ASSEMBLEA ORDINARIA DEGLI ASSOCIATI DELL’ASSOCIAZIONE BANCARIA ITALIANA

INTERVENTO DEL MINISTRO DEL TESORO, DEL BILANCIO E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA, Prof. Giuliano AMATO


Roma, Palazzo dei Congressi
23 giugno 1999


Fonte: Sito Web del Ministero del Tesoro

Questa assemblea, lo scorso anno, celebrava l'entrata dell'Italia nell'Euro: con il primo di maggio le ultime esitazioni dei nostri partner erano cadute, il sollievo era evidente, le aspettative eccessive. Qui il Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi ricordava come lo sforzo straordinario compiuto dagli italiani fosse il frutto dell'affermazione della cultura della stabilità su cui intraprendere le necessarie riforme strutturali. A lui, al Presidente della Repubblica che, come tenacemente ha voluto l'Italia nell'UME, così oggi ne vuole il successo nel nuovo ambiente competitivo, porgo il mio saluto deferente.
A pochi mesi dal suo avvio possiamo dire che l'Euro abbia deluso le aspettative , che l'entusiasmo sia divenuto delusione? Per una valutazione e una comprensione che trascenda il quotidiano, occorre definire che cosa si intenda con l'espressione "un euro forte". Una moneta il cui valore esterno rifletta lo stato delle nostre economie senza essere l'oggetto dell'avida volatilità degli speculatori, una moneta il cui potere di acquisto sia stabile negli anni, una moneta che si riveli quale attività finanziaria capace di generare reddito e di attrarre risorse , capace cioè di costituire la fondazione per lo sviluppo di un'industria dei servizi finanziari di grande dimensioni; questa è "una moneta forte". E' questo l'Euro? Negli anni la sua forza sarà il prodotto congiunto di un'economia europea forte, di istituzioni solide, di un mercato integrato e conorrenziale. Occorre però guardare all'oggi con occhio disincantato: il successo dell'Euro è da costruire, anche se alcuni recenti sviluppi sono incoraggianti. Occorre capire ciò che l'Europa e l'Italia devono fare.

L'economia europea: considerazioni strutturali

L'avvio della nuova moneta non ha mutato il perverso intreccio di debolezze congiunturali e strutturali che caratterizza le maggiori economie del continente europeo. Negli anni novanta il tasso di disoccupazione è stato nell'area dell'Euro il doppio di quello negli USA, il tasso di crescita degli investimenti quasi quattro volte inferiore. Il divario tra i due continenti inizia ad ampliarsi all'inizio degli anni settanta.
E' ad allora che occorre ritornare per capire l'origine delle difficoltà di oggi e in particolare alla diversa risposta che Europa e USA diedero allora agli shock che colpirono i paesi industrializzati: peggioramento delle ragioni di scambio, declino prolungato della produttività, aumento dei tassi di interesse reali. Negli USA l'assenza di rigidità nel mercato del lavoro e dei prodotti permise una profonda ristrutturazione del sistema industriale che, con salari reali sostanzialmente invariati, fu alla base della crescita dell'occupazione, degli investimenti e della produttività che ha caratterizzato la più duratura espansione ininterrotta della storia dell'economia americana: nove anni. Nelle grandi economie dell'Europa continentale, la realtà è specularmente opposta: la difesa di interessi corporativi nei mercati del lavoro e dei prodotti ha reso il cambiamento difficile e costoso: con salari reali in crescita negli ultimi venti anni il tasso di disoccupazione aumenta di circa sette punti, il declino nel rapporto tra investimenti e prodotto è di un punto in Germania, due in Francia, circa tre in Italia.
All'aumento della disoccupazione, i governi dei maggiori paesi
dell'Europa continentale risposero con provvedimenti che rendevano ancor più rigidi i mercati del lavoro e dei prodotti: nell'illusione che bastasse agevolare l'uscita degli anziani dal mercato del lavoro per creare posti di lavoro per i giovani, l'età pensionabile veniva diminuita, il ricorso alle pensioni di invalidità veniva ampliato e più in generale, la sicurezza del posto di lavoro trovava nelle leggi una garanzia indipendente dal mercato, dalla congiuntura, dall'efficienza dei processi produttivi, fino al punto che in alcuni importanti settori dell'economia veniva rifiutata l'applicazione degli ammortizzatori sociali utilizzati nel resto del sistema industriale.
Questi e analoghi provvedimenti, costituirono una risposta perversa che aggravò la disoccupazione esistente: causando una ulteriore contrazione dell'offerta di lavoro, peggiorando i conti pubblici, contribuendo all'aumento dei tassi di interesse reali e alla diminuzione degli investimenti privati. Con il tempo la disoccupazione si trasformò in parte in diminuzione del tasso di partecipazione.
La protezione degli occupati a scapito dei non occupati trovava il naturale complemento nella protezione degli interessi corporativi che nel mercato dei prodotti garantivano agli assetti esistenti il mantenimento di posizioni di rendita che sacrificavano l'innovazione, l'iniziativa, la mobilità sociale.
Negli anni queste economie ormai ossificate vedevano accrescere la loro fragilità rispetto agli shock di provenienza esterna: le depressioni cicliche venivano affrontate in alcuni casi con espansioni della spesa pubblica, in altri anche con periodiche svalutazioni del cambio, che davano respiro temporaneo, ma nulla facevano per rialzare il trend di una crescita di anno in anno più fioca.
Due sviluppi recenti hanno definitivamente modificato questo quadro: la globalizzazione delle relazioni e degli scambi ha grandemente accresciuto la concorrenza rendendo visibili le inefficienze e penalizzando severamente e rapidamente la mancanza di azioni correttive; questo processo ha trovato ulteriore spinta nell'avvio dell'UME che, con la disciplina di bilancio prevista dal Patto di Stabilità e con l'adozione della moneta unica, ha privato i governi dell'Euro della possibilità di attuare unilateralmente politiche anticicliche, che in molti casi servivano a rinviare la correzione di carenze strutturali.

