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di Stefania Craxi
Perché i Ds hanno preferito un modesto funzionario di partito a un uomo la cui cultura e intelligenza è apprezzata in tutta Europa? Perché Rutelli non ha mosso un dito per difendere un uomo sensibile ai problemi del cattolicesimo, che avrebbe altresì assicurato alla Presidenza della Repubblica il voto pressoché unanime del Parlamento italiano? Perché al Quirinale non è salito un uomo la cui produzione culturale e politica interessa i circoli intellettuali di mezza Europa, sopravanzato da un personaggio di cui si è tutt’al più registrato qualche mugugno rispetto all’ortodossia pro sovietica del Partito comunista?
Sono interrogativi pesanti ai quali mi sento in grado di dare una risposta definitiva che toglie via la sorpresa e gli interrogativi dei pur bravi Panebianco e Battista: perché Amato non è uno di loro, perché, a onta dei suoi opportunismi, della sua furbizia, del suo desiderio di far carriera, Amato è un vero riformista, un vero socialista riformista.
Mio padre è stato ingeneroso con Amato, quando lo ha definito «un uomo a contratto». Amato è rimasto craxiano nell’anima, uno che pensa il riformismo come lo pensava Craxi già nel ’76, atteggiamento dello spirito, un movimento che investe tutto, lo Stato, le Istituzioni, l’Amministrazione, la società.
Per questo non riesco a non volergli bene, per quante delusioni mi abbia dato.
L’identità degli eredi di Togliatti e di Berlinguer resta quella di post comunisti, con tutta la prosopopea e la sicumera di continuare ad essere nel vero come lo erano quando la loro cultura trionfava. Lo rivela l’ingenuità con cui oggi pensano di poter interpretare il meglio per tutti gli italiani e si meravigliano dell’intransigenza della Casa delle Libertà. Loro potevano fare manifestazioni oceaniche, migliaia di ore di sciopero politico, demonizzare gli avversari, girotondi, balletti, il ludibrio di una satira fuori d’ogni limite perché Berlusconi e la Cdl erano nell’errore. Oggi che sono loro a governare, l’opposizione dovrebbe star ferma e possibilmente approvare, perché loro fanno la cosa giusta.
Dopo l’elezione di Napolitano, Prodi ha detto una frase che ne rivela la pericolosa anima dossettiana. Ha detto che ora può riprendere quel fecondo incontro tra cattolici e comunisti, sperimentato nella Costituente, e interrotto nel ’48 dalla Guerra Fredda. Prodi auspica di nuovo l’incontro delle due Chiese, cioè una forma più raffinata e sfacciata di quel consociativismo catto-comunista che nei primissimi anni Ottanta aveva condotto l’Italia sull’orlo dello sfacelo, da cui la salvò il coraggio e la lungimiranza di mio padre.
Questa è un’altra cosa che sta sul conto di Amato, che oggi i Ds non vogliono nemmeno avere in quota per la divisione dei ministeri.
C’è anche un errore di Amato. Quello di aver contato troppo sulla propria bravura, sulla propria indispensabilità. Ha pensato di poter deviare un grande fiume, che ha invece seguito il suo corso e obbedito alle sue radici. Le cose non sono andate come pensava e oggi subisce un brutto scacco.
Nella sua pur prodigiosa memoria, ha dimenticato il motto di Turati: «I socialisti coi socialisti, i comunisti coi comunisti». top |
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