• Commento

la Repubblica

La Sinistra italiana con il mal d´America

di Giuliano Amato

20 agosto 2004

IL SEGNALE d´allarme è scattato nella mia testa davanti alle reazioni del pubblico al quale ho parlato giorni fa nel teatro tenda di Cortina. La relazione transatlantica e l´antica amicizia fra noi e l´America rischiano di cadere nel solco che divide le nostre due Italie, quella di centrodestra e quella di centrosinistra. Né, se ho colto bene il senso di quelle reazioni, la partecipazione di Fassino e Rutelli alla Convenzione di Kerry è stata sufficiente a impedirlo. Sono convinto che questo sia un male e che il centrosinistra debba porvi rimedio.

Nonostante le critiche che proprio su Repubblica rivolsi mesi addietro alla nozione stessa delle due Italie (perché alla fine ce ne troviamo una sola ed è quella che dobbiamo governare), mi rendo ben conto che il bipolarismo, se funziona, le produce e ne ha bisogno. Ha bisogno d´identità contrapposte, di visioni diverse, di competizione fra queste identità e fra queste visioni. Ed è per tale ragione che risulta più dinamico e anche più comprensibile di un sistema politico che tutte le scelte le annebbia in una dominante consociazione di centro. Ci sono tuttavia dei limiti che neppure esso deve valicare: limiti nella profondità del solco che scava e limiti nei temi su cui crea divisione. Il solco è troppo profondo là dove la sinistra diviene colpevole di tutti i mali, passati e presenti, e dove alla destra si nega altro collante che non sia il conflitto d´interessi del suo leader o il desueto fantasma del comunismo che egli ama agitare. In tal modo, infatti, s´assottiglia, sino a sparire, la necessaria piattaforma delle comuni responsabilità di destra e sinistra verso una medesima comunità nazionale. Allo stesso modo, e con le stesse conseguenze, la divisione è troppo estesa quando investe questioni che attengono agli interessi vitali di tale comunità.

Ebbene, in Italia questi limiti sono stati in buona parte valicati e sta qui una delle ragioni della diffusa insoddisfazione verso il nostro bipolarismo (non a caso incentivata e amplificata dagli sgradevoli e rissosi dibattiti televisivi fra gli esponenti delle due parti). Nell´interesse del paese, e del centrosinistra, vorrei almeno che non si andasse oltre e che fra i temi che dividono le due Italie non finisse la relazione fra noi e l´America.

Come dicevo però, la percezione che ciò stia accadendo l´ho avuta, nettissima, sentendo le reazioni del pubblico di Cortina alle critiche che stavo rivolgendo agli Usa. Erano reazioni trattenute, perché si sapeva e si capiva che chi parlava certo non era un nemico dell´America. Ma c´era dietro un grande e ormai corposo pregiudizio, pronto a leggere in ogni critica a Bush la conferma d´una sinistra che è antiamericana e se è antiamericana è antiOccidente, antidemocrazia e, perché no, anche antiebraica. È chiaro che qui ci sono tutti i guasti e tutti i veleni d´un solco che è divenuto troppo profondo. Ma deve esser altrettanto chiaro a noi del centrosinistra che la relazione transatlantica non possiamo lasciarla alla destra come un´arma da brandire contro di noi. Primo, perché non sono solo di destra gli italiani che la considerano un valore e caso mai sono molti quelli che vivono come un incubo la presidenza di Bush anche per l´antiamericanismo che essa è riuscita ad animare e a rianimare (e non si faccia quindi l´errore di ritenere schierati tutti contro l´America i tantissimi italiani che nei sondaggi si sono dichiarati per la pace e contro la guerra: non è così). Secondo, perché non è da posizioni antagoniste agli Usa che è possibile governare l´Italia, dove non c´è e non c´è mai stato nessun De Gaulle capace di dare loro una qualche dignità occidentale.

E qui viene il punto: perché apparire fra i tifosi di Kerry e partecipare alla sua Convenzione non è bastato e non basta a fugare il rischio di risultare schiacciati là dove la destra ci vorrebbe schiacciare? Certo per i veleni delle ostilità preconcette, ma anche per una ragione vera, che i nostri avversari di destra hanno colto. A parte la persistenza d´un estremismo antiamericano, pronto a dire che "questo o quello per me pari sono", è legittimo il dubbio che il rovesciamento d´impostazione che noi ci aspettiamo vada oltre il reale. Un cambiamento ci sarà, e anche profondo, ma non sino al punto di trasformare il candidato democratico nel compagno Kerry e gli Usa in un nuovo alleato simileuropeo del duo francotedesco. Se sarà eletto, sarà un presidente molto più disposto a interagire con noi e molto più aperto verso un ruolo forte e unito dell´Europa, ma sempre nel contesto d´una missione per lui prioritaria, quella di garantire la sicurezza degli americani e di combattere i loro nemici.