L'economia italiana

In particolare, l'Italia negli ultimi dieci anni è cresciuta al tasso dell'1,1% che è circa la metà di quello europeo e di quello italiano degli anni ottanta, che a sua volta è circa il 60% di quello degli anni settanta. Tra i Paesi dell'Euro, l'Italia ha il tasso di occupazione più basso, il massimo numero di piccole imprese, il minore tasso di crescita degli investimenti, il massimo ritardo nella crescita del settore dei servizi che solitamente genera il maggior numero dei posti di lavoro; l'Italia registra anche la maggiore propensione a produrre inflazione.
Si tratta di carenze strutturali che hanno radici in tempi lontani e che richiedono una profonda e prolungata azione correttiva. Il DPEF, presentato questa settimana, inizia a delineare le azioni di politica economica miranti a sostenere lo sviluppo dell'efficienza nel settore dei servizi privati e pubblici e a creare una maggiore concorrenza nei mercati dei beni e dei servizi e nel mercato del lavoro. Gli interventi porteranno a una modifica delle regole di funzionamento di questi mercati e della PA, nonché a una correzione degli effetti di disincentivo che il prelievo fiscale e contributivo esercitano sulla formazione dell'offerta aggregata.
Sul mercato del lavoro, grazie ad elementi di flessibilità già introdotti, stiamo assistendo a una reattività dell'occupazione alla crescita maggiore di quanto avvenuto nel passato; questo fenomeno risulterebbe ancor più sostenuto se i fondi per la riduzione degli oneri sul salario dei lavoratori a tempo parziale fossero incrementati, se maggiore impulso fosse dato all'uso dei contratti a tempo determinato e fossero ridotte le limitazioni all'utilizzazione del lavoro interinale.
Non va comunque trascurato il fatto che le deleghe per la riforma degli incentivi all'occupazione giovanile e dei disoccupati, degli ammortizzatori sociali e del TFR, se considerate nel loro insieme, consentono di ridisegnare la normativa relativa al rischio perdita di lavoro, che potrebbe coinvolgere anche incentivi all'aumento dell'offerta di lavoro anche nelle fasi finali della carriera lavorativa, con ricadute naturali sul pensionamento d'anzianità.
Il mercato dei capitali deve continuare il suo sviluppo, sostenuto dal processo di liberalizzazione legato anche ai programmi di privatizzazione. L'allargamento delle possibilità di finanziamento con capitale di rischio può trovare sostegno nello sviluppo dei fondi pensione, che si combinerebbe con l'esigenza di diversificazione del portafoglio pensionistico da parte dei lavoratori. L'ostacolo principale è costituito dall'elevato livello dell'aliquota contributiva. Si possono studiare modalità per concordare uno spostamento graduale di una parte limitata della attuale contribuzione.
La pubblica amministrazione deve trasformarsi in elemento di sostegno, e non ostacolo, all'attività produttiva. Le profonde riforme introdotte dai d.l. "Bassanini", devono trovare immediato riflesso operativo nell'azione sul territorio della pubblica amministrazione attraverso la velocizzazione e semplificazione più accentuata dei
procedimenti amministrativi, anche attraverso la sostituzione delle pratiche di rilascio di permessi ed autorizzazioni con l'utilizzo diffuso delle autocertificazioni.

