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La superpotenza Usa alla prova democratica
Proprio per questo le sue valutazioni hanno un peso che porta a condannare senza mezzi termini la gestione che gli americani hanno fatto del cosiddetto dopoguerra, una gestione nella quale Jürgensmeyer legge la fonte di una lacerazione gravida di conseguenze negative sul futuro dell´Iraq, e forse non solo di esso.
Tutto il suo resoconto è segnato da due costanti. La prima costante è l´errore di avere americanizzato tutto quanto - sicurezza, amministrazione, ricostruzione - lasciandone fuori gli iracheni: da una parte grazie allo smantellamento sia dell´esercito, sia della burocrazia statale iscritta al partito Ba´ath (assurdamente ritenuti, da cima a fondo, leali al vecchio regime), dall´altra per il ricorso ad imprese e a personale prevalentemente americani, e comunque non iracheni, per le opere di ricostruzione. La seconda costante è il senso di straniazione e soprattutto di umiliazione che questo ha generato negli iracheni, per i quali la presenza americana è diventata sempre più una presenza di occupazione, uno spossessamento, un inveramento della dicotomia di Huntington fra due civiltà che confliggono e delle quali l´una si sta imponendo con la forza all´altra. Nulla di paragonabile all´esperienza che vivemmo in Europa alla fine della seconda guerra mondiale, quando i soldati americani non solo furono accolti con autentica gioia dai nostri civili, ma fraternizzarono successivamente con loro in un clima di fiducia e di amicizia reciproche.
Colpisce, della complessiva condotta di Washington, il misto che vi si legge di candore ideologico, di approssimazione, di impreparazione e di non comprensione degli effetti che essa viene producendo. La sicurezza la si affida ai propri marines, insufficienti per numero (e costretti per questo a rafferme mal tollerate) e del tutto privi del necessario addestramento. Non è un caso - ed è in fondo per noi italiani una soddisfazione - che il documento dell´ultimo G8 sul rafforzamento delle risorse da destinare alle «operazioni di sostegno della pace» nel mondo includa fra i punti chiave del relativo piano di azione l´addestramento di personale sul modello dei nostri carabinieri. L´insegnamento delle «politiche della speranza» e, insieme, del buon funzionamento di un ministero della Difesa, in un paese che non manca di una sua élite e di una cultura elevata, lo si fa fare a Sue Duett e a Ronald Alcala, due ex ufficiali, che utilizzano testi da loro stessi preparati, mere collazioni delle slides proiettate durante le loro lezioni, e già sperimentati senza alcuna modifica o adattamento in Bosnia, in Colombia, in Romania, in Angola e in Afghanistan. Sue e Ron, come si fanno chiamare, sono forti soltanto della loro convinzione che le idee di cui sono portatori si faranno strada in ragione della loro irrefutabile giustezza. E ancora: i professionisti, neppure iscritti al Ba´ath, vedono al lavoro soltanto colleghi americani (e pochissimi di altri paesi) nel rimettere le mani su opere e infrastrutture che loro peraltro conoscono benissimo. I fili che congiungono sunniti, sciiti e gli stessi curdi vengono ignorati e si parte dalla premessa che i tre gruppi possono solo starsene divisi e sono incapaci, da soli, di costruire tessuti comuni che invece in certa misura esistono già e sono forse la risorsa più preziosa per il futuro. Si effettua una azione militare a Falluja per liberarla da un gruppo ristretto di ribelli armati ma, arrivando, si spara su una folla che sta dimostrando contro il governo israeliano per l´uccisione di Ahmed Yassin, con il risultato di mettersi contro l´intera comunità locale. Non solo: dello stesso terrorismo estremista che prende piede in Iraq il clero sunnita ritiene responsabili gli americani, che non hanno protetto a sufficienza i confini iracheni, dai quali i fondamentalisti di Al Qaeda non riuscivano prima a passare.
Prima ancora di chiedersi quali possono essere le conseguenze vale la pena di capire come tutto questo sia stato possibile. E la spiegazione - ne sono fermamente convinto - non è la «stupidità» che una certa spocchia di noi europei induce talora ad attribuire agli americani. Gli americani non sono stupidi ed anche se è vero che molti di loro hanno una conoscenza assai approssimativa di un mondo di cui sono leader, non è meno vero che gli Stati Uniti dispongono di un establishment nel quale uffici pubblici e istituzioni private producono oggi analisi geo-politiche e «country studies» che non hanno da invidiare nessuno e che sono anzi invidiabili. La questione è un´altra ed è quanto queste capacità siano state utilizzate nel caso iracheno e quanto siano state vive la discussione e la dialettica fra l´insieme delle istituzioni che in una democrazia complessa come quella degli Stati Uniti hanno titolo a concorrere alle scelte che si formano in materie e in situazioni come questa. Se non è così, infatti, può ben capitare che un gruppo ristretto di decisori, sottratto a una tale dialettica, si infili su una strada sbagliata e prosegua, mettendo via via pezze a loro volta sbagliate ai suoi iniziali errori.
