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"Ora adeguiamo le leggi"
Parla Giuliano Amato, presidente Antitrust
di Guido Gentili
8 giugno 1996
Lo svolgimento e' affidato a Giuliano Amato, presidente dell'Antitrust e professore di diritto costituzionale. Il tema e' questo: rimetterebbe mano alla Costituzione economica, inserendo nel nuovo testo concetti e parole come impresa, mercato, concorrenza?
Cinquant'anni sono pochi e tanti insieme. Sono crollati i Muri e le ideologie. E' franato il vecchio sistema dei partiti. Parliamo di moneta unica europea, di federalismo e, addirittura, di secessione. Non sarebbe il caso di aggiornare la Carta, rafforzandone l'impianto in direzione di quella cultura di mercato che usci' battuta nei lavori dell'Assemblea Costituente?
"Se il tema e' questo", risponde l'ex presidente del Consiglio, "io lo svolgerei sostenendo che non e' opportuno cambiare la Costituzione. Piuttosto, bisognerebbe...".
Un momento, facciamo un passo indietro. Nell'ottobre del 1991, nel pieno della stagione del presidente "picconatore" Francesco Cossiga e subito dopo la discussione alle Camere del messaggio del Quirinale sulle riforme istituzionali, Giuliano Amato parla all'Associazione italiana dei costituzionalisti sul tema "La Costituzione economica negli anni novanta". Il titolo e' generico, ma le parole sono affilate. Al centro dell'analisi, la nascita della Costituzione.
"Quello che ne esce e' una Costituzione economica che si muove tra neocorporativismo e larvato dirigismo e nella quale trionfa il mito del piccolo produttore autonomo, che si autoregola piuttosto attraverso la comunita' dei produttori associati che non sul mercato"; "non a caso non si parla mai di antitrust, lasciando al solo codice civile la tutela della concorrenza, nella ovvia presunzione che essa corrisponda ad interessi privati, non pubblici"; "non a caso il monopolio non e' visto come un male in se', ma come un male solo in quanto privato, giacche', ove esso vi sia, l'unico rimedio che la Costituzione prevede e' quello di renderlo pubblico"; "non c'e' dunque la cultura del mercato".
Amato ricorda bene quella relazione. Vero: nel 1946 non c'e' la necessita' di difenderlo dall'alternativa del regime comunista. Ad essere difeso non e' il mercato ma piuttosto l'imprenditore in quanto titolare dell'iniziativa privata. L'intento, osserva Amato richiamandosi ad un contesto storico di forte conflittualita' ideologica, e' duplice: difendere e assoggettare l'imprenditore, non alle regole di concorrenza, ma a programmi pubblici. Per l'appunto, replichiamo. Una visione ambivalente, per non dire ambigua, a testimonianza della sconfitta, o quanto meno dell'assoluta marginalita', della cultura liberale, nonostante questa cultura potesse far leva su uomini come Luigi Einaudi.
Allora ebbero invece la meglio Palmiro Togliatti, da una parte, e soprattutto Giuseppe Dossetti dall'altra. Quella che piu' tardi Francesco Saverio Nitti defini' una "unione innaturale tra la falce e il martello e la croce e l'aspersorio".
"Il passo che la nostra Costituzione fa", risponde il presidente dell'Antitrust, "e' quello di riconoscere che esiste l'impresa, non il mercato. Quell'impresa che storicamente avevamo vissuto come una realta' da difendere dalla concorrenza, in nome della quale stabilire dazi e tariffe e aprire il rubinetto degli aiuti di stato. A quell'impresa, insomma, avevamo detto: ti difenderemo dalla concorrenza e non ti chiederemo di svilupparti attraverso la concorrenza. Questa e' la storia. Questa e' la cultura dei partiti maggiori alla Costituente, una cultura nella quale il mercato trova solo uno spazio riflesso e strumentale, perche' la difesa dell'economia di mercato da parte dei cattolici non e' la difesa di un regime economico ma e' la difesa di un regime politico. Gli altri, i comunisti, prospettano l'economia pianificata. E sara' una trovata di un democristiano, Paolo Emilio Taviani, a sbloccare la situazione. No ai "piani", si' ai "programmi", che' poi Dio vede e provvede".
Per Amato non e' necessario ritoccare la Carta costituzionale in materia di rapporti economici perche', "per nostra fortuna", il linguaggio usato dalla Costituzione e' "talmente generale e talmente intriso di quelli che i giuristi chiamano in gergo tecnico concetti indeterminati" da poter reggere la prova del tempo. Quel linguaggio nel '46 - '48 significava di sicuro cose diverse da quelle di oggi, aggiunge Amato. E tuttavia ora "proprio quelle parole sono in grado di raccogliere i cambiamenti, perche' e' vero che in cinquant'anni la cultura del mercato ha fatto passi da gigante anche in Italia".
Ma negli anni successivi alla Costituente, obiettiamo, l'Italia continua a crescere come un paese a sviluppo industriale ritardato. Con il mercato che resta di fatto un'astrazione. Risponde Amato:
"Arriveremo infatti, a meta' anni Settanta, ai famosi "piani di settore" della legge 675, che sono l'esatto contrario del mercato. Piani, si badi bene, che pero' sono all'interno di un sistema che non ha piu' nulla di realmente sovietico. Il punto e' che lungo tutti quegli anni si consolida un regime politico di democrazia liberale con all'interno un'economia mista; e la definiamo mista solo perche' sta crescendo tutta un'economia in nero di piccole e Stato riesce a regolare non ha nulla a che vedere col mercato vero.
