LETTERE EUROPEE

I cattivi maestri dell'euro e la lezione svedese

Stoccolma ha risanato i conti pubblici senza ridurre il welfare e frenare la crescita

di Giuliano Amato
21 settembre 2003

Non ricordo se ai lettori del Sole-24 Ore l'ho già raccontato, ma vale comunque la pena che lo faccia ora, dopo il voto degli svedesi sull'euro. Nell'ottobre del 2002, quando i lavori della Convenzione stavano entrando nel vivo, io ero alle prese con la stesura di un documento che doveva indicare le priorità della famiglia politica socialista, di cui ero il coordinatore. Non era un compito facile, perché era ed è presente nella famiglia socialista tutto lo spettro delle variegate posizioni sull'Europa che la Convenzione nel suo insieme doveva comporre, da quelle più europeiste dei tedeschi e dei Paesi del Benelux a quelle più intergovernative dei britannici e di altri Paesi nordici. Il mio documento, infatti, era flessibile e prudente in più punti, anche perché in quella prima fase volevo evitare divisioni. E in tema di politica estera scrissi così che il principio dell'unanimità doveva restare "solo" per l'adozione di nuove strategie (prevedendo tuttavia che il no dei dissenzienti non valesse mai come veto, ma solo come "astensione costruttiva", che non impedisce agli altri di andare avanti).

Mi aspettavo le critiche che vennero dagli spagnoli, dai francesi, dagli italiani e da altri, che volevano un passo avanti più esplicito. Mi aspettavo di meno che protestasse dall'altra parte Lena Hjelm-Wallen, donna simpatica e gentile, che rappresentava il governo svedese, di cui era vice primo ministro. Con la sua voce garbata, Lena mi pose una domanda a quel punto disarmante: perché il principio di unanimità "solo" per le nuove strategie?

In politica estera, secondo lei, il principio di unanimità doveva valere sempre e comunque.

Lena - la conosco da anni - non è affatto anti-europeista. Ma non si è mai stancata di dire che per gli svedesi l'Europa non è quella che la maggioranza di noi socialisti aveva in mente. Loro ci credono, ma la vedono come una “joint venture", non come una fusione. E in una joint venture, per decidere, occorre il consenso di tutti quelli che ne sono parte. Hai voglia di replicare che, se allora è così, non può funzionare e tanto meno può farlo una Europa allargata. A quel punto vengono fuori gli argomenti di sostanza, quelli che urgono sotto il bisogno, così forte in Svezia, di non perdere mai il controllo delle decisioni comuni, di avere la sicurezza che ciò che sta a cuore agli svedesi ha comunque la garanzia di essere salva-guardato. È, se si vuole, il tema ben noto delle diversità che ciascuno ritiene irrinunciabili e del rischio di perderle in un'Europa che decide a maggioranza. Ma prima di contrastarlo con gli argomenti, anch'essi ben noti, che militano a favore della stessa maggioranza, cerchiamo di capire che cosa difendono concretamente gli svedesi. Di sicuro ci sono lezioni che essi sbagliano a rifiutare, ma forse ce ne sono altre che noi stessi faremmo bene a capire.

Dieci mesi fa, a una riunione dei socialisti europei che si teneva a Varsavia, Goran Persson, primo ministro svedese, venne accolto con particolare calore. In una stagione in cui i socialisti avevano perso quasi ovunque, lui era uno dei pochi ad aver vinto le elezioni. Gli venne chiesto come aveva fatto. E lui rispose che non aveva seguito la moda di ridurre le tasse a tutti i costi e aveva così assicurato la prosecuzione di quei servizi sociali, che in tanti dei nostri Paesi cominciavano o a essere diradati o a pesare sempre di più sui bilanci familiari. E gli svedesi, fattisi i conti in tasca, ne erano contenti. Più di recente, a un incontro organizzato a Londra da Tony Blair, nel quale si parlava tra l'altro dei nostri obblighi verso i Paesi poveri, gli svedesi ci fecero notare che anche loro, pur essendo fuori dall'euro, avevano dovuto affrontare problemi di risanamento finanziario. E li avevano risolti senza mai ridurre quello stanziamento, pari allo 0,7% del Pil, che tutti ci siamo impegnati a destinare all'aiuto. Gli altri europei, invece, avevano coinvolto anche questo nei tagli e in diversi erano scesi al di sotto dello 0,3%. L'Italia è addirittura allo 0,1%. Ebbene - questa è la conclusione svedese - noi abbiamo fatto bene e voi avete fatto male. Se non avessimo salvaguardato la nostra diversità saremmo come voi.

Su questi argomenti non si passa con un semplice elogio del principio di maggioranza. Di sicuro nessuno svedese se ne farà convincere e nel perdurare delle buone ragioni delle sue diversità non si farà convincere neppure dall'euro, dal quale teme, ancora di più che da quel principio, di essere trascinato in ciò che vede nei Paesi maggiori che lo hanno adottato. E qui pesano - e certamente hanno pesato nel voto di domenica scorsa - le condizioni attuali delle economie e delle finanze pubbliche di quei Paesi, la Francia, la Germania, l'Italia. Il governo di Persson ha cercato di dimostrare ai suoi cittadini i benefici dell'euro e sappiamo bene che ce ne sono, al di là delle nostre attuali difficoltà. Ma quei cittadini vedevano le nostre difficoltà, non i benefici: economie stagnanti, disavanzi fuori norma, prezzi accresciuti. E tutta colpa loro se in larga maggioranza hanno avuto la sensazione di essere chiamati a condividere non le fortune, ma i guai altrui, con il rischio concreto di doverne anche condividere i costi?

Abbiamo allora il coraggio di dire le cose come stanno e non mi pare che lo facciano buona parte dei commenti suscitati dal referendum di domenica. La conclusione che per lo più se ne è tratta è l'invito a una scrollata di spalle e alla presa d'atto che è inutile per noi europeisti perdere troppo tempo con i difensori delle diversità localiste. Mettiamo in moto - si aggiunge - le "cooperazioni rafforzate", e così il nocciolo duro di un'Europa ormai troppo larga proseguirà il cammino, lasciandosi dietro gli altri.

Può darsi che alla fine la soluzione sia questa e io mi sono sempre battuto per le cooperazioni rafforzate proprio per renderla possibile. Ma chiariamoci intanto due cose. La prima è che non tutte le diversità sono da guardare dall'alto in basso, perché se alcune informassero di più i denominatori comuni europei, l'Europa avrebbe solo da guadagnarne. E le diversità svedesi sono in buona parte di questo tipo. La seconda è che dovremmo ricordarci di quello che noi stessi dicevamo dell'Europa prima dell'euro. Dicevamo allora che se l'Europa non avesse adottato l'euro, sarebbe stata paralizzata dalle ondate del dollaro e da quelle dei mercati finanziari. Ma dicevamo anche che se avesse fatto solo l'euro, sarebbe stata paralizzata dalle rigidità, dai protezionismi e dalle inadeguatezze della sua economia reale. È questo che sta accadendo e questo, ci piaccia o no, non lo vediamo solo noi, lo vedono anche gli europei fuori dall'euro.

E allora, prima di chiudere i nostri ideali, ma anche i nostri guai irrisolti, in una cooperazione rafforzata, cerchiamo di fare quello che non abbiamo fatto e di adempiere, per esempio, alle promesse che facemmo a noi stessi a Lisbona. Forse anche gli svedesi ci troveranno più persuasivi.




top


| Home | English | Biografia | Idee | News | Articoli & Interviste | Discorsi |
| Rassegna stampa | 2° governo Amato | Info & Feedback | Links politici |