Se non ce ne mostriamo consapevoli, risultiamo o candidi o reticenti e in ogni caso incapaci di rispondere con la necessaria chiarezza alla domanda che è lecito farci sin d´ora: come reagirete quando sarà Kerry, e non Bush, a rivolgervi il suo appello alle comuni responsabilità? Ebbene, noi dobbiamo rispondere a questa domanda e senza alcun imbarazzo. Più e meglio della destra, infatti, possiamo dare una risposta capace di fornire nuovo vigore e nuovo sapore alla relazione transatlantica e di incontrare altresì le esigenze prioritarie non dei soli Stati Uniti, ma del mondo.

In un recente seminario organizzato da "ItalianiEuropei" con un gruppo ristretto d´amici e consiglieri di Kerry, è emerso subito che la sicurezza e la lotta al terrorismo saranno in testa alla loro stessa agenda. Ma è anche emerso che per loro avere noi come partner significa avere l´Europa unita come partner, perché quell´agenda, nell´ottica dei democratici e con la spinta di un´Europa che faccia la sua parte, non potrà non includere azioni politiche e impegni economici e culturali per lo sradicamento della povertà, per la modernizzazione del mondo islamico e per il radicamento della democrazia, che solo la concentrazione delle nostre complessive risorse può mettere in campo.

È chiaro che questo chiede a noi assunzioni di responsabilità superiori a quelle che ci siamo prese finora: responsabilità di buon funzionamento dell´Europa e di fiducia in quella politica estera comune che è stata sino a oggi (e per colpa di tutti, Blair e Zapatero compresi) più una chimera che una realtà; responsabilità di una allocazione delle nostre risorse più attenta alle priorità del mondo che ai nostri protezionismi; responsabilità di impegni per la democrazia fondati sulla coerenza dei fatti e non più sull´ipocrisia delle parole. Ma si tratta proprio di ciò che si legge nei programmi e nei documenti del Partito socialista europeo, di ciò che i nostri leader hanno detto in tante occasioni, di ciò che accusiamo la destra di non fare. Certo, in nome di questi impegni ci si potrà anche dire che tocca a noi, a noi europei e per primi a noi progressisti amici dei palestinesi, pretendere dagli stessi palestinesi di porre fine alla corruzione e al disordine che la loro leadership attuale non sembra in grado d´eliminare, in modo poi da saperli governare davvero i territori che verranno loro restituiti. E tocca ancora a noi pretendere che ai loro bambini non si insegni più a odiare gli ebrei. Ci sono resistenze a sinistra a fare questo, visto che mai lo abbiamo fatto in modi men che riservati e sporadici? Ci potrà anche essere chiesto di concorrere ad azioni militari. Potremo opporre, in questo contesto, pregiudiziali obiezioni di principio? Potremo dire che neppure in un caso come il Darfur l´Europa intende intervenire? O che neppure su sua richiesta potremo fornire al governo iracheno assistenza militare, non alla spicciolata, ma su comune decisione europea?

Affrontiamole queste questioni, discutiamole fra di noi nel centrosinistra, ma arriviamo alla fine a posizioni e a risposte chiare. Hanno diritto di averle gli italiani e - aggiungo io - è nostro dovere (e nostro interesse) dimostrare loro che coltivare la relazione transatlantica non è dar ragione al presidente Usa qualunque cosa egli faccia, ma lavorare insieme per obiettivi concertati e con mezzi condivisi in un mondo che solo su tale relazione può costruire un futuro migliore. Sono convinto che c´è un largo consenso nel centrosinistra sulle posizioni che ho qui ricordato ed espresso. E se vi sarà chi dissente, non potrà non valere il nuovo senso di responsabilità di cui si è fatto interprete lo stesso Fausto Bertinotti nei giorni scorsi. Confrontiamo idee e programmi - ha detto - ma poi chi sarà in minoranza si adeguerà alle posizioni della maggioranza. E allora muoviamoci. Contrastiamo ostilità e pregiudizi, prima che sia troppo tardi.




top




| Home | English | Biografia | Idee | News | Articoli & Interviste | Discorsi |
| Rassegna stampa | 2° governo Amato | Info & Feedback | Links politici |