|
![]()
Naturalmente, porsi una domanda del genere rappresenta una reazione puramente istintiva, non razionale. Il mondo cambierà, con noi o senza di noi, e, anche se lo volessimo, potremmo fare molto poco per impedirlo. Non resta perciò che cercare, nella modestissima misura in cui possiamo contribuirvi, a farlo cambiare per il meglio. Insieme con Lucia Pozzi, giornalista del «Messaggero», Amato individua una trentina di parole, che servono, come indica il sottotitolo del libro, «per capire e per cambiare» e costruisce con esse un percorso difficile ma necessario, per trovare una soluzione ai complessi problemi del nostro tempo. Ne indica una nel riformismo nato nel mondo socialista, che in Italia ebbe come massimo esponente Filippo Turati.
Su questo punto il discorso di Amato diventa di grande attualità. Il fine ultimo di Turati era pur sempre la costruzione di una società socialista, un traguardo che oggi manca nei programmi dei partiti italiani che non appartengono all'ala radicale. Nel futuro partito italiano riformista, ammesso che nasca, ci sarà posto per il socialismo, sia pure nella sua versione socialdemocratica?
La questione più ardua da risolvere, anche per quella parte dei riformisti che si richiama a essa e che non sembra maggioritaria, riguarda una chiara definizione del rapporto con il capitalismo, la pecora - per riprendere l'immagine adoperata da Amato - che deve essere tosata, ma senza scorticarla. Qual è il limite della tosatura, oltre il quale si rischia di bloccare la produzione della ricchezza?
Sono molto attuali, in riferimento alla situazione italiana e al progetto di costruzione di un partito democratico, anche le pagine sulla laicità. In esse la ragionevolezza prevale sull'astratta Ragione (come avviene anche in quelle su «religione» e «relativismo»). E può darsi che su questo terreno l'incontro tra i riformisti provenienti dalla Dc e quelli che invece si sono formati nel Pci e nel Psi, che facevano della laicità uno dei punti fermi dei loro programmi, sia più facile che non sul terreno economico. E che si arrivi a intese tra Stato e confessioni religiose fondate su «un insieme di regole pattuite che con la sola ed esclusiva finalità di facilitare l'esercizio della libertà religiosa da parte dei fedeli di quella religione». Di quale, però?
Se si tratta di arrivare ad accordi con la Chiesa, non c'è dubbio che sono del tutto possibili, come mostra lesperienza storica. Ma se si trattasse, invece, di stabilire norme in grado di regolare i rapporti tra lo Stato e la società italiana con la magmatica realtà dell'Islam, gli ostacoli potrebbero essere insormontabili. Come mostra, anche in questo caso, la storia.
Certo, non bisogna rinunciare alla speranza e al sogno. Anch'essi possono diventare elementi di politica attiva, come ribadisce Amato a proposito del contrasto tra l'Islam e l'Occidente (ma forse sarebbe più corretto parlare di contrasto tra le civiltà, perché anche l'indiana e la cinese sono tornate ad affacciarsi sulla ribalta della storia).
Amato scrive che il terrorismo «è figlio di una deformazione ideologica penetrata nel mondo islamico, ma che certamente non lo rappresenta». Ma subito dopo afferma, secondo me giustamente, che bisogna non solo sconfiggerlo, ma anche reagire «all'intollerante nazionalismo islamico che lentamente lo ha generato, crescendo e radicandosi sempre più nel secolo scorso».
È possibile che mi sbagli, ma mi sembra di avvertire qui un'oscillazione di giudizio, dovuta alla volontà di abbattere i muri, per «smussare le minacce del presente», ma, nello stesso tempo, alla sensazione che quei muri, costruiti nel corso di secoli, sia molto più solidi del prevedibile. Ripeto: può darsi che mi sbagli, ma pure altrove mi sembra di scorgere delle incrinature anche profonde sulla superficie di un ragionamento che si svolge attraverso i grandi problemi d'oggi sul fondamento di un apparente, voluto ottimismo.
Le grandi ideologie sono morte, scrive Amato, ma un loro elemento resta irrinunciabile: «la visione di un futuro che sia migliore del presente e in nome del quale valga la pena muoversi». Per questo, sono necessari non solo un programma ma un progetto, e anche impegni e risposte concreti su fatti concreti. Altrimenti, la politica non potrà guidare la società e i fatti governeranno se stessi.
Ma oggi, grazie anche alla globalizzazione, i «fatti» hanno acquistato una forza che non avevano mai avuto e si è pure accentuata la loro imprevedibilità. E i grandi sogni, di cui si occupa Amato nella voce destinata a essi, rischiano di restare tali, di non tradursi in realtà. Ma proprio a conclusione di questa voce Amato ci riporta sulla terra e rileva che la grande maggioranza dei giovani sogna soltanto di «trovare un lavoro non eterno ma stabile, mettere su casa da soli e senza la paura di trovarsi senza i soldi del mutuo, contare su un domani che possa essere meglio di oggi».
A ripensarci, sono gli stessi di un giovane di settanta anni fa che, come recitava la notissima canzone, dopo avere sognato la notte precedente «l'eredità di un lontano zio americano», al risveglio si sarebbe accontentato di «mille lire al mese, un modesto impiego, una casettina in periferia e una mogliettina giovane e carina». Prima che quei sogni fossero travolti dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. top |
| Rassegna stampa | 2° governo Amato | Info & Feedback | Links politici | |