la Repubblica

"La memoria è il futuro di un Paese"

di Giuliano Amato
20 gennaio 2004



In un bel libro da poco pubbucato in italiano, La lezione spagnola, Victor Perez Diaz ci dice che la Spagna ha costruito una società "civile" e quindi una democrazia che funziona, perché ha saputo ricostituire fra le sue parti politiche una civile unità di fondo, non cancellando la memoria della sua guerra fratricida, ma filtrandola in modo da conservarne storicamente (e non viverne ancora politicamente) le diverse responsabilità. L'Italia - ci dicono in molti - non è capace di fare altrettanto e la sua storia è percorsa da divisioni e fratture che sono volta a volta diverse, ma che hanno tutte un tratto comune: ciascuna delle parti si vede regolarmente come il tutto, in nome di un senso di -appartenenza, di una identità collettiiva partigiana regolarmente più forte di quella comune identità italiana che dovrebbe sostanziare la loro pretesa di governo su un medesimo contesto sociale. E perché sia così, mentre così ha finito per non essere in Spagna, ci viene spiegato con ragioni che risalgono esse stesse alla storia: a quella vicina (l'immediata incombenza sulla nascita della Repubblica della nostra guerra civile tra fascisti e antifascisti) e a quella lontana (la nostra debole e breve esperienza statuale a fronte di quella ben più lunga e ben più forte che ebbe modo di forgiare nei secoli l'identità nazionale spagnola).

Qui finisce la storia, ma non basta che ce la raccontiamo, perché qui comincia il problema per noi. Quali sono i prezzi che abbiamo pagato e che paghiamo a questa convivenza di due Italie in una?

C'È un modo per uscirne, che non sia l'impossibile ingresso in una notte in cui tutte le vacche sono grigie, ma che neppure comporti una path dependance, e ci un vincolo del passato, vissuto non come ostacolo al cambiamento, ma addirittura come destino che lo rende impossibile?

Cominciamo dai prezzi: le parti politiche, quanto più sono chiuse nelle Italie che intendono rappresentare, tanto più misurano gli effetti di ciò che dicono o fanno su queste Italie soltanto, non sull'unica Italia che esiste al di là di loro e sulla quale quegli effetti comunque rimbalzano. E il risultato è che del male che eventualmente viene accadendo in quell'unica Italia la responsabilità è sempre e soltanto attribuita alla controparte politica e al male di cui essa è portatrice, ignorando il fatto che in uno stesso contesto sociale noi tutti interagiamo e non serve chiuderci nella «nostra» Italia per non essere corresponsabili, in misura maggiore o minore, di ciò che accade in quella vera.

Pensiamo ai primi anni della nostra democrazia bloccata e alla intensa penetrazione che allora ebbe luogo di personale legato ai partiti di governo negli apparati pubblici. Chi governava si manifestava addirittura orgoglioso, davanti alla sua Italia di una tale penetrazione, in nome della su missione anticomunista e all'insegna quindi di un nobile "no pasaran". L'opposizione comunista esecrava la colonizzazione democristiana dello Stato e additava alla sua Italia il tradimento della Costituzione. Il fatto si è che gli italiani si trovarono addosso una vera e propria patologia gravida di conseguenze per tutti loro, dovuta certo alla maggiore responsabilità ci chi governava, ma alla quale innegabilmente concorreva l'incapacità, e in fondo la indisponibilità, di quell'opposizione ad assumere in tempi politici il ruolo di alternativa di governo; per non parlare della specifica questione dei suoi rapporti coi una potenza straniera, che, almeno per certe posizioni, legittimavano l'esclusione d personale amministrativo ad essa legato.

Andiamo ora alla più recente vicenda d mani pulite e ai solchi politici che essa ha scavato. Nei primi due anni di svolgimento delle inchieste, segnalare gli abusi che in più casi ci furono, sostenere la necessità che si distinguessero le responsabilità politiche da quelle penali, negare che si potesse fare di tutt'erba (e cioè di interi partiti) un fascio, era contrario all'ethos dominante nella sinistra. Questa si riconobbe allora nella giustizia vindice, ne cavalcò i benefici politici e quindi rappresentò un'Italia fondata su quel riconoscimento e sullo sfruttamento di quei benefici. Mise così da parte quella sana dose di garantismo che era stata tutt'uno con il suo passato attaccamento alla Costituzione, e chi segnalava gli abusi senza negare le tangenti sentiva su di sé la sgradevole accusa di essere complice delle stesse tangenti. E' un atteggiamento che, negli anni, si è venuto profondamente correggendo, ma intanto, dall'altra parte, ha preso corpo un'Italia per la quale gli abusi erano l'unica sostanza di mani pulite, non solo le vittime innocenti degli abusi, ma tutti gli indagati sono stati vittime, forse di complotti politici, mentre la accertata inesistenza di comprovate responsabilità penali in questo o quel processo vale come cancellazione di qualsiasi responsabilità. E per questa Italia se la sinistra sta con i giudici, vuol dire che i giudici stanno con la sinistra. L'esito di una tale sequenza è che l'unica e vera Italia, e cioè l'insieme degli italiani, ha sempre meno fiducia tanto nella politica che nella giustizia; e la stessa giustizia si è trovata in una esiziale incertezza in ordine a ciò di cui essa ha bisogno di più, la sua sacrosanta indipendenza da qualunque condizionamento politico. Sinistra e destra possono in coscienza attribuire tutto questo interamente all'altra parte? Le due Italie si rimbalzano le responsabilità, mentre le responsabilità interagiscono nell'unica ltalia che c'è, aggravandone mali e problemi.

Come se ne esce? E ci può servire per farlo la lezione spagnola? Dal libro di Perez Diaz una prima lezione emerge per la memoria del passato, remoto o prossimo che sia. Una cosa è un revisionismo che rinunci al discrimine fra il giusto e l'ingiusto e porti alla indistinzione delle responsabilità (del tipo: siccome nella lotta antifascista ci furono anche le foibe, allora nessuna delle due cause era migliore dell'altra). Una cosa diversa è l'uscita dalle semplificazioni e dalle omissioni di parte, che consenta la ricostruzione di tutte le responsabilità, grandi e piccole, maggiori e minori, dandoci una storia che sia la storia di tutti. La seconda lezione riguarda il futuro, che - dice Perez Diaz - può rimanere, o diventare, "civile", intanto se non vengono scalfite le regole dello Stato di diritto. E poi se la sfera pubblica è nutrita da «figure politiche esemplari», non solo leader ma anche «cittadini assennati e onesti disseminati nel corpo sociale», che sappiano immettersi nel dibattito politico come antidoti contro tutto ciò che possa farlo approdare al disprezzo reciproco, al rancore, alla stasi.

Forse non basta. Ma un sintomo della nostra malattia è che lezioni come queste di sicuro appariranno ai nostri professionisti della politica e della società civile spaventosamente candide, troppo candide per iniettarle nelle rispettive Italie. Intanto, nell'unica Italia che c'è, non solo sono il capo dello Stato e l'Arma dei carabinieri le istituzioni più rispettate ed amate, ma le altre non lo sono affatto. Riflettiamoci.




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