• Editoriale

la Repubblica

Dibattito sulla laicità
Dove nasce la società egoista

di Giuliano Amato

9 dicembre 2004

MOLTE opinioni sono state espresse in questo dibattito e non tutte ovviamente concordano. Ma partiamo dal filo rosso della ricostruzione storica di Eugenio Scalfari: è stata l´interazione fra le ragioni della laicità e le ragioni cristiane che ha consentito ad entrambe di dare (quando lo hanno fatto) il meglio di sé. Se questo è corretto--e lo è--allora ci sono alcuni punti fermi che sarebbe molto bello fossero acquisiti e condivisi da tutti.

Primo punto fermo. La società egoista, la società di ciò che conviene e non di ciò che convince, la società troppo intenta a consumare e quindi indifferente o addirittura passiva davanti alle sfide fanatiche che la minacciano, non è figlia della cultura e dell´etica laica. Al contrario l´etica laica la combatte con fermezza, contrappone la libertà come responsabilità alla libertà come mera convenienza, il bene comune alla chiusura nel particulare di ognuno e rigetta infine qualunque relativismo morale che giunga alla negazione della dignità umana e alla tolleranza dell´intolleranza.

Detto ciò--e a questo stadio del dibattito non c´è ragione di dimostrarlo ancora--un secondo punto fermo dovrebbe essere tuttavia acquisito: sbagliano i laici che ignorano il ruolo essenziale assolto dalla religione nella stessa battaglia e non vedono la inadeguatezza fattuale dell´etica laica nel conformare ai propri canoni i comportamenti di milioni e milioni di persone. Se mai è stato davvero perseguito un progetto illuminista di etica universale, esso è fallito e la mia generazione lo ha visto in particolare fallire nella vicenda che tutte le nostre società attraversarono decenni addietro all´insegna della secolarizzazione.

NON è un caso che quella vicenda portò per un verso al riconoscimento di sacrosante libertà contro vecchi pregiudizi, ma per l´altro a una perdita di valori e allo scivolamento nell´edonismo egoista della società dei consumi. Né è un caso che, dopo un iniziale declino dei sentimenti religiosi, ci sia stata la "rivincita di Dio" e cioè il ritorno a quegli stessi sentimenti, per di più con forti connotazioni identitarie. Ciò vuol dire che la coscienza laica non bastava da sola a governare i vasti processi sociali che la secolarizzazione portava con sé e a guidarli entro gli argini di un´etica razionalmente accettata da tutti e da ciascuno; e di etica crebbe un forte bisogno. È in primo luogo a questo proposito che io parlo di "marcia in più" della fede cristiana, giacché l´amore che la sostanzia ha una portata mille volte più pervasiva della ragione, e della severità, su cui si fonda l´etica laica.

Certo la rivincita di Dio non è solo la rivincita della fede, della solidarietà verso gli altri e di un senso della vita che vada oltre l´edonismo e i consumi. È anche la rinnovata legittimazione di una gerarchia, è la forza accresciuta delle dottrine e dei precetti di cui essa è portatrice in molteplici sfere della vita individuale e collettiva, è il rischio perciò non solo di incontri, ma anche di scontri con l´etica laica, che rispetto allo specifico di quei precetti si affida molto di più alla coscienza dei singoli (com´è nella sua natura) che a regole etero-imposte. Ma ancora una volta serve l´interazione e oggi più che mai ha senso che essa vi sia e che intolleranti non siano né i credenti né i laici. Su quali premesse ciò è stato possibile in passato e può esserlo ancora?

È qui il terzo punto, che spero possiamo dare per fermo. Da parte dei laici non deve scattare immediatamente il pregiudizio laicista di trovarsi davanti a null´altro che pregiudizi oscurantisti, ogni volta che a una libertà individuale si chiede di accettare un limite e una misura. A volte si tratta effettivamente di pregiudizi, ma a volte non è così e ciò che è in gioco è l´impatto su larga scala di opzioni concepite e disegnate sulla micro-scala di una scelta individuale e delle specifiche ragioni che la legittimano in un ben definito contesto. Quali e quanti possono essere i varchi che si lasciano a devastanti conseguenze non volute--c´è spesso questa preoccupazione nei principi che fa valere la Chiesa--quando quell´opzione si proietta sull´insieme della società e si riproduce nei mille contesti che in essa si presentano? Questo non significa che ogni limite ed ogni misura debbano imporsi con proibizioni. Ma di certo significa che è necessario essere aperti a capirne le ragioni e a farsene carico, anche se non in chiave repressiva.

