la Repubblica

"Mancano i valori prendiamo esempio dal Papa"

Intervista a Giuliano Amato, di Massimo Giannini
22 agosto 2000


ROMA - "I partiti prendano esempio dalla Chiesa, la Sinistra impari dal Papa". Giuliano Amato, il giorno dopo lo straordinario evento del Giubileo dei giovani, torna su un tema che gli è caro: la politica e i valori. Esalta Karol Wojtyla come modello. E striglia i laici, che hanno lasciato alla Chiesa il monopolio del bene, e che devono recuperare la forza di produrre "programmi che riflettano valori", e la voglia di indicare "una religione civile alla società". In questi ultimi, difficili anni il centrosinistra ha provato a muoversi in questa direzione. "Ma ora deve avere il coraggio di accentuare questo profilo", dice il presidente del Consiglio, che pone questo impegno al centro del suo lavoro dei prossimi mesi di governo. Implicitamente, il premier indica un tema tipico da campagna elettorale, fissa un discrimine politico decisivo tra la Sinistra e la Destra e così nega le ipotesi che lo vorrebbero pronto a fare un passo indietro sulla premiership per le elezioni del 2001. Non ne vuol parlare e non lo dice: ma Amato c'è, ed evidentemente si sente in corsa come e più di prima.

Presidente, domenica era a Tor Vergata alla messa del Papa. Cos'ha colto in quell'oceano di entusiasmo giovanile? "Non ho mai visto in vita mia tante persone insieme. Vi ho colto un significato importante. Ma non condivido il paragone che è stato fatto con i concerti rock".

La "Woodstock cattolica"...
"Appunto. Io sono sempre colpito dai concerti rock, che raggiungono il cuore dei giovani in chiave emotiva. Ma Tor Vergata l'appello non era alle emozioni, era ai sentimenti. E' una cosa molto diversa".

Tra gli intellettuali laici c'è però chi, come Sergio Romano, ha obiettato che è persino pericolosa un'adunata oceanica di persone coese sui sentimenti, prefigurando un ritorno delle dottrine e delle ideologie.

"Capisco, i temi dei valori devono dar luogo a dibattito. E certo in 2 milioni non si fa dibattito. Ma i valori si possono anche affermare e radicare attraverso i sentimenti. E qui spiccano le grandi qualità comunicative del Papa. Io le ho sempre esaltate, queste qualità. Lo dissi alcuni mesi fa: il Santo Padre è davvero come i grandi cantanti rock, per il suo modo di dialogare con i giovani. Sa parlare alle moltitudini perchè comunica i suoi messaggi con poche parole, che echeggiano sulla folla, le dicono qualcosa e la fanno reagire. Le sue parole fanno appello a principi che contano, fanno appello alla vita che non deve essere lasciata andare, alla vita vissuta con gli altri, al fatto che le debolezze possono esserci ma poi, se vogliamo, siamo in condizioni di superarle. E su tutto, fondamentalmente, c'è questa idea di amore: amore per sè, per il proprio futuro e anche per gli altri".

E basta questo a toccare così a fondo le corde di tanti giovani, e a inquietare le coscienze di tanti "osservatori esterni"? "Se basta, dice lei? Ma chi non riesce a cogliere l'importanza di questi messaggi non ha ancora percepito qual è la dimensione dei problemi che abbiamo davanti nel governo del mondo e delle nostre società. Caduti vecchi confini culturali, cadute distanze fisiche incolmabili, abbiamo l'esigenza di far sì che gruppi etnici, linguistici e religiosi diversi riescano a convivere in modo solidale tra loro. Se non lo fanno possono anche uccidersi. Accade nel mondo, in Africa. Succede anche in Europa. In Germania c'è una forte preoccupazione per i tanti ragazzi che si fanno coinvolgere dall'anniversario della morte di Hess, e con il cranio rasato guardano con odio a chi è diverso da loro. E' un male che continua a covare sotto la nostra stessa cenere".

