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I liberali e i veri Cristiani
Perché la fede religiosa ha una marcia in più? Perché la fede dei laici porta nelle stesse direzioni sulla base della ragione, quella dei credenti sulla base dell´amore. E l´amore (a cui non si arriva attraverso la ragione) è una leva molto più forte e molto più mobilitante.
Su questo il cardinale Ruini mi invitò a parlare quattro anni fa nella basilica romana di San Giovanni in una serie di letture sull´inizio del nuovo millennio. E per questo durante i successivi lavori della Convenzione sul futuro dell´Europa mi sono impegnato, più ancora di tanti credenti, perché la Costituzione europea garantisse lo status che le religioni hanno nei nostri ordinamenti nazionali, riconoscesse il loro speciale contributo nel dialogo fra la società e le istituzioni e includesse come primo fra i valori dell´Unione quella dignità umana, che è il legato più inequivocabile e trasparente delle radici giudaico-cristiane della nostra civiltà. E nella Costituzione appena firmata tutto questo c´è.
Lo so, non c´è, nel preambolo, la menzione esplicita delle radici cristiane. E tuttavia, tenendo conto dei non marginali contenuti che ho appena ricordato, mi è sempre parso evidente che una tale mancanza non solo non esprimesse il disprezzo dei costituenti per la religione, ma in fondo non fosse neppure essenziale. Se non per un dubbio che avevo e che mi nasceva dalla seguente riflessione. Se è vero che l´Europa ha bisogno delle religioni, non solo per rinvigorire il tessuto morale delle sue società, ma in primo luogo per far sì che esso sia appunto un tessuto e quindi che le sue tante diversità si parlino, si riconoscano reciprocamente e quindi si accettino in valori e sentimenti comuni, allora ne derivano per le stesse religioni un ruolo e una responsabilità in relazione ai quali già oggi la cristianità ha saputo assumere una posizione di avanguardia.
È la cristianità che ha impostato e avviato il dialogo fra le religioni, è essa che ha invitato a considerare le verità di ciascuna non come dogmi inconciliabili, ma come matrici di testimonianze di vita all´insegna del fondamentale principio che le accomuna (tutti gli esseri umani sono figli dello stesso Dio). Ed è stato il Papa dei cattolici, in uno dei momenti più alti del suo pontificato, a chiedere perdono a Gerusalemme per le negazioni di quel principio commesse dalla sua Chiesa in passato. Se è così, allora menzionare le radici cristiane poteva sottolineare questo ruolo della cristianità come alimento spirituale di un´Europa non esclusiva, ma inclusiva all´insegna del dialogo e della comprensione reciproca, sempre nel nome della dignità umana e della sua affermazione.
Vedo ora che fra i critici più aspri della non menzione delle radici cristiane vi sono non solo dei cattolici, ma dei liberali (che tali sono ritenuti e tali comunque si definiscono), i quali teorizzano la necessità di costruire su radici e valori della cristianità i contrafforti e le barriere che permettano a un´Europa altrimenti flaccida e inerte di vincere la guerra contro il terrorismo islamico. Non posso essere d´accordo e mi auguro che i tanti cattolici che la pensano come me dicano con chiarezza che neppure loro lo sono.
Intendiamoci, e qui per evitare ogni equivoco mi ripeto: se a quelle radici e a quei valori pensiamo per frenare la spinta, che c´è fra di noi, ai diritti senza limiti, alla libertà senza responsabilità, ai rapporti interpersonali costruiti sulla sola convenienza e non sull´etica, sono il primo a riconoscerne l´importanza e a ravvisarvi anzi una risorsa essenziale per la tenuta stessa delle società del nostro tempo. Ma nei confronti del mondo islamico questo a che cosa può servire? Non per asserragliarci nella guerra contro la sua derivata fondamentalista, ma caso mai per rendere possibile un dialogo che è oggi reso impossibile dalla diffidenza nei nostri confronti di tanti islamici, e non certo fondamentalisti, per i quali "l´immoralità" dell´Occidente è una ragione sufficiente a legittimare separatezze e chiusure. So bene che tale diffidenza è anche nutrita da oscurantismi ed anti-modernismi. Ma so altrettanto bene che un fondamento essa lo trova in tare effettive delle nostre società. Eliminarle o ridurle, perciò, serve bensì alla guerra al terrorismo fondamentalista, ma solo nel senso che si priva così di ragione l´argomento che esso amplifica della natura edonista e quindi "demoniaca" delle nostre società e si crea conseguentemente un ponte che facilita il riconoscimento reciproco fra la nostra cultura e quella del mondo islamico in cui esso vuole far presa. Non serve, invece, se punta alla definizione dei confini di un territorio spirituale che è nostro, e solo nostro, e delle cui risorse ci avvaliamo per combattere e per escludere chi non è partecipe della nostra identità, l´identità dell´Occidente. Un´identità occidentale che sventola le bandiere della sua religione non combatte il terrorismo islamista, combatte inevitabilmente l´Islam. Dà così alla stessa religione un connotato opposto a quello che la cristianità ha inteso assumere e non giova né all´Europa né alla pace e alla sicurezza del mondo.
È sorprendente trovarsi in disaccordo, su tutto questo, con esponenti della cultura liberale, mentre non sorprende che si possa additare alle loro coscienze quanto ha scritto da ultimo il cardinale Ratzinger, allorché ha negato che si possa identificare «l´assolutezza di Dio con una comunità particolare o con certe sue aree di interesse» giacché ciò «distrugge il diritto e la morale.. e la differenza fra il bene e il male svanisce». Il che vale per l´Islam, ma vale parimenti per ogni altra religione. C´è invece sintonia tra questa impostazione e il futuro che auspica un vero liberale, Borislav Geremek, quando scrive che «il valore aggiunto che l´Europa potrà offrire alla politica internazionale sarà il suo essere non una comunità religiosa, ma una comunità pluralista nella quale diverse religioni vivono insieme».
È questo che può dare un colpo davvero mortale al fondamentalismo. Ed è solo questo che mantiene alla fede religiosa la sua marcia in più, l´amore da cui nasce e che la tiene in vita.
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