la Repubblica

Il cuore di Eta Beta

di Ezio Mauro
26 settembre 2000


NEL MOMENTO in cui il suo governo è più forte, perché può finalmente raccogliere i risultati dell'azione di risanamento economico avviata dal centrosinistra nel 1996, Giuliano Amato annuncia al Paese che il prossimo candidato premier dell'Ulivo sarà Francesco Rutelli, e toccherà a lui sfidare Berlusconi. Amato guiderà il governo fino al termine della legislatura, mentre Rutelli condurrà una battaglia elettorale che si annuncia dura, in salita, e -- stando a ciò che vediamo all'inizio -- senza esclusione di colpi. Con l'obiettivo comune di battere questa destra italiana, il suo progetto politico, culturale e di potere, e la sua marcia verso la conquista del Paese.

La partita doppia della leadership di centrosinistra, dunque, si scioglie, e Rutelli viene incoronato sul campo da Amato. Una scelta generosa e per questo inconsueta in un mondo politico (e in particolare in un centrosinistra) rissoso e diviso, incapace di solidarietà e di slanci, chiuso nel suo particulare, spesso senza la capacità di distinguere tra gli interessi privati, o di piccolo gruppo, e gli interessi generali. E' vero che Amato ha visto crescere giorno dopo giorno l'ipotesi Rutelli, fino a capire che i segretari della maggioranza erano ormai tutti schierati più o meno apertamente con il sindaco di Roma: e tuttavia, fino all'ultimo momento -- e dunque fino a ieri sera -- Amato aveva in mano il potere supremo di benedizione e di interdizione nei confronti del suo compagno-sfidante. Poteva dare battaglia, gettando per aria la costruzione politica fragile e delicata eretta da Walter Veltroni su un sentiero stretto e su un terreno incerto, l'unico possibile.

IN QUESTA battaglia interna, condotta con il peso del presidente del Consiglio, Amato avrebbe probabilmente potuto giocare al meglio le sue carte, ma avrebbe inferto un colpo mortale al centrosinistra, alla sua necessità assoluta di presentarsi unito ai cittadini a pochi mesi dal voto, allo spirito di squadra necessario per fronteggiare la spallata berlusconiana, e la perenne campagna elettorale condotta in permanenza dal Cavaliere senza risparmio di mezzi.

Il premier ha deciso di scegliere senza ambiguità l'interesse generale dell' Ulivo, assecondando l'inclinazione ormai palese del centrosinistra per Rutelli e per il cambiamento che questa candidatura rappresenta, e bloccando invece nello stesso tempo l'organizzazione che si stava formando dentro l'Ulivo a sostegno del presidente del Consiglio. Con questo passo laterale, Amato entra di diritto e pubblicamente, fuori dalle alchimie di partito, tra i padri fondatori del nuovo centrosinistra, si conquista un posto nella leadership collettiva dell'Ulivo e del futuro governo (se il centrosinistra vincerà) e soprattutto aggiunge al suo personaggio di supertecnico virtuoso in ogni arte del governare l'unico ingrediente che mancava per una leadership politica compiuta e coerente: un'umanità generosa, sofferta, coraggiosa. E' come se Eta Beta, all'improvviso, avesse miracolosamente trovato un cuore.

Tocca adesso al centrosinistra essere all'altezza della scelta di Amato, che è anche un sacrificio personale. Il premier, togliendo dal tavolo la sua candidatura, ha facilitato il cammino ai cosiddetti leader dell'Ulivo. Se in una prima fase la sfida interna era servita infatti a rianimare le acque morte del centrosinistra, riaccendendo con la competizione la speranza di vittoria, la doppia candidatura rischiava nel tempo di diventare lacerante, dividendo il campo. Oggi l'Ulivo deve far tesoro dei significati politici che le due candidature hanno assunto in queste settimane. Per tutti, e non solo per i suoi sostenitori, Amato rappresenta l'arte del governare, l' autorevolezza interna e internazionale, la competenza, la politica che si fa tecnica. Rutelli è la novità e la svolta generazionale, lo spirito di competizione, la sfida portata anche sul terreno berlusconiano della modernizzazione, del "nuovo", dell'immagine. Oggi che il dilemma si scioglie, e il candidato unico è Rutelli, è chiaro che le possibilità di vittoria dell'Ulivo stanno tutte e soltanto nella capacità di combinare l'effetto Amato con l'effetto Rutelli, la piattaforma del buongoverno e della competenza sperimentata con l'innovazione e la capacità di reggere la sfida elettorale con il Cavaliere.

