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Il saggio intitolato Un altro mondo è possibile?
Era scontato? Forse sì. Nell´inceneritore della Storia brucia tutto. Le Grandi Ideologie, le rovinose ubriacature totalitarie, i domini della razza e le magnifiche sorti e progressive. Nietzsche e Marx si danno la mano, come diceva quella vecchia canzone, ma per buttarsi insieme nel fuoco della Geena. La battaglia delle idee non ha più niente di palingenetico. Dietro il terribile nerofumo delle Twin Towers, tra le macerie di Bagdad e la polvere di Gaza, ci resta Huntington. Lo Scontro di Civiltà, Islam contro Occidente, Cristo contro Maometto, relativismo contro integralismo. Sullo sfondo, il pulviscolo sottile di una globalizzazione contestata, ma sempre più pervasiva, dentro le maglie larghe della Grande Rete, il Web. L´hamburger di McDonald e il "baffo" della Nike. Le merci made in China e i computer a basso costo made in Taiwan.
E allora no, forse non era scontato che tutto dovesse finire così. Non era scontato che dovessimo rinunciare, senza provarci ancora un po´, a cercare l´isola felice e immaginaria sognata da Thomas Moore nel Cinquecento. Non era scontato che anche Utopia dovesse finire nella discarica, insieme ai fascismi, ai nazismi, ai comunismi. Nel tracollo mortale di tutti gli "ismi", solo il capitalismo resiste e vince. Ma non è l´unica risposta a tutte le domande. Disse bene il grande papa polacco, dopo la storica Berlino 1989: finalmente è crollato il Muro, ma insieme a quegli odiosi mattoni di cemento non può e non deve cadere il bisogno di speranza e di giustizia dei popoli.
Ma chi si azzarderebbe, oggi, a inseguire ancora la chimera del grande cambiamento? Ladri di futuro, volenti o nolenti, sono stati i politici. Giustamente pronti a liquidare gli opposti ideologismi (non sempre, non tutti), ma troppo inclini ad adagiarsi sul puro pragmatismo (sempre, tutti). In fondo, così rischiano meno. Non diceva forse Paul Claudel che "quando l´uomo tenta di immaginare il Paradiso in terra, il risultato è un molto rispettabile Inferno"? Nel mondo svetta l´eccezione Bush. Ma è apparenza. Quanto pesa il conto perdite e profitti di Hulliburton, dietro la guerra all´Iraq e la crociata dei neoconservatori kristoliani?
In Italia, c´è chi è partito con il Tir. Romano Prodi nel 1996, in giro per l´Italia per far mettere radici a una pianta di Ulivo che allora nessuno conosceva. C´è chi ha preferito la nave. Silvio Berlusconi nel 2001, per far attraccare in ogni porto la sua ben nota versione populista e autocratica di "libertà". C´è chi per contrasto si è buttato sulla ferrovia. Francesco Rutelli, sempre nel 2001, per tentare inutilmente di rimettere sui binari un centrosinistra deragliato. Giuliano Amato, se il suo destino non avesse preso un´altra piega, avrebbe scelto il camion. Grande e resistente quanto basta per far camminare su un pianeta solcato dal bitume le sue idee. Per far correre ancora una volta, sulle strade del mondo, l´Utopia. Per viaggiare insieme ai sogni, sapendo che il percorso, per chi è e si sente veramente libero, è solo un lungo susseguirsi di bivi e di incroci. Autostrade dritte e passi tortuosi. Freeways e vicoli ciechi. Ponti e gallerie. In ogni momento, ogni scarto si può tentare, ogni via traversa si può imboccare. Un´altra possibilità. Una "vita di ricambio".
Il Dottor Sottile ha scritto un libro, da oggi in libreria, che già nel titolo palesa, dati i tempi, un´ambizione ai limiti dell´eresia. "Un altro mondo è possibile?". Il maître a penser del liberal-socialismo usa lo stesso slogan dei no global. Con una sola precauzione: il punto interrogativo, che trasforma l´asserzione degli anti-globalisti nella domanda di un riformista. Ma, anche qui, è solo apparenza. Perché in questo bel saggio, Amato non pone solo la domanda, ma dà anche una risposta. Una risposta acuta e intelligente, come l´autore. E´ importante che si cerchi effettivamente di cambiare il mondo. Ma alla fine quello che conta ancora di più è che, comunque vada, non si smetta mai di credere che questo cambiamento sia possibile.