Da parte loro i credenti, e soprattutto le loro gerarchie, devono essere consapevoli che immutabile può essere la legge morale, ma non ciò che sappiamo della realtà a cui essa si applica. Se Galileo aveva ragione, non poteva essere Dio ad aver torto. E a bestemmiare la sua parola non fu Galileo, fu chi mantenne quella parola ancorata a presupposti fattuali che la scienza aveva smentito. Ciò è vero ancora oggi e davanti alle nuove conoscenze che la scienza ci mette a disposizione, la dottrina della Chiesa può ben trovare le ragioni per aggiornarsi senza per ciò stesso smentirsi; e riaffermare quindi i suoi principi, ma non necessariamente i precetti con cui li aveva difesi in precedenza. Come ha scritto il cardinale Ratzinger--lo ricordava Arrigo Levi--«nella società pluralista la Chiesa diventa adulta».

Essere adulti significa essere forti della propria forza e proprio per questo aperti al dialogo con gli altri; capaci--lo ha detto Andrea Riccardi--di «dare un contributo di solidità al vivere laico di tutti», senza la pretesa di imporre loro la propria verità. E in ragione di ciò, quando si lavora nelle istituzioni pubbliche a una decisione che coinvolge anche altri, neppure i principi--ci dice il recente Compendio della dottrina sociale della Chiesa--vanno vissuti come assoluti, sottratti sempre e in ogni caso alla verifica delle loro stesse gerarchie interne e dei limiti attuativi che si possono incontrare. «Il fedele laico è chiamato a individuare nelle concrete situazioni politiche i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi morali», senza «pretendere che un partito o uno schieramento corrispondano interamente alle esigenze della fede cristiana».

Il contributo al vivere laico di tutti mi porta al quarto punto fermo, che riguarda il ruolo della religione, e della cristianità in particolare, non nel suo rapporto con i laici, ma in quello con le altre religioni e con i contesti non europei in cui ha le sue radici il fanatismo fondamentalista. È l´argomento su cui ho già scritto su queste stesse colonne, esprimendo il mio dissenso da chi vuole fare della cristianità la bandiera dell´Occidente per combattere quel fanatismo. L´Occidente ha bisogno dei valori cristiani per essere eticamente migliore e questo può anche permettergli di apparire migliore a quel vasto mondo musulmano che ne vede con diffidenza l´eccesso di empietà e che può prestare per ciò stesso orecchio alla predicazione fondamentalista. Ma che quei valori diventino la sua bandiera, il tratto quindi saliente dell´identità occidentale (disabilitato in quanto tale a concorrere all´identità di altre parti del mondo), può forse servire gli interessi della politica, di sicuro non serve quelli della Chiesa. La Chiesa negherebbe infatti la sua universalità se lo accettasse. E tanto poco essa si vede Chiesa di Occidente che, sia pure con qualche imbarazzo e qualche latitanza, ha preso le distanze dagli zelanti neofiti che all´Occidente la vogliono inchiodare.

Ma qual è poi la politica che può trarre vantaggio dalle bandiere cristiane? Non certo la politica della pace e della sicurezza, in un mondo nel quale qualunque fanatico può oggi accoppiare l´estremismo del suo Dio con i mezzi di distruzione di massa e cancellare la vita di tutti noi. In un mondo del genere c´è bisogno di dialogo e di riconoscimento di principi comuni fra le religioni, e questo mal si concilia con l´essere ciascuna espressiva di una sua distinta civiltà. Le religioni, almeno quelle monoteiste, hanno un formidabile principio comune, quello secondo cui tutti gli esseri umani (occidentali o orientali che siano) sono figli dello stesso Dio. Su tale principio ha meritoriamente lavorato in questi anni la Comunità di Sant´Egidio nell´organizzare i suoi dialoghi sempre più condivisi. E questa è la strada, non quella delle contrapposizioni identitarie, che sono le più adatte a mantenere in piedi falsi alibi religiosi a chi predica e pratica la morte degli infedeli.

Rimane allora la sola politica, tutta domestica, che davanti alla fuga dei suoi elettori si adopra per ricondurne alcuni all´ovile, importando il modello degli evangelici dell´Ohio rurale, nella speranza che giovi alla sua parte come ha giovato alla vittoria di Bush. Ma se di una tale politica si tratta, allora i suoi argomenti non hanno titolo a entrare nel nostro dibattito. E questo è l´ultimo dei miei punti fermi.




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