Nel Giubileo dei giovani lei vede l'antidoto a questo genere di mali?
"Io, in quei 2 milioni di ragazzi arrivati da 170 paesi del mondo, che parlano tutte le lingue e gioiosamente si ritrovano insieme con valori e con impegni comuni, io vedo qualcosa che "fa tessuto".
Il mondo ha bisogno di "tessuto" buono fatto di questi valori. E una manifestazione così concorre a darglieli".

Una manifestazione così non contribuisce anche a sancire, oltre alla grandezza storica, anche la visione del mondo per certi versi totalizzante che ha un Papa come Wojtyla?
"Vede, il Papa di questo Giubileo è lo stesso che ha chiesto perdono per i digmatismi passati della sua Chiesa, che l'avevano portata a praticare ostilità anzichè fratellanza. Queste due facce di questo Papa non si possono scindere: non si può vedere un Wojtyla "imperiale" in questa circostanza e dimesso e tollerante quando è col suo biglietto in mano e lo infila nel Muro del Pianto a Gerusalemme. Comunque, a proposito della "visione totalizzante" del Santo Padre, a me colpisce un fatto: da anni ormai andiamo verso società sempre più libere, nei quali i comportamenti dei singoli non sono più condizionati e garantiti da precostituite gerarchie di tipo statuale e familiare, che sono state travolte dall'emergere della società degli individui".

E questa non è forse una conquista della cultura laica contro le ideologie di massa?
"Senz'altro, ma mi chiedo anche: com'è governabile la società degli individui, se il rispetto verso gli altri, l'attenzione verso gli altri, che a suo tempo era imposta dalle gerarchie, non è imposta dalle coscienze? Se accade questo, la società diventa ingovernabile. L'abbiamo verificato, nelle storie della povera gente che sta male sulle scale della metropolitana e nessuno si ferma ad aiutarla, lo verifichiamo nelle vicende di tanti ragazzi che si perdono nel solipsismo disperato della droga. Perchè una società libera sia governabile occorre che ciascun individuo si senta responsabile non solo verso se stesso, ma anche verso gli altri. E dunque io dico che esperienze come quella che ho vissuto domenica a Tor Vergata sono formidabili iniezioni di queste sensibilità".

E allora chiedo a lei, che è un laico e che come tanti altri laici in questo momento si starà ponendo la questione: perchè solo la Chiesa, ormai, riesce a "fare tessuto"?
"Questo è il punto. E' accaduto qualcosa, e ha fatto sì che la Chiesa abbia raggiunto un ruolo da "posizione dominante", per usare un termine da antitrust che mi è caro. L'immissione dei valori di solidarietà collettiva, di attenzione e responsabilità verso gli altri, è diventata un "mercato" in cui si sono assottigliati gli "operatori". Questo dà molto fastidio ai laici. Ma io più volte ho detto, da laico, che proprio noi laici siamo responsabili di questa "posizione dominante" assunta dalla Chiesa. Perchè abbiamo perso "concorrenzialità". Ora, sarebbe ingiusto dire "i laici non hanno attenzione verso gli altri". Non ci spiegheremmo altrimenti il fenomeno rilevantissimo del volontariato laico. Ma non c'è dubbio che la forza di creare nella società una sorta di religione civile a noi è mancata".

Diciamo che l'abbiamo perduta nel corso degli anni. "Sì, ci avevano provato i grandi laici del Risorgimento. Poi abbiamo avuto grandi momenti nei quali è riemerso un forte sentimento collettivo. La Resistenza è stato uno di questi momenti, la lotta comune contro un nemico interno ed esterno. Più in là c'è stata la fase esaltante della Costituzione repubblicana, nelle cui parole sono scritti i grandi valori di religione civile: basta pensare all'affermazione dei diritti, accompagnata agli inderogabili doveri di solidarietà sociale".