La metafora del camion ha una sua forza oggettiva. Conoscendolo per l´uomo che è oggi, un politico di professione, ma anche un intellettuale cosmopolita, un elegante cesellatore di pensieri, a volte anche un po´ troppo algidi, si farebbe fatica a immaginare l´ex premier alla guida di un bestione a quattro ruote. Immerso nel traffico quotidiano e caotico dei mezzi e degli umani. E invece questo libro, attraverso un cammino a tappe per le trenta parole-chiave di questa nostra epoca (da "sogni" a "laicità", da "Africa" a "minacce globali") rivela l´Amato che si conosceva meno. Non solo la capacità pubblica di un ragionare esteso e come sempre profondo, ma in questa occasione particolarmente semplice e divulgativo. Ma anche i dettagli di un privato finora sempre molto riparato: la moglie Diana, i figli e i nipotini.
Il viaggio è lessicale, ma è anche e soprattutto culturale. All´insegna di ogni sincretismo. Da Woody Allen a Jurgen Habermas, da Luchino Visconti a Martin Luther King, da Luigi Magni a Immanuel Kant. Amato parte dal "sogno americano", come simbolo di un´intera generazione cresciuta con il mantra kerouachiano: "on the road". La frontiera, il mito americano che lo irretisce già a vent´anni, mentre torna in Italia con il master in diritto comparato della Columbia University e piange dal ponte di terza classe della Fulbright, non rassegnato nella gabbia dell´uomo chiuso, a una sola dimensione. "Questo ideale del vivere sempre in luoghi diversi – scrive - mi spinse a prendere la patente D, quella che un tempo serviva per guidare i camion e gli autobus… E sebbene la vita mi abbia portato da tutt´altra parte, forse il sogno che mi ha accompagnato di più è stato proprio quello di fare il camionista. Ero già adulto e inserito nella carriera universitaria, quando mi decisi ad affrontare l´esame e lo feci con la consapevolezza di tenermi aperta una strada che probabilmente non avrei mai percorso, ma che mi piaceva sapere essere un´occasione possibile. Per vedere il mondo, e le automobili, da lassù. E per vivere in luoghi diversi. A tanto spingono i sogni…".
Eccola, dunque, la suggestione di "una vita di ricambio". Quella che aiuta ad affrontare meglio l´oggi, e a tornare a sperare nel domani. Amato contempla le ingiustizie sociali e le mestizie culturali dei tempi avari che viviamo. Il terrorismo e l´insicurezza, il cinismo e la precarietà. Famiglie che "occhieggiano gli yacht, le feste del jet-set o le prime riservate", e figlie che ambiscono tutt´al più a sfondare nel ruolo di "veline". Nel wolfiano falò delle vanità, ardono a fuoco lento ideali, valori e soprattutto speranze. Ci sarebbe enorme materia per la Politica. Ma la Politica si ritrae. Come scrive Amato, produce tutt´al più un "programma" ma non sa più offrire un "progetto". Che trasformi la pura e semplice "Babele degli interessi" in una "torre che funzioni" per tutti. Un´idea di società, nuova e diversa. L´isola che non c´è, appunto. Ci sarebbero migliaia di chilometri di asfalto da percorrere, per un volenteroso camion dei riformisti di tutto il mondo. Da destra ci ha provato la Thatcher. Ma a quel "riformismo trickle-down", giustamente, il Dottor Sottile preferisce ancora e nonostante tutto quello socialdemocratico: il capitalismo come pecora da tosare, ma da nutrire sempre bene, perché se la pecora muore non ci sarà più lana per nessuno. "Un riformismo che pretenda soltanto di tosare e tosare – scrive - diventa profondamente conservatore e fallisce lo scopo". Allo stesso modo, "una sinistra che sia soltanto distributiva e che non accetti di sostenere il sistema di produzione della ricchezza è miope e si merita di trovare sulla sua strada una destra riformista che prende il potere".
Un bel viatico, per l´Unione che comincia l´avventura di governo. Il camion dell´Utopia scalda i motori. Chissà che non aiuti Prodi a correre più forte, e lo stesso Amato a imboccare un sentiero che porta più in alto?
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