Se così è, chi pensa che la scelta di Amato sia una rinuncia o un'abdicazione, si sbaglia: se Rutelli aveva una chance in più di vittoria, toccava a lui prendere il comando, nell'interesse del centrosinistra. E Amato ha servito il centrosinistra, nel modo migliore. Ma sbaglia anche chi pensa che Rutelli sia una pura candidatura mediatica. Certo, l' immagine e l'appeal contano, in un Paese circondato dai manifesti giganti di Berlusconi, bombardato dal suo credo, convertito al suo culto. Ma la poltrona di sindaco di una grande capitale, come insegna Chirac, è una postazione perfetta per costruire l'avanzata politica decisiva verso il vertice: chi poi regge per due mandati alla prova di un sistema complesso come quello di Roma -- Giubileo compreso -- è pronto con ogni evidenza per altre prove.

In realtà, se la candidatura di Rutelli si è aperta facilmente una strada nell' impotenza del centrosinistra, il merito non è solo dell'immagine e nemmeno soltanto dei sondaggi, che collocano il sindaco di Roma nel ruolo di miglior sfidante di Berlusconi. Ci sono ragioni politiche evidenti, nel passaggio tra Amato e Rutelli, e potremmo definirle ragioni di complementarietà. La partita di Rutelli, infatti, comincia là dove finisce la partita del buongoverno. Il centrosinistra può vantare, da Prodi a D'Alema ad Amato, risultati positivi per il Paese, l'ingresso nell'euro, l'aggancio della ripresa economica europea, il recupero della credibilità internazionale, il risanamento della nostra economia. Ma nella sfida con la destra, il buongoverno rischia di non bastare. Occorre quella che abbiamo chiamato un mese fa la "scossa chimica": qualcosa tra il politico e l'ideale, che rimetta in movimento le energie disperse della sinistra italiana e di quella larga parte del centro che rifiuta la destra di Fini, Berlusconi e Bossi, e ha scelto di allearsi con la sinistra. Ragioni disperse e ragioni smarrite, rifiuto, disimpegno, astensionismo, abbandono. Accanto al buongoverno, oltre il buongoverno, l'Ulivo deve trovare una "scossa" per recuperare tutto ciò che ha dissipato o ha perduto. Con il passaggio della staffetta da Amato a Rutelli può compiersi questa saldatura difficile, e tuttavia necessaria.

La diarchia tra i due premier (quello in carica, e il candidato) non sarà semplice. C'è il precedente della marcia parallela di Dini e Prodi, e tuttavia l'esperimento ha qualcosa di inedito, e di azzardato. Le ragioni della battaglia elettorale, e della propaganda, non sempre sono le ragioni del governo, e anzi possono intralciarle. Per questo è indispensabile che Amato e Rutelli si muovano concordemente, trovando un'intesa anche nel giorno per giorno. C'è una logica politica, e c'è persino una moralità politica in questo passaggio, se viene gestito nell'interesse del Paese. Perché Amato, proprio partendo dai risultati raggiunti dal centrosinistra, e in forza di quei risultati, può chiamare pubblicamente la nuova generazione dell'Ulivo a farsi avanti, a raccogliere il testimone, e ad assumersi le sue responsabilità, nella necessaria continuità-discontinuità con l'esperienza compiuta dal 1996 ad oggi. Questo è il senso della convention dell'Ulivo di metà ottobre.

La destra dirà che la diarchia è illegittima, fragile, e confusa. Ma a ben guardare, due sono le cose che Berlusconi non può vendere, e che soprattutto non può comprare: la generosità politica di cui Amato ha dato prova ieri, e il cambio generazionale che Rutelli impersona oggi, davanti all'opinione pubblica italiana.




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