|
"Come restituire un futuro all'Italia"
di Giuliano Amato
E infine c'è la politica, che talora asseconda il ritorno alle radici, ma quasi sempre ci promette un futuro strabiliante, giustificando quello che fa in nome di prospettive assoluta-mente luminose; del che abbiamo esempi in primo luogo italiani, ma ne abbiamo anche a scala addirittura planetaria, dalla promessa di sradicare in pochi anni la povertà dal mondo a quella di far fiorire la democrazia dove essa manca dall' azione militare di chi già la possiede. C'è di che essere disorientati e la prima cosa da fare è cercare di capirne di più, cominciando a capire, intanto, se ci convincono le ragioni di chi dice che cerchiamo un futuro migliore o quelle di chi sostiene che abbiamo smesso di cercarlo.
Sono ragioni che conosciamo tutti e che di sicuro suonano familiari ai lettori di questo giornale. La prima tesi si appoggia a una sequenza di argo-menti che inizia con la società post fordista e arriva agli effetti indotti dalla globalizzazione: la fine dei lavori omologanti nei grandi agglomerati industriali e quindi la individualizzazione delle vite e delle professioni, che ci rende tutti più soli; il veloce cambiamento delle tecnologie, che ci invecchia rapidamente rispetto a chiunque abbia studiato qualche anno dopo di noi; la concorrenza dei prodotti del terzo mondo e di chi viene dal terzo mondo e quindi la accentuata fiessibilizzazione e precarietà di tutte le forme di lavoro; il costo e la precarietà della stessa casa quando non l'hai in proprietà; il rischio, per l'una o l'altra di queste ragioni, di scivolare da una vita dignitosa all'inferno della povertà.
CON questa sequenza di argomenti si dimostra che sono sparite molte delle garanzie di futuro che un tempo avevamo, ma non che è sparito il nostro bisogno di futuro. Ed è a dir poco presumibile che chi versa in una delle situazioni descritte possa solo sperare in un domani diverso e migliore.
Ma qui viene la seconda tesi, i cui argomenti, a differenza dei precedenti, non riguardano in genere le società industriali avanzate (tra le quali la nostra), ma investono specificamente l'Italia. Si parte dalle serie dei dati economici di lungo periodo, che ci mostrano mentre corriamo come i giapponesi (di allora) negli anni '50 e '60 e in progressivo rallentamento, invece, dagli anni '70 sino ad oggi. Si continua con il nostro decrescente tasso di natalità, a cui dobbiamo il crescente invecchiamento della nostra società con tutte le conseguenze che l'invecchiamento porta con sé, dalla maggiore diffidenza verso ciò che è nuovo e diverso alla minore propensione al rischio e all'innovazione. Si va avanti con la croce e delizia della piccola e piccolissima impresa, che conquista le sue brave fette di mercato grazie alla genialità e all'impegno dei fondatori e che troppo spesso si estingue con il passare delle generazioni perché non forma un management d'impresa e si affida a figli o nipoti più interessati a godersi, finché ci sono, i soldi guadagnati dal padre o dal nonno. Si passa così alle propensioni vebleniane di una società che ha raggiunto nell'insieme un ragionevole livello di benessere e preferisce crogiolarsi in esso più che impegnarsi nel futuro. Si conclude con le nuvole nere che vengono da conflitti etnici, dal terrorismo e dalle incertezze del mondo, che concentrano l'attenzione su pregiudiziali identitarie (le radici cristiane), di sicurezza e di autodifesa, tutte matrici di riconoscimento più nel passato che nel futuro.
Il cerchio si chiude, avendoci dimostrato che abbiamo smesso di correre, perché abbiamo smesso di farlo e perché è improbabile che torneremo a farlo. Su questo sfondo, come notava un mio autorevole amico, la differenza fra noi e chi invece va avanti è che chi va avanti crea legami identitari attraverso ciò che farà insieme ad altri, noi puntiamo sui legami che ci vengono da ciò che abbiamo fatto, o siamo stati, insieme.
Ma allora qual è la nostra realtà, è quella che esce dalla prima sequenza o è quella della seconda? E inutile forzare i fatti alla ricerca della spiegazione unica. Entrambe le realtà sono vere e coesistono l'una accanto all'altra o, in taluni casi, l'una dentro l'altra. La commessa con lavoro interinale o il tranviere milanese con contratto scaduto difficilmente condividono le passioni vebleniane del rampollo che all'andare in ditta preferisce l'andare in giro con la Bmw regalatagli dal padre. Per contro, solo remore ideologiche possono impedire di vedere che anche tra i giovani con lavori marginali e saltuari c'è talora un fermarsi dove si è, una rinuncia quindi al futuro, in nome di una vita nella quale al lavoro, e al sacrificio per il lavoro, non vale la pena attribuire una assoluta priorità.
Chiarito questo, è tuttavia evidente che le due Italie interagiscono fra di loro e se i preliminari del declino - le questioni identitarie, i ritorni alle radici, l'estetica del presente al posto dell'etica del futuro - prendono il sopravvento sui fattori dello sviluppo, allora anche i pochi che ancora corrono, e i tanti che si arrabattano per mettersi in corsa, finiscono per sentirsi su binari morti e per convertirsi anch'essi all'uno o all'altro di quei preliminari. Quando i lavoratori più deboli dei nostri paesi diventano preda dei populismi anti-immigrati è appunto un fenomeno del genere quello che accade.
Come riscattarlo allora il futuro e come restituirlo all'Italia, quale prospettiva dominante, nonostante i fattori che oggettivamente favoriscono la chiusura nel passato? Sono fattori forti, che possono cacciarci in un ciclo di turbolenta stagnazione, non diverso da altri conosciuti dalla storia. Per questo la responsabilità di uscirne, se uscirne è possibile, è di tutti e di ciascuno. E indubbio però che la politica, almeno nel dare il la, ha un ruolo cruciale e non è il la che serve quello che essa offre, quando entra in campo con le sue promesse tanto alte, con le sue prospettive tanto luminose, con i suoi obiettivi tanto ambiziosi. Dimostra così che sente il bisogno di cambiare, ma anziché toccare i singoli e diversi tasti del cambiamento possibile (per quanto ci riguarda: il riequilibrio intergenerazionale, l'integrazione degli immigrati, la struttura del nostro sistema industriale, i servizi sociali, la formazione e l'alta formazione...), trasforma sic et simpliciter in impegni i sogni di coloro a cui si rivolge. E siccome impegni così non li può mantenere, sottolinea la sua stessa impotenza e concorre a nutrire di scetticismo nel futuro la chiusura nel presente. Chi vuole cambiare si scoraggia, chi non si sente interessato a cambiare non è coinvolto.
Conclusione. Se non si vuole che questa diventi la deriva vincente, il futuro promesso, tanto per chi lo aspetta quanto per chi ha smesso di aspettarlo, deve avere una qualità irrinunciabile:
deve essere credibile. Di qui un apparente paradosso e cioè la necessità che la missione più alta, quella di restituire una missione all'Italia, ai lavoratori intermali, ai rampolli, alloro padri che hanno tirato i remi in barca, sia proposta senza voli pindarici e si traduca in passi che ciascuno possa ritenere prima fattibili e poi verificabili. Verso un futuro non dorato, ma di sicuro migliore di quello che avremmo altrimenti. Chi vuole governare l'Italia (e non solo l'Italia) nei prossimi anni farà bene a partire di qui.
top |
| Rassegna stampa | 2° governo Amato | Info & Feedback | Links politici | |