Personalmente penso che proprio questo sia accaduto. Ma che non si tratti soltanto di questo, perché una spinta forte a che accadesse è venuta anche da un vero e proprio mutamento strutturale che potrebbe essersi determinato nella democrazia americana, per effetto della sempre più forte consapevolezza di una ormai incontestata supremazia militare. C´è, in tale supremazia, un duplice rischio: che di ogni problema appaia naturale la soluzione con strumenti militari e che le stesse difficoltà successive ad una eventuale vittoria sul campo siano ritenute comunque superabili, perché quegli strumenti sono sempre lì e nessuno ne ha di migliori. Può essere stato questo che ha chiuso attorno alla Casa Bianca, già orientata dall´unilateralismo ideologico e aggressivo dei neo-cons, un cerchio nel quale prevaleva la componente militare, confinando ad un ruolo marginale il Dipartimento di Stato e rimanendo per di più al riparo dal Congresso che, auto-limitatosi a lungo in nome della sacra battaglia contro il terrorismo, ha rinunciato a quella costante supervisione che il sistema democratico gli assegnerebbe e che troppo tardi ha ripreso a esercitare.
È una lezione importante per il futuro, perché ci fa capire che scelte poco meditate, inadeguatezze operative, errori comportamentali in assenza di analisi del contesto e quindi di consapevolezza degli effetti prodotti possono concatenarsi anche perché non c´è - e in questo caso non c´è - il feed back imposto dalla dialettica istituzionale e dalla supervisione parlamentare. Tanto più quando sia sopravvenuta una propensione endogena allo squilibrio, dovuta all´esorbitanza del potere militare. Si aggiunga - perché anche questo fa parte del quadro - il ruolo limitato e parziale che abbiamo giocato noi, con la nostra Europa divisa. Ai tempi della guerra fredda, quando c´era una partnership pur diseguale fra noi e gli Stati Uniti, la consultazione reciproca era stata continua e i mutamenti che essa determinava negli americani rispetto alle loro posizioni iniziali furono in più casi rilevanti. Nulla di simile è potuto accadere rispetto alla vicenda irachena, nella quale alcuni di noi erano ostili agli Stati Uniti e proprio per questo privi di ascolto da parte loro ed altri, i favorevoli, venivano e vengono ascoltati, ma sono troppo deboli da soli per influenzarli davvero. Se a tanto siamo arrivati nella consunzione della relazione transatlantica è assai probabile che le responsabilità maggiori siano piuttosto da ricercarsi nella Washington di Bush che non in Europa. Questo è sacrosanto dirlo, ma è un dato di fatto che anche l´assenza di un ruolo efficace dell´Europa entra a far parte di un circolo vizioso di concause a cui dobbiamo la pessima performance americana, che tanto ha aggravato in Iraq una situazione difficile che voleva risolvere.
Non sappiamo a questo punto come finirà in quello sfortunato paese e possiamo solo condividere le conclusioni che ne trae Jürgensmeyer. È altamente improbabile che esso si faccia trasformare in una piccola America ed il meglio che si può sperare è che, tra mille difficoltà e ripetuti tentativi, diventi una democrazia orgogliosamente indipendente, che di sicuro non sarà filo-americana. Al di là di ciò, se vogliamo evitare che ci sia un altro Iraq nel nostro futuro, la lezione è davvero a largo raggio. Ed è un richiamo, non al disimpegno, ma all´impegno e alla responsabilità di tutti, perché solo democrazie funzionanti e relazioni internazionali segnate dalla disponibilità a cooperare fra soggetti forti - in altre parole: da un accettato e praticato multilateralismo - forniscono gli antidoti che possono fermare sul nascere, o almeno nel loro progredire, i tragici scenari di tipo iracheno.
[Il testo di Giuliano Amato compare in versione integrale insieme all´intera ricerca di Mark Jürgensmeyer in un volumetto allegato al numero di Reset, in uscita in edicola e in libreria nei prossimi giorni: «Rapporto Baghdad. Tutto quello che gli americani hanno sbagliato».]
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