LETTERE EUROPEE

La «doppia velocità» non è una soluzione

Al vertice di Bruxelles è mancata la tensione dei grandi momenti

di Giuliano Amato
15 dicembre 2003

Lo ha notato, non a caso, il «New York Times». La Convenzione di Filadelfia sarebbe fallita e gli Stati Uniti non avrebbero la Costituzione che hanno se, nel corso dei lavori, non si fosse raggiunto il «compromesso del Connecticut », grazie al quale la Camera l'avrebbero eletta paritariamente tutti i cittadini mentre il Senato avrebbe avuto due senatori per Stato, a prescindere dalla popolazione di ciascuno. Era la questione più difficile, gli storici e i costituzionalisti ancora discutono sulla bontà della soluzione raggiunta, ma una soluzione fu. Noi europei, alle prese esattamente con la stessa questione, ci siamo invece bloccati e ora non sappiamo neppure se e quando di Costituzione torneremo a parlare.

Dico questo, non per suscitare facili ironie, ma per sottolineare che, al di là delle rigidità di questo e di quello (di cui pure dovremo parlare), il nodo del contendere era il più delicato nella costruzione di una architettura sovrastatuale: il rapporto rispettivo fra eguaglianza degli Stati ed eguaglianza dei cittadini, due principi entrambi fortemente sentiti, che sono destinati tuttavia a collidere e a essere giocoforza bilanciati. Come?

Qui è il problema, perché il loro difficile equilibrio non ce lo dà una formula chimica, ma dipende, volta a volta, dalla forza rispettiva della identità comune e di quelle nazionali. Da una parte, assegnare più o meno gli stessi voti a Spagna e Germania fa pesare un cittadino tedesco metà di un cittadino spagnolo. Dall'altra, far pesare ciascuno Stato in base alla sua popolazione significa che i cittadini degli Stati più piccoli, fortemente legati alla loro identità nazionale, si sentiranno regolarmente oppressi da quelli degli Stati più grandi.

Perché non abbiamo adottato anche noi il compromesso del Connecticut, facendo valere uno dei due principi in un'istituzione e l'altro in un'istituzione bilanciante? Perché la nostra storia istituzionale è diversa e i suoi tortuosi percorsi ci hanno portato ad avere istituzioni che.non si combinano fra loro come la Camera e il Senato.degli Stati Uniti, ma hanno ciascuna una valenza propria, cosicché il bilanciamento fra i due principi - eguaglianza fra gli Stati ed eguaglianza fra i cittadini - siamo andati cercarlo all'interno di ciascuna di esse: nel Parlamento europeo, che è eletto assegnando a ciascun Paese un numero di seggi che tiene conto della popolazione, ma è via via più benevolo con i Paesi più piccoli; e nel Consiglio dei ministri, dove ora ciascuno Stato ha un numero fisso di voti, frutto di un riferimento alla popolazione ma anche di criteri politici e dove, per il futuro, si voleva far valere il più trasparente criterio della maggioranza degli Stati che esprime la maggioranza della popolazione. È stato proprio questo il passaggio che ha acceso gli animi e ha fatto scattare i veti.

Le resistenze sono venute dai due Paesi più avvantaggiati dal sistema attuale (ai lettori ho già spiegato in dettaglio perché), per di più sono gli unici ad avere elezioni interne nei prossimi mesi, la Spagna a marzo e la Polonia poco dopo. Si sapeva a priori che era difficile convincerli e se una chance c'era di farlo questa non era nella sola messa a fuoco del punto di equilibrio; era, ancor più, nello spirito complessivo che i Paesi avrebbero dovuto trovare attorno a sé, nella comune consapevolezza che tutti gli altri avrebbero dovuto esprimere, dell'importanza di un accordo, del rischio altrimenti di mandare tutto a carte e quarantotto, degli imponderabili effetti negativi che ciò poteva avere per la vita stessa della nuova Europa allargata.

Ma è proprio questa comune consapevolezza (quella che forzò la mano ai costituenti di Filadelfia) ciò di cui le cronache ci attestano la mancanza nella due giorni di Bruxelles. Non ho avvertito solennità, non ho avvertito drammaticità, non ho avvertito preoccupazione profonda per il futuro nei protagonisti della partita e ciascuno, in realtà, ha giocato la sua. Gli spagnoli e i polacchi con la mente alle loro elezioni, i francesi e i tedeschi (ma soprattutto i primi) con la mente già rivolta a una avanguardia che si liberi, almeno temporaneamente, dell'Europa allargata, il Regno Unito di Blair pronto a un accordo, ma in fondo per nulla dispiaciuto che non stato raggiunto, perché così i conservatori e Murdoch avranno un bersaglio di meno (quella Costituzione europea contro cui erano pronti a scaricare tutta la retorica insulare) nella lotta politica interna.

Della presidenza italiana, -dal momento che non è riuscita ad arrivare, si può dire per ciò stesso che poteva fare di più. E forse poteva farlo davvero, facendosi essa portatrice di quella solennità che è mancata. Ma il clima era quello che era ed è questo che ha fatto cadere a uno a uno i compromessi proposti. E uno c'era che, in un clima diverso, poteva essere accettato da tutti e lo stesso Prodi lo aveva fatto capire: adottare il principio della doppia maggioranza e alzare la percentuale della popolazione, non fino al 70% come richiesto da Aznar, ma a una cifra intermedia. Anch'esso però ha finito non avere nessun significato cogente, visto che un tale significato poteva solo venire da un'atmosfera di gravità e di cogenza che invece non c'era.

E' questo che mi impedisce di predicare, come magari dovrei, ottimismo e fiducia per il futuro. Né - lo dico con franchezza - sono pronto a entusiasmarmi per la prospettiva di un'avanguardia, guidata dalla Francia, che ora si metta in marcia da sola. E' da quando l'Europa si è spaccata sulla vicenda irachena che vedo cambiati i termini del problema europeo rispetto ai tempi in cui un'avanguardia dava lo scossone e gli altri, prima o poi, finivano per seguire. Non è più così, cerchiamo di capirlo. Se oggi ci dividiamo senza aver prima costruito un solido tessuto comune, non ne usciranno i cerchi concentrici teorizzati da Delors: ne usciranno due Europe, che andranno ciascuna per conto proprio, ciascuna indebolita dalla presenza dell'altra, ed entrambe incapaci di un peso nel mondo.

E allora non è che non vorrei un'iniziativa dei Paesi fondatori. Ma la vorrei, prima di gettare con incoscienza il seme delle due Europe, perché siano essi, proprio in quanto fondatori, ad adoprarsi nei prossimi mesi affinché non si volti pagina dopo una sconfitta come questa e si dia invece all'Europa, a tutta l'Europa, una Costituzione che essa ha già larghissimamente accettato e della quale ha estremo bisogno ai fini della sua fondamentale unità.

Proprio in questi giorni ricevo i primi dati su un sondaggio di dimensione europea, dal quale emerge che il sì alla Costituzione supera il 50% e che solo il 24% ritiene sufficiente un maggiore coordinamento degli Stati. È un risultato straordinario, se si pensa alla scarsa informazione che in fondo c'è stata sull'argomento. Mi aiuta a non perdermi d'animo. Ma attendo, con ansia, le scelte che si faranno.




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