E' tutta economia pianificata, tutta enti di stato. L'economia di mercato, in Italia, e' clandestina, di una clandestinita' tollerata, auspicata ed in qualche modo benedetta, ma sta al di fuori delle regole. E le regole, dove ci sono, non sono regole di mercato. Gli anni Settanta, ricorda? Esistono lavori che parlano della transizione e del fatto che la nostra Costituzione e' talmente flessibile da assecondare il passaggio verso un'economia socialista, non di mercato. E si discute non a caso di fuoriuscita pacifica dal capitalismo".
Questo, per Giuliano Amato, dimostra che quando dibattiamo di Costituzione e rapporti economici ci misuriamo con concetti indeterminati e che per molti anni l'economia di mercato non solo non si e' dimostrata un perno della cultura dei costituenti ma che ha avuto la stessa sorte nelle due generazioni successive, fino appunto agli anni '70. Ma ora, presidente?
"Innanzi tutto va detto che all'inizio degli anni Ottanta sono uomini di area socialista, come Luciano Pellicani, ad avere il coraggio di affermare che non esiste democrazia politica senza il mercato. E ora, nel '95 - '96, il sottoscritto sfonda delle porte aperte quando sostiene che democrazia politica ed economia di mercato sono due facce della stessa medaglia: la difesa dal potere abusivo e arbitrario che puo' manifestarsi tanto nel mondo politico istituzionale quanto nella societa' civile che e' per tre quarti economica.
Ecco perche' sostengo che la Costituzione non ha motivo di essere cambiata per accogliere questo straordinario cambiamento. La legge che istituisce l'autorita' garante della concorrenza come garante delle regole di mercato attua l'articolo 41 della Costituzione. E allora - basta guardare al lavoro che stiamo facendo noi - vede che un ciclo si e' compiuto e che a questo punto i concetti indeterminati, indirizzi, controlli e programmi si sono riempiti di significati frutto non piu' di una cultura statalista, intrusiva, di collusione tra stato e impresa, ma piuttosto di una cultura dell'economia di mercato.
Certo, come difensore di quest'economia, se la Costituzione venisse scritta oggi, direi che probabilmente si userebbe un linguaggio diverso e che termini come mercato e concorrenza entrerebbero nel nuovo testo. Ma devo osservare", insiste Amato, "che io mi sento tranquillo, oggi, di interpretare le parole dell'articolo 41 come parole orientate nel loro significato dalla cultura dell'economia di mercato. Nella sostanza e, attenzione, anche nella sede costituzionale, perche' la concorrenza e' un principio fondamentale dell'Unione europea, alla quale l'Italia partecipa. E dunque e' un principio fondamentale anche per noi. Di irreversibile non c'e' nulla, ma direi che abbandonare, al punto al quale siamo arrivati, i principi dell'economia di mercat o sarebbe eversivo".
E torniamo al punto iniziale. Per il presidente dell'Antitrust non c'e' bisogno di nuovi puntelli normativi a livello costituzionale e occorre piuttosto impiegare, e bene, il tempo per adeguare autorizzazioni, troppe attivita' sottoposte a concessione con il risultato che l'amministrazione stabilisce la struttura stessa del mercato. Troppi albi e ordini che hanno, dice,
"la funzione non di certificare volontariamente la migliore qualita' del prodotto che i loro associati sono in grado di fornire ai consumatori ma semplicemente di diventare aree protette con tariffe stabilite in modo che non ci sia concorrenza sul prezzo". Ma lo sa, incalza, che nei servizi professionali "vige ancora la regola che cercare di portare via il cliente al collega e' contrario all'etica ? La concorrenza non e' prevista ed e' addirittura disdicevole attuarla".
Il problema e' capire se gli imprenditori sono pronti a raccogliere la sfida.
"Sono pronti a subirla", risponde Amato. "Togliamoci dalla testa che l'imprenditore sia uno che spinge in questa direzione. Se la concorrenza e' rappresentata da un monopolio pubblico e' un conto, se il monopolio potesse averlo lui sarebbe contento. La concorrenza non c'e' nel mercato in se', la concorrenza e' un ordine legale all'interno del quale si muovono gli operatori costretti a praticarla. La vita di un imprenditore e' cosi' piena di rischi e incertezze che lui tende a procurarsi le maggiori certezze possibili. Se puo', la spartizione del mercato la fa lui, i prezzi li concorda lui. Noi abbiamo un ordine legale che facilita e codifica questa predisposizione. Ma un sistema sviluppa tutta la sua dinamica se non c'e' pace per l'imprenditore, se questi ha motivo di temere un concorrente davanti, uno dietro, uno a destra, uno a sinistra. E questo non e' il principio che guida la nostra legislazione".
Vuol dire, presidente, che i piccoli e medi imprenditori, soprattutto, non sono abituati alla concorrenza?
"Si sono abituati perche' vivono al di fuori delle regole. Appena entrassero nelle regole pagherebbero costi piu' alti ma avrebbero piu' protezioni. Cio' che li tiene fuori sono i costi e cosi' e' nato un trade off perverso: per evitare i costi delle regole rinunciano alle protezioni e vivono un'esistenza difficilissima, anche se e' grazie a quest'esistenza che il Pil sta aumentando. Il nostro problema e' rendere loro la vita difficilissima sul piano della concorrenza e meno complicata su quello dei costi".
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