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"Dio, le donne, il tennis e la mia fedeltà a Craxi"
intervista a Giuliano Amato, di Francesco Merlo 30 agosto 2000
Nel momento di maggiore sincerità chiedo a Giuliano Amato -- è la seconda volta -- se ha voluto bene a Craxi, e percepisco la luce di un’emozione. Ma non è possibile vedergli dentro, come al di là di un muro, e nessuno può dire se dietro la lucentezza ci sia una qualche opacità ineffabile. Ritrovarsi e raccontarsi dunque? Dice di averlo fatto, e lungamente, con un altro giornalista, con il fortunato Giancarlo Bosetti, direttore del mensile Reset . E dunque, in attesa che esca quel giornale, può offrirmi solo piccole briciole di «quegli importantissimi dieci anni della mia vita dei quali Bettino Craxi ha fatto parte intensamente».
Dobbiamo dunque accontentarci della tristezza per una passione scomparsa che gli rivela una perdita di se stesso. E c’è pure un accenno al tribunale del futuro, con i suoi cantieri caotici e tutto il groviglio delle impalcature: «E’ accaduto che siamo rimasti soli l’uno dell’altro. Anche io di lui come lui di me. E io sono uno dei pochissimi socialisti italiani che non lo hanno mai criticato, come hanno fatto gli altri. E questa è una cosa che, credo, Craxi sapesse perfettamente».
Presidente, chi sarà il candidato? «Ah, questo non lo so. Non ne ho la più pallida idea. Mi dia lei la sua opinione». La mia opinione è che non sarà lei, che non sarà Giuliano Amato. «Perché?» Perché un buon cavallo da sella se viene messo al calesse diventa un cattivo cavallo da tiro. E poi, nella lunga lista di tutte le attività che lei potrebbe svolgere, di tutti i servizi che potrebbe rendere al Paese, compresa la rinascita postelettorale del Centrosinistra, non c’è quella del pensionato per sconfitta, l’ennesimo ospite del cimitero degli elefanti. «No. Non è questo il problema. Anche ammesso che si perda, si può perdere bene. Il problema non è questo. Guardi, io sono rientrato al governo mirando in realtà alla presidenza della Commissione europea, dove poi è andato Romano Prodi. C’è stata un’accelerazione imprevista in Europa e un’altra in Italia e mi sono ritrovato a fare il presidente del Consiglio. Non era in programma ma sto cercando di farlo bene, al meglio delle mie possibilità. E’ però vero che c’è un’altra vita che mi ronza nella mente, un altro me stesso che preme per uscire. Nella vita che vorrei fare, io passerei qualche settimana a Roma, poi andrei a New York per un seminario alla Columbia o alla NYU, e poi ancora a Sydney, una città di cui mi sono innamorato, dove c’è un’altra splendida università...».
Così Amato descrive il suo ideale, così traccia la sua sempre più probabile via d’uscita dai Veltroni, dai Rutelli e dai Di Pietro. Alla diffidenza e al disagio contrappone questa specie di felicità sociale dell’intellettuale che ancora vorrebbe farsi stupire da un’idea, sorprendere da una parola, del professore che «sente» la massa dei suoi studenti in agitazione e in fermento. E mi rinfaccia un articolo nel quale avevo preso in giro il suo inedito battutismo a raffica, una vera frenesia con i giornalisti, una sorta di allegria del potere: «Come ha potuto, lei che pure mi conosce, pensare che la poltrona mi dia gioia? La verità è che quando esco dal Consiglio dei ministri io sono contento perché finalmente è finito. Lo considero infatti un impegno estenuante, con gli orari da rispettare, un ordine del giorno da esaudire, la facondia altrui da contenere, le controversie da comporre, per non raccontarle delle aspre liti di topografia ministeriale relative alla Guardia Forestale. Insomma, quando finisce sono contento. Allora scendo, trovo i suoi colleghi giornalisti, che in genere sono giovani, e mi rilasso perché si ricrea lo stesso clima dei seminari, un clima di scherzo e di leggerezza, di goliardia e di simpatia». E’ li che Amato dice dunque di voler tornare, in quella comunit à intellettuale che risale al Medioevo, allegra e spiritosa e trasgressiva; forse è questo luogo in cui non si pagano pedaggi la soluzione al rebus della candidatura. «Per distrarti dalla politica diventa romantico» consigliava Stendhal. Difatti la politica, con le sue tensioni astiose, è forse compatibile con lo studio e con le aule universitarie, ma certamente non con i dettagli dello Spirito, con il nonsoché di un giro di frase, di un termine, con la sfumatura senza la quale anche l’uomo dotato di maggior spirito non è che un uomo di ufficio o di mestiere: un professionista a contratto, per dirla con Craxi.
Certo, ci vuole ancora coraggio per evocare la passione per Craxi e bisogna evocarla con prudenza per non dare alla parola passione un senso che risulterebbe odioso e falso. Del resto, se la disgrazia arriva bisogna spuntarle le armi resistendole: «Prima che la violenta strumentalizzazione della vicenda giudiziaria contro di noi socialisti venisse ad esasperare gli animi e a falsificare tutto, credo nel ’93, ebbi con Craxi il mio ultimo colloquio politico: "Il tuo governo (così lo chiamava) deve diminuire -- mi disse -- la conflittualità a sinistra, perché il nostro futuro è la collaborazione con loro"». Tra poco, come vedremo, Amato dirà anche di essere rimasto sempre fedele al socialismo degli anni Ottanta, a se stesso e a Craxi, e che già nel ’92 quell’ultimo governo del «Caf» fu il primo governo di sinistra, che la stagione democristiana era finita, che l’attuale governo Amato è il seguito di quello, figli della stessa vecchia idea craxiana. E rivendicherà la continuità del suo passato e della sua politica. C’è dunque una malinconia di calore, uno spleen di rimpianto nell’uomo che gioca in coppia con l’avversario che non riesce a battere? Non dico che Amato baci la mano che non può tagliare, però gli chiedo del giallo mondano-sportivo di quest’estate, di quella partita a tennis con Tony Blair che si può leggere come una metafora.
Presidente, lei ha trasformato l’avversario nel suo compagno. Ha fatto con Blair quel che aveva già fatto con gli eredi del Pci. «Capisco che tutto si possa leggere come metafora, anche una partita a tennis. In realtà l’idea di giocare in coppia anziché "contro", è stata di mia moglie, mentre l’idea del doppio è stata di Roberto Zaccaria, il presidente della Rai». Si sa che Zaccaria è un uomo che non sa resistere ai godimenti e agli svaghi dell’anima, al brusio del suo nome; almeno questa volta però è comprensibile che abbia brigato per giocare contro due primi ministri: «Mia moglie ha capito, attraverso il Corriere , che non solo i giornali italiani ma anche quelli inglesi, che ad Ansedonia non arrivano, stavano montando una manfrina. E così mi ha detto: "E’ meglio che evitiate il ridicolo di affidare uno scontro di civiltà Italia-Inghilterra a due tennisti di mezza tacca come immagino siate entrambi. Ti consiglio di giocare in coppia con lui". E la cosa divertente è che non appena mia moglie lo ha detto agli altri, la signora Blair ha subito raccontato di avere proposto la stessa cosa al marito. Tutto nasce quindi dal classico "donne contro uomini", dalla capacità che hanno le donne di cogliere i profili ridicoli della competitività maschile».
Salvato dalla moglie dunque, come vuole l’oleografia amatiana. Si sa che Amato crede nell’intuito femminile, nel senso pratico delle donne, nella loro intelligenza ironica e demistificatrice. E non è soltanto la via italiana alla strategia della tenerezza, al dolce maschio politicamente corretto -- Clinton che si fa consigliare da Chelsea, Al Gore che bacia la moglie, Blair che chiede il congedo di paternità... --, e non basta neppure la lezione del femminismo: «Io non sono femminista ideologico. Credo che anche le donne siano competitive, ma che abbiano la capacità ; di mettere in ridicolo la competitività maschile». E’ evidente che la donna per l’intellettuale Amato non è socratica. Si sospetta infatti che Socrate si sia convinto a bere la cicuta anche per liberarsi dalle angherie di Santippe. Per Amato, al contrario, la donna è la soluzione che ci si inventa nei casi più vischiosi e controversi, il rimedio alla sua inguaribile astrattezza: «Sul piano della metafora però l’idea di giocare in coppia con i vecchi avversari comunisti non è di mia moglie ma della Storia. Io infatti sono rimasto fermo alla politica di Craxi degli anni Ottanta e cioè alla certezza che giorno sarebbe venuto nel quale noi socialisti avremmo mitterrandianamente guidato la sinistra e abbandonato la Dc. La chiamavamo "la felice ambiguità del Psi" che, a fini di governabilità, collaborava per l’oggi con la Dc ma che si preparava all’alternativa di socialismo democratico.
Questo fu l’inizio della nostra storia. E credo che la fine venne perché, giunto il momento di farlo, non lo facemmo. Continuammo un’alleanza senza luce con una Dc già ferita mortalmente dal successo della Lega nelle province della Balena bianca. E io ricordo bene che, nei primi anni Novanta, caduto il Muro, i dirigenti e il popolo comunisti vedevano in Craxi, pur non amandolo, il loro futuro capo predestinato. Purtroppo noi socialisti, io compreso, sbagliammo a credere che il cadavere del Pci ci sarebbe passato davanti. Non capimmo che il Pci sarebbe invece sopravvissuto perché aveva un radicamento nazionale, non era come il Pci francese, non era intriso unicamente di mito sovietico ma anche d’altro, di Croce per esempio, e di una gioventù invecchiata che vi era entrata solo per fare la lotta antifascista. E ricordo appunto che in quell’ultimo colloquio del ’93, Craxi mi spingeva ad avvicinare il governo al Pds, a cercare l’intesa, immaginava un futuro prossimo di alleanze. E infatti permise al Pds di entrare nell’Internazionale socialista. Ed è bene ricordare che senza l’assenso di Craxi quel partito non vi sarebbe entrato. Poi venne la strumentalizzazione giudiziaria... Come vede, dunque, l’intelligenza di mia moglie questa volta non c’entra».
Amato respinge l’idea del tradimento, nega di pagare ogni giorno un caro prezzo al vecchio nemico. Anzi accusa l’informazione di non rispettare la realtà, di non curarsi mai del fatto. Quel giorno a Bologna, per esempio, quando commemorando la strage alla stazione chiese perdono a nome dello Stato, voleva dire che «su Ustica sappiamo solo che non ci hanno detto la verità, e sulla bomba di Bologna abbiamo sì una sentenza passata in giudicato contro Mambro e Fioravanti, ma non c’è il movente. E sappiamo inoltre, perché voi giornalisti lo scrivete, che Mambro e Fioravanti rivendicavano spavaldamente i delitti che commettevano, mentre di questo si dicono innocenti. Ebbene, perché io non ho il diritto, come in America, di chiedere "chi ha ucciso Kennedy?", senza diventare uno dei fautori di quella teoria del doppio Stato che ho sempre avversato e che ritengo una teoria comunista, falsa, messa in piedi per delegittimare la democrazia, proprio io che di quel libro di Galli Della Loggia, Sabbatucci e Cafagna ho apertamente amato proprio le parti che ridicolizzavano la teoria del doppio Stato?». Amato pensa che dovremmo ragionare tutti insieme, chiederci perché il fatto non interessi «se non come pretesto per rispolverare sempre le stesse polemiche, per tirare fuori dai cassetti i vecchi umori e le vecchie argomentazioni e ricominciare da una parte e dall’altra lo stesso balletto di sempre».
Gli obietto che nel caso di Bologna vi era l’ambiguità politica della piazza, e dunque una sorta di sua condiscendenza all’emozione e all’idea forte di quella piazza che era appunto la teoria del doppio Stato. Aggiungo che solo in Italia i parenti delle vittime diventano «un partito politico » al quale affidare la giustizia e la verità. E gli faccio l’esempio del figlio di John Lennon che non può accettare che il proprio padre sia stato ucciso solo da un balordo esaltato e dunque tira in ballo la Cia e il presidente degli Stati Uniti. Come tutti i parenti delle vittime anche lui offre alla memoria del padre complotti sempre più giganti. Allo stesso modo noi offriamo i fiori ai nostri cari. Amato ammette che «i parenti delle vittime diventano in Italia gruppi di opinione, lobbies politiche, ma è anche vero -- aggiunge -- che la vittima ha comunque diritto di chiedere la verità». Insomma presidente, riconosca che Bologna non era la sede adatta per una riflessione così candida sulle doppiezze dello Stato: «Diciamo che in quel caso c’erano indizi di equivoci, sufficienti a generare equivoci».
Così come ci sono stati equivoci sui Papa-boys di Tor Vergata e su questo bisogno di contrizione e di comunione attribuito ad Amato. Il presidente dice, per esempio, che non è vero che ha invitato il centrosinistra a imparare dal Papa, «io non voglio imporre il catechismo a tutti, ma capita purtroppo di restare appesi ad un titolo sbagliato». Sui rapporti tra la morale laica e la morale cattolica, in effetti Amato ha una posizione molto elaborata, da professore universitario e da statista laico, amico della Chiesa e in cerca di Dio.
Sostiene che è una contraddizione beatificare Pio IX e Giovanni XXIII, «mi chiedo come si possa coniugare la difesa intransigente della vita e la pena di morte». Ma quando gli domando se crede in Dio, tira fuori una fitta ragnatela, si vede che gli tornano in gola intere biblioteche, rivela d’essere per i religiosi «un caso interessante». Si spiega così: «Considero credere in Dio, l’avere fede, come qualcosa che fa parte della vita quotidiana, è un sovrappiù di amore verso gli altri, è un modo di agire nei confronti del prossimo... Ebbene, questa cosa mi manca, anche se ne sento evidentemente il bisogno. Il mio rapporto con gli altri non c’è l’ho mediato da Dio, non agisco nel segno di Cristo e non leggo il segno di Cristo nell’agire dell’altro uomo. Se mi pongo invece la domanda su come chiamare quell’Entità a cui si deve l’universo in cui tutti viviamo, ebbene come minimo io la chiamo Dio. Ma questa convinzione che sta nella mia testa non si traduce in nulla, in nessuna di quelle cose che sono legate alla sfera emozionale e affettiva e che un fedele sperimenta nella sua vita. Questa è la risposta un po’ succintamente elaborata alla domanda sull’Ente Supremo, che è al limite delle cose che la ragione spiega, ma non suscita un’influenza sulla mia vita, non diventa una guida dei miei propri comportamenti. Non c’è infatti un Ente supremo a dirigere le mie azioni, ma solo la mia coscienza».
Come si vede è un pensiero lungo che si finisce inevitabilmente col tradire. E mentre Amato parla di Dio, mentre si arrampica su per la sua scala fino al cielo, mentre argomenta sul non argomentabile, io penso che sarebbe una perdita se l’Italia politica lo esiliasse, se anche lui andasse ad allungare la lista dei perdenti illustri, anche lui orso misantropo pieno di bile. Perciò mentre parla gli auguro di non farcela, e spero che si apra la porta dello studio, qui a Palazzo Chigi, ed entri sua moglie, la signora Diana. Per salvarlo un’altra volta ancora.
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