Come e perchè si inaridisce, questo filone laico di valori?
"Si inaridisce in questi ultimi decenni perchè sono venuti meno quelli che erano i custodi di certi valori civili: i partiti. In passato ci sono state vere e proprie scuole di etica civile: lo era la Dc di Dossetti e La Pira, lo era il Pci delle Frattocchie, lo era il sindacato degli anni ' 50 nelle campagne e nelle fabbriche, lo sono stati i partiti laici, e penso alla grande stagione di "Mondoperaio" negli anni 70. Ma a un certo punto, la politica per vicende diverse ha perso questo ruolo. Ha preso un po' troppo sul serio la nozione di "mercato politico". E poi il grande errore è stato quello di buttar via il bambino con l'acqua sporca: il Partito comunista, che era stato un grande educatore in termini etici, avendo preso atto che aveva educato in nome di un dio che è fallito, ha rinunciato totalmente al compito. E lì quasi nessuno ha capito che forse si può educare anche in nome di altri dei, in nome di valori laici e civili".

Lo capì Norberto Bobbio, che dopo la caduta del Mutro di Berlino disse che la fine del comunismo non avrebbe esaurito la sete di giustizia sociale. "Giustissimo. Bobbio lo capì allora, e in quel momento alcuni lo criticarono perchè non capirono ciò che lui aveva capito, e cioè che in ogni caso la caduta del comunismo avrebbe caricato sulle democrazie un sovrappiù di bisogno di giustizia e di solidarietà che esse dovevano anche visibilmente dimostrarsi in grado di soddisfare. E qui sì, siamo stati carenti. Abbiamo inteso che il nostro scioglierci dai giuramenti dogmatici e ideologici sbagliati dovesse trasformare la politica in una semplice risposta a domande specifiche, con "pacchetti di azioni pubbliche". Così la politica ha cessato di produrre programmi che riflettono valori, e così oggi si sente coinvolta esclusivamente quella parte ristretta di gruppi di interesse in contatto organizzato con lo Stato, i sindacati, gli ordini professionali, le associazioni di categoria. Ma i giovani no, i giovani sono fuori. E i giovani non li si raggiunge promettendo loro di costruire strade...".

E come li si raggiunge?
"Ai giovani bisogna dare la percezione che ciò che si fa riflette quei sentimenti essenziali che li portano a interessarsi agli altri: libertà, giustizia, uguaglianza, resistenza alla prevaricazione, solidarietà. Di tutto questo c'è un gran bisogno, in politica. E in questo la politica, con molta umiltà, ha qualcosa da imparare dal Giubileo dei giovani".

Quando dice "politica", dovrebbe dire soprattutto il centrosinistra, che è da sempre il "luogo" in cui la riflessione su questi valori è più feconda. Avete molto da farvi perdonare...
"Bisogna riconoscere che in questi anni di governo il centrosinistra qualcosa ha fatto, per rimontare la corrente. La stessa idea di Ulivo, in fondo, era questo. C'era un programma politico, discusso anche con gente estranea ai partiti che fu la colla che teneva insieme tutto l'Ulivo. Ma quest'ultimo era a sua volta tenuto assieme da una ritrovata intesa comune per rinnovare l'Italia. C'era un po' la convinzione di incarnare la "società dei migliori", c'era questa idea di virtù civica".

Anche quella, oggi, pare un po' perduta.
"Ma anche in questi ultimi difficilissimi anni e mesi, in cui è cresciuta giustamente la domanda nella nostra società di difesa dalla criminialità e da una debordante immigrazione clandestina, bisogna dare atto al centrosinistra di non aver mai ceduto elettoralisticamente alle pulsioni più estreme verso una unilaterale corsa al linciaggio, e di aver cercato sempre di distinguere tra il male e il bene, tra il colpire il male e il non danneggiare chi col male non ha nulla a che fare. Questo tentativo, nei prossimi giorni, mesi e anni, il centrosinistra deve avere più coraggio nell'esplicitarlo".

Come, presidente Amato?
"Mostrandosi ancora più capace di difendere la società dai tanti mali che l'affliggono. Ma anche di incoraggiarla a valorizzare la giustizia, l'equità e la solidarietà. Cioè i valori che hanno animato 2 milioni di ragazzi, sotto il sole di Roma, in una domenica d'agosto".





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