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Ci vuole, allora, un po' di coraggio e una certa civetteria intellettuale per lanciare, nella discussione pubblica, un libro che sostiene non solo che «cambiare il mondo è possibile», ma è anche necessario. La sorpresa, poi, continua se si guarda al nome del profeta di questa rivoluzione, aspettandosi di intravvederne le sembianze se non dietro la barba di Carlo Marx, almeno dietro quella che apparteneva a Tiziano Terzani, oggi maggiormente in auge nella moda culturale. Insomma, un carismatico agitatore di folle, o almeno, un febbrile filosofo sociale, pronipote di Platone, nipotino di Tommaso Moro e dell'altro Tommaso, il nostrano Campanella. Si tratta, invece, di uno dei politici italiani più razionali e apparentemente freddi, professore di diritto costituzionale comparato, addirittura noto come «il dottor sottile»: Giuliano Amato.
Con l'aiuto della giornalista del Messaggero Lucia Pozzi, l'autore si cimenta in una curiosa impresa. Quella di individuare, in una sorta di «glossario del futuro», una trentina di parole che frullano nella testa di ciascuno di noi, rimbalzando dai giornali alle tv, dalle aule parlamentari ai salotti, in una confusa marmellata di speranze e di minacce, soprattutto nei pensieri dei nostri giovani. L'intenzione è quella di capire e far capire, l'ambizione è quella di sostenere, appunto, che il giusto sospetto per le ideologie non possa ridurre la politica a puro pragmatismo, ad accorto bordeggio tra la rappresentazione degli interessi e la loro mediazione. L'eresia, perciò, che Amato propone si può riassumere con uno slogan: basta parlare solo di «programmi», ci vuole anche «un progetto».
Il libro si rivolge soprattutto ai giovani, non solo perché sono più sensibili al linguaggio delle emozioni e meno inariditi dal cinismo delle esperienze, non solo perché il nostro futuro di adulti sarà il loro presente, ma soprattutto perché sono i protagonisti di una inedita condizione esistenziale. Nella storia del mondo moderno, sono la prima generazione che dubita di poter vivere in un mondo migliore di quello che è toccato in sorte ai loro genitori. Stiamo derubando i nostri ragazzi del bene più prezioso che abbiamo il dovere di affidare a loro: il diritto alla speranza. Ecco perché, di fronte a questo vero e proprio tradimento generazionale, Amato propone la necessità di non aver paura di risuscitare il sogno che sia possibile costruire «un altro mondo».
Per carità. Guai ad aspettarsi che l'autore lanci appelli alle barricate, esalti la violenza rigeneratrice delle masse, si lasci andare a palingenesi rivoluzionarie. Amato resta il prototipo del pragmatico riformista di lungo corso che le cronache politiche descrivono da decenni. Ma il volume mette in luce un aspetto caratteriale che non sorprende solo chi lo conosce bene: la lucidità intellettuale, il sapiente controllo della ragione, la meccanica precisa e fluente del linguaggio professorale qualche volta, in lui, cede a improvvisi scoppi di emozioni, a imprevedibili collere sentimentali, persino al turbamento della nostalgia e della commozione. Questo libro ne offre una testimonianza fedele, perché tra le dotte disquisizioni sui temi più importanti del nostro futuro, irrompono singolarmente squarci di vita privata, in genere legati alla rapida apparizione di figure di donne, la moglie, la figlia, le nipoti. Un contorno familiare da cui la vita pubblica del politico e dell'intellettuale trae spunto per un esempio, uno stimolo, un confronto tra la realtà di tutti i giorni e l'astrazione di una teoria, di un progetto.
Simbolico di questo strano impasto tra sentimenti e pensieri è la rivendicazione del sogno, come diritto, ma anche dovere dell'uomo, di costruire il futuro. Sorprende, anzi, che tra i lemmi di questo dizionario essenziale del ventunesimo secolo, Amato, accanto a parole come «globalizzazione», «reddito», «ideologie», ma anche «web» o «no profit», associ anche un capitolo dedicato ai sogni. E ricordi il suo pianto giovanile, lasciando New York dopo aver conseguito un master per rientrare in patria, un cedimento emotivo giustificato da quel «sogno americano», tipico vagheggiamento di tutta la sua generazione. Come la curiosa volontà, proprio mentre si avviava a una brillantissima carriera universitaria, di prendere la patente «D», quella che una volta abilitava alla guida dei camion. L'ipotesi che non sia possibile solo «un altro mondo», ma «una vita di ricambio» tra le strade del pianeta. Magari non in canottiera, come si rappresentava il camionista nei film del neorealismo italiano, ma in cravatta. Forse solo un po' allentata.
Da giovane volevo fare il camionista di Giuliano Amato Da «Minacce Globali» a «Africa», da «Reddito» a «Laicità», da «Web» a «Egemonia». Sono alcune delle trenta «parole» contenute nel libro di Giuliano Amato e Lucia Pozzi in uscita il 18 aprile da Mondadori. Pubblichiamo, in anteprima, alcuni brani di un «sogno» che il «Dottor Sottile» coltivava in gioventù. Era il 1963, avevo appena conseguito il master in diritto costituzionale comparato alla Columbia University ed era tempo di tornare a casa. Non mi ero reso conto, fino a quel momento, che il sogno americano aveva attecchito così profondamente nel mio animo di studente poco più che ventenne. E mi bruciava dentro, mentre sentivo forte l'odore del sigaro toscano che generazioni di migranti italiani avevano fumato in quella terza classe che era quella che ci pagava la Fulbright. Era il mito dell'Oltreoceano, che rappresentava un richiamo fortissimo per un giovane come me, pieno di aspettative, curioso e sempre pronto a muoversi per scoprire nuove realtà. La Beat Generation aveva aperto le menti e i cuori all'improvvisazione, al vivere on the road - dal titolo del famoso libro di Jack Kerouac - andando incontro al domani facendo le esperienze più diverse. Di certo io non mi identificavo con quel modo istintivo e perfino selvaggio di stare nel mondo. E tuttavia l'America era diventata un mio sogno, un sogno rafforzato dal fatto di averlo per un po' di tempo vissuto davvero. Questo ideale del vivere sempre in luoghi diversi mi spinse a prendere la patente «D», quella che un tempo serviva per guidare i camion e gli autobus. Ho dovuto studiare e assumere dimestichezza con i motori, facendo anche una certa fatica. E sebbene la vita mi abbia portato da tutt'altra parte, forse il sogno che mi ha accompagnato di più è stato proprio quello di fare il camionista. Ero già adulto e inserito nella carriera universitaria quando mi decisi ad affrontare l'esame e lo feci con la consapevolezza di tenermi aperta una strada che probabilmente non avrei mai percorso, ma che mi piaceva sapere essere un'occasione possibile. Per vedere il mondo, e le automobili, da lassù. E per vivere fra luoghi diversi.
A tanto spingono i sogni. Non quelli che fanno parlare il nostro inconscio la notte, bensì quelli che facciamo a occhi aperti durante il giorno.
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