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E' il personaggio all'altezza della vera posta in gioco, cioè la modernizzazione del paese
Ritratto di Giuliano Amato
di Massimo Bordin,
6 maggio 2006
Sembra che Giuliano Amato non ami essere definito “Dottor Sottile” perché vorrebbe vedersi riconosciuti anche sentimenti e passioni. Contro di lui gioca il redditizio understatement che lo ha fatto passare indenne e subitaneamente riposizionato attraverso tornanti politici in cui altri vicino a lui cadevano. Freddo calcolatore, cinico. Questa l'accusa, anzi peggio. Basta leggere le taglientissime invettive epistolari di Rino Formica dove la chiave non sta nella categoria del “tradimento” né nell'opposizione fra passione politica e cinismo autoconservativo. Anche gli insulti, se proferiti da una persona intelligente, hanno una logica : “Ideale per una politica servente” riprende con maggiore carica evocativa quel “professionista a contratto” scagliatogli contro dall' ultimo Craxi. Il rapporto con i cosiddetti poteri forti, quelli veri, che stanno oltre la Manica e l'oceano, è oggi il principale capo di imputazione. A sinistra sanno benissimo che quello fra loro che ha migliori e più diretti contatti con gli Usa e la chiesa (più che il Vaticano) è probabilmente lui, sicuramente più di D'Alema, Veltroni e Rutelli. Del resto nessuno di questi era a bordo del panfilo Britannia il 2 giugno 1992. In fondo tutto comincia da lì, in un anno comunque torbidissimo ricco di attentati, suicidi, inquisiti e crisi finanziarie. Allora la realtà sembrò superare la sceneggiatura della “Piovra”, il vero caposaldo teorico di cui si era dotata buona parte della sinistra dell'epoca, producendo vittime che nel tentare di difendersi sbagliarono anch'esse evocando complotti internazionali coniugati alle vendette giustizialiste delle tribù locali.
Aveva capito tutto dal 1977
Qualcuno, da una parte e dall'altra, è ancora fermo lì. Amato imperterrito è andato avanti perché aveva capito prima, molto prima, da quando nel 1977 aveva scritto un saggio per MondOperaio sulla “Riforma della Repubblica”, base teorica della Grande Riforma craxiana, che non si riuscì a fare. Ovviamente l'insuccesso, cosa assai più seria delle tangenti, non fu indolore. La vera posta in gioco, la modernizzazione del paese, non trovò giocatori italiani all'altezza, ma solo poteri forti ancorati al largo di Civitavecchia. Sarà pure stato un gigantesco “modello Rover” applicato all'Italia, ma nel governo Amato, certo, quello delle privatizzazioni, della finanziaria “lacrime, sangue e mani sui conti correnti”, c'è già tutto quello che i governi successivi hanno sviluppato, più o meno bene. Giavazzi stava al ministero del Tesoro, il decreto del gennaio 1993, poi non convertito, è stato il primo tentativo sul lavoro interinale, le piazze che tiravano bulloni non erano diverse da quelle che difendevano la scala mobile, solo più violente. No, tutto ciò non può essere letto come “meriti antisindacali” senza contraddire una politica riformista che proprio i socialisti avevano iniziato negli anni Ottanta. E, per quello che più conta, senza rifluire in una logica nazional-protezionista che pure è rintracciabile nei peggiori momenti della sinistra, ma ha oggi un interprete più accreditato: il colbertista Tremonti. Certo, la modernizzazione non può essere crudele e qui giocano la passione e i sentimenti che Amato ha mostrato di tenere in conto, quelli socialisti e anche quelli religiosi, tenendo presente che i cardinali Martini e Paglia piuttosto che altri sembrano i suoi interlocutori. La verità è che se fossimo in un “paese normale”, come altri direbbero, nulla dovrebbe impedire la convivenza nello stesso Partito socialista, fabiano, modernizzatore e liberale di Amato e di Formica. Ma un paese normale non siamo, e proprio Amato ha lasciato negli atti parlamentari, quando nel 1993 si dimise da premier, l'analisi più lucida e impietosa mai fatta da un presidente del Consiglio, imputando ai partiti che hanno costruito la Repubblica la mancanza di una vera soluzione di continuità col regime fascista. Non basta evocare il primato della politica, almeno di questa politica, per scavalcare un problema simile. C'è da chiedersi se altri candidati, pur autorevolissimi, abbiano eguale consapevolezza.
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