meno" sia il più possibile. Il Presidente Giscard per primo è stato fermissimo: è sbagliato fare della Commissione una ruota in più del carro intergovernativo, quando invece il suo compito è di bilanciarlo con visioni e proposte ispirate esclusivamente all'interesse europeo. Di qui la proposta finale di una Commissione fatta dal Presidente, dal ministro degli Esteri-vice presidente e da tredici commissari con diritto di voto, più altri commissari fino a uno per Stato,
ma senza diritto di voto.
La proposta, che nella
Convenzione fu accolta da tutti sulla premessa di una
rigida rotazione nella scelta dei commissari con diritto
di voto, sta suscitando ora un'ondata critica di ritorno, perché la distinzione appare "umiliante". Qui, secondo me, ci sono soluzioni migliori, a partire dalla diversa distinzione, che ho proposto senza successo, fra commissari con portafoglio e senza portafoglio, come si fa nei governi nazionali. La unitarietà degli interessi europei si perde non sul voto (che è rarissimo nella Commissione) ma sull'eventuale spacchettamento dei portafogli esistenti in modo da darne una fettina a ciascuno dei venticinque o, in futuro, trenta e più commissari. Ma una volta mantenuta l'unitarietà dei portafogli, che ci sia un numero superiore di commissari ciascuno con incarichi specifici non è affatto disfunzionale. Andare in questa direzione, perciò, darebbe una soddisfazione agli Stati scontenti e migliorerebbe addirittura il risultato. Alla fine (ma non prima per non finire sullo scivolo) potrebbe valerne la pena.
Continuo invece a essere contrario alle richieste dell'Ecofin, che tuttavia, a giudicare dall'illustrazione fattane da Lorenzo Bini Smaghi su queste colonne il 17 agosto, sembrano fondate (almeno in parte) su equivoci, che non è difficile rimuovere. Si chiede di eliminare il Consiglio degli Affari Legislativi, perché «non sarebbero più i ministri finanziari a negoziare le direttive in materia fiscale», in quanto di esso farebbero parte i ministri degli Esteri, accompagnati «eventualmente» dai ministri competenti. Non è così: l'art.23 dice che del Consiglio faranno parte, per ciascuno Stato, un membro permanente (non necessariamente il ministro degli Esteri) più uno o due rappresentanti ministeriali competenti per materia. Se dunque l'obiezione è in quell' «eventualmente», essa non ha fondamento e l'Ecofin può stare tranquillo. Se invece riflette il desiderio di lasciare le cose come stanno, consentendo a ciascun Consiglio dei ministri settoriale di continuare a legiferare per conto proprio al di fuori di quella visione complessiva che ci deve essere in ogni organo. legislativo, allora riflette solo un'istanza corporativa contraria ai principi democratici, che va respinta. E sarebbe grave se i primi ministri cedessero ai loro ministri su un tema su cui la stragrande maggioranza dei cittadini è di sicuro dall'altra parte.
Altrettanto fondata su un equivoco è l'obiezione secondo cui la Convenzione avrebbe tolto all'Ecofin e dato alla Commissione il potere di emanare raccomandazioni agli Stati "devianti" in tema di bilancio. Neppure questo è vero. Intendiamoci:
la Convenzione ha inteso rafforzare la Commissione in questo processo, giusta
mente convinta che fra i
ministri dell'Ecofin prevale troppo spesso il principio "tu oggi chiudi un
occhio sul mio (bilancio)
e io domani chiuderò un
occhio sul tuo". Ma lo ha
fatto prevedendo che
l'Ecofin le raccomandazioni ora le adotti non su
semplice iniziativa, ma
su "proposta" della Commissione (art.III. 76.6); il
che in termini comunitari
significa che i ministri, per modificare o respingere la proposta, devono essere unanimi ed è quindi più difficile che abbia successo il descritto mercato fra loro, perché un probo olandese che vi si oppone non manca mai. Ciò che è stato attribuito alla Commissione è il diverso e ben minore potere di inviare agli Stati gli "avverti-menti" iniziali in caso non di disavanzo eccessivo, ma di politica economica deviante (art.III.7 1.4): questo peraltro è solo un pre-allarme, che non contiene alcuna prescrizione. E la successiva raccomandazione, se necessaria, è dell'Ecofin.
Infine, a nome non dell'Ecofin ma del più ristretto gruppo dei ministri dell'euro, Bini Smaghi insiste a chiedere perché non debba essere riservato ai 12 che già ne fanno parte, con esclusione degli altri 13, il voto sull'ingresso di nuovi Stati nello stesso euro. Intanto perché di quei 13 solo due, Regno Unito e Danimarca, sono fuori per propria scelta, mentre gli altri 11 sono tutti membri potenziali, obbligati a entrare non appena in regola con i parametri di Maastricht. E poi perché la decisione sull'ingresso non è un riscontro puramente contabile: il debito totale dell'Italia non era al 60% del Pil, era più che doppio, ma si ritenne che fosse in discesa. Non è dunque bene che una decisione del genere, per non lasciare tensioni e conflitti, sia adottata anche dai momentaneamente esclusi? Fermiamoci qua. Di altre obiezioni insidiose, a partire da quella della Spagna sul calcolo della maggioranza in Consiglio, ci occuperemo più avanti.
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