L'integrazione finanziaria europea

a. I mercati dei capitali.
Sotto il profilo dell'integrazione finanziaria e delle azioni sia ordinamentali, sia di mercato necessarie per la sua attuazione, il quadro si presenta decisamente diverso. L'avvio dell'Euro ha dato un forte impulso a uno sviluppo già in atto: in tutta Europa profondi cambiamenti nelle norme e nelle strategie di mercato stanno formando la base per un'industria dei servizi finanziari europea.
L'eliminazione del rischio di cambio per i paesi dell'Euro, congiuntamente alla maggiore stabilità politica ed economica ha già sensibilmente ridotto il rischio paese, favorendo l'avvicinamento di investitori privati ed istituzionali ad un numero più elevato di titoli e riducendo la volatilità nei mercati azionari europei.
Nella decisione di investimento sarà prevalente l'analisi del settore produttivo e dell'impresa. Ciò sta già portando a una profonda e generalizzata ristrutturazione dei portafogli, che secondo una recente indagine, vede la maggioranza degli operatori decidere indipendentemente dal paese dove sono quotate le società in cui essi investono. Ciò, in una situazione di prevalente allocazione nazionale dei portafogli (circa il 95% per Italia, Germania, Portogallo e Spagna, di circa il 90% per la Francia, del 73% per la Gran Bretagna),potrà portare a flussi di investimento e disinvestimento di proporzioni considerevoli.
Con l'Euro, l'accesso al mercato del capitale di rischio dovrebbe risultare più facile, in particolare per le imprese di dimensioni minori, che potranno fare affidamento su una più ampia base di investitori che, a loro volta potranno usufruire di un ventaglio di opportunità di investimento più ampio.
E' prevedibile anche una crescita del risparmio individuale e di quello legato a programmi previdenziali. In particolare la regolamentazione in termini di "currency matching" per gli investimenti dei fondi pensione e delle società di assicurazione, potrà fare riferimento a tutti i paesi appartenenti all'EMU, favorendo la mobilità del capitale gestito da tali investitori istituzionali all'interno dell'Unione Europea grazie, appunto, all'abbattimento del rischio di cambio.

L'azione del Governo italiano

Nel corso dell'ultimo anno, il Governo è stato impegnato a proseguire la complessa opera riformatrice dell'ordinamento finanziario.
La sua azione ha avuto come obiettivo quello di dare un più significativo impulso al ruolo del mercato e alle sue regole, in un contesto di continuità con l'opera di liberalizzazione dei servizi bancari e finanziari iniziata a partire dai primi anni '90.
Il riordino legislativo ha prodotto una disciplina organica di base incentrata sul T.U. bancario del 1993 e sul T.U. della finanza del 1998, che alla tutela pubblicistica del risparmio centrata sulla L.B. del 1936, sulla proprietà pubblica di gran parte del sistema bancario, nonché sulla sua funzione centrale nell'intermediazione creditizia, hanno sostituito una tutela fondata sulla proprietà privata, sulla funzione "pivotale" dei mercati nella canalizzazione del risparmio, sul loro funzionamento ordinato e trasparente.
I risultati raggiunti possono sintetizzarsi nella quasi totale privatizzazione della proprietà delle banche e delle principali imprese pubbliche, nella creazione di nuovi intermediari e di nuovi prodotti, nel riposizionamento sul mercato di alcuni grandi gruppi bancari.
Concorrenzialità dell'ordinamento, organicità e flessibilità della normativa, complementarità tra regole di mercato e di governo societario, bilanciamento tra tutela delle minoranze e stabilità delle imprese sono le linee guida tenute presenti dal legislatore delegato.
La gestione collettiva del risparmio, che ha trovato in questi ultimi anni un forte sviluppo anche nel nostro Paese, è stata interessata da un'ampia delegificazione: alla normativa secondaria competono ora la definizione delle caratteristiche e dei limiti operativi dei fondi d'investimento collettivo. E' stata introdotta la figura di un nuovo intermediario, il gestore unico, il quale potrà operare su qualsiasi prodotto connesso con la gestione del risparmio di terzi.
Il quadro normativo è stato concepito per esaltare la funzione d'incentivo che l'ordinamento deve svolgere nell'assicurare un efficiente afflusso di risorse al sistema produttivo.
l nuovo diritto societario, per le imprese quotate, contempera le esigenze di chi gestisce l'impresa con quelle degli azionisti di minoranza. Viene completamente rivista la materia delle offerte pubbliche di acquisto e di scambio sulle azioni secondo princìpi che conferiscono alla trasparenza degli interventi la massima attenzione per consentire a tutti i soggetti che operano nell'impresa o che hanno interessi in essa di avere la possibilità di tutelare le proprie ragioni.
In materia di società quotate le linee di intervento hanno mirato a migliorare:
- la trasparenza societaria che ha benefficiato di una semplificazione del regime dell'informazione al mercato anche in sede di sollecitazione del risparmio nonchè della pubblicità degli assetti proprietari e dei patti di sindacato;
- la presenza degli azionisti atttraverso una maggiore possibilità di partecipare alle decisioni sociali (voto per corrispondenza, delega di voto) e un ampliamento dei poteri di minoranze qualificate (possibilità di minoranze "di blocco" nelle assemblee straordinarie, azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, nomina da parte delle minoranze di alcuni membri del collegio sindacale);
- controlli interni, mediante una riparttizione delle competenze tra collegio sindacale, chiamato a valutare la correttezza amministrativa, e società di revisione, deputata ai controlli contabili;
- l'exit: la possibilità ddi uscita degli azionisti della società in presenza di modifiche rilevanti nell'assetto proprietario è stata realizzata attraverso una semplificazione e razionalizzazione delle offerte pubbliche di acquisto e di scambio che ha allineato la disciplina a quella vigente da gran tempo nei paesi finanziariamente più evoluti, rendendo maggiormente contendibile il controllo delle imprese quotate.
A questi sviluppi ordinamentali il mercato ha risposto con convinzione. Dall'entrata in vigore del Testo Unico le offerte pubbliche di acquisto su azioni quotate hanno cominciato a manifestarsi in maniera più significativa che in passato: nel corso del 1998 hanno avuto luogo 8 operazioni di passaggio di controllo relative a società quotate, realizzate in due casi con opa preventiva e in 6 mediante acquisizione di pacchetti di controllo, seguita da opa successiva; nei sette anni precedenti si erano riscontrate 7 offerte pubbliche di acquisto preventive.
Nel corso del 1999 è stata realizzata un'operazione di offerta pubblica di acquisto e di scambio, il cui valore è stato il più alto mai registrato in Europa.
L'impianto normativo ha complessivamente risposto alle esigenze degli operatori. La flessibilità dell'impostazione normativa voluta dal legislatore, basata essenzialmente su un iter procedurale definito da norme secondarie, ha consentito di risolvere tempestivamente, sulla base anche di interpretazioni autentiche dei regolamenti, le questioni emerse circa il momento di decorrenza della " passivity rule", nonché il suo contenuto.
Tali questioni concernenti l'inizio del periodo di vigenza del divieto di predisporre manovre-anti-opa e la possibilità di porre in essere progetti di combinazioni aziendali sotto "scalata" sono stati risolti per mezzo dei poteri assegnati dal Testo Unico all'Autorità di settore.
I chiarimenti forniti dall'Autorità di settore nel corso dell'Opa Telecom, potranno trovare sistematizzazione in una modifica dei regolamenti senza necessità di interventi sull'impianto normativo del Testo Unico della Finanza, né di ricorso al giudice ordinario per la richiesta di interpretazioni che spettano all'Autorità di settore.
I limiti della delega rilasciata dal Parlamento al Governo per la redazione del Testo Unico della Finanza hanno ristretto l'ambito della riforma al comparto mobiliare e alle sole società quotate.
La limitazione alle sole società quotate ha reso inopportuno apportare innovazioni più incisive al fine di evitare un ampliamento del gradino normativo con le società non quotate capace di disincentivare l'accesso in Borsa.
Permane tuttavia l'esigenza di una riforma organica dell'intera disciplina delle società di capitali; tale questione verrà affrontata inizialmente con la predisposizione di una bozza di legge delega da parte della Commissione insediata presso il Ministero di Grazia e Giustizia.
L'obiettivo che ci si pone è quello di una riorganizzazione del diritto societario secondo modelli e meccanismi maggiormente rispondenti alla evoluzione del sistema produttivo e finanziario verso assetti più competitivi. In tale ottica occorre realizzare un migliore equilibrio tra norme imperative e autoregolamentazione, favorendo l'autonomia statutaria soprattutto quando la società non faccia appello al pubblico risparmio; creare incentivi normativi che favoriscano la crescita dimensionale anche attraverso un'applicazione non oppressiva degli oneri informativi.
La limitazione della delega al solo comparto mobiliare ha poi, come messo in evidenza dalle recenti OPS lanciate su banche quotate, comportato il mancato coordinamento tra le disposizioni di legge dettate per i diversi comparti finanziari (bancario, mobiliare e assicurativo).
E' in corso di approvazione il decreto legislativo che completerà l'attuazione della direttiva 95/26/CE, (c.d. direttiva post-BCCI), adottata in sede di Unione europea per integrare la disciplina comunitaria in materia di vigilanza prudenziale su banche, assicurazioni, servizi di investimento, organismi di investimento collettivo del risparmio.
La direttiva in questione investe l'intero settore finanziario e, significativamente, indica con la locuzione riassuntiva di "impresa finanziaria" sia le banche che le assicurazioni, le imprese di investimento, gli OICVM. Essa è stata adottata nella consapevolezza della necessità di una vigilanza coordinata sia a livello nazionale sia a livello comunitario e si pone, tra gli altri, gli obiettivi di rafforzare la vigilanza sui conglomerati finanziari e di incrementare la cooperazione tra autorità settoriali di vigilanza.
Dalle finalità della direttiva emerge che anche in sede comunitaria si va affermando un indirizzo favorevole al coordinamento e all'integrazione delle funzioni di vigilanza, indirizzo con il quale sarebbe in linea l'adozione, nel nostro Paese, di un Testo unico di coordinamento in materia bancaria, finanziaria ed assicurativa, giustificato anche dagli sviluppi del mercato che vedono affermarsi una crescente sostituibilità dei prodotti forniti dagli intermediari bancari, mobiliari e assicurativi, nonchè la circostanza che il core business delle banche e delle assicurazioni si sposta sempre più verso i servizi di investimento.

b. I mercati di borsa
Volgendo infine lo sguardo ai mercati di borsa, osserviamo come oggi in Europa vi siano ancora 30 borse, più di tre volte quelle che si rinvengono negli USA. Un processo di concentrazione è certo, quanto rapido e profondo dipenderà da vari fattori: le differenze culturali tra i vari paesi dell'Euro, le nuove tecnologie di scambio, i costi di accesso ai mercati, l'importanza del bias verso le società locali saranno fattori di ostacolo a una rapida concentrazione degli scambi, mentre a favore di essa potrà giocare l'adozione comune di un efficiente sistema di pagamenti è il più importante.
La stessa crescita della cultura dell'investimento azionario promossa da fattori quali: la realizzazione di ulteriori privatizzazioni, l'armonizzazione degli ordinamenti societari e tributari, l'adozione da parte delle aziende di meccanismi di retribuzione basati sulle stock option, l'aumento della contendibilità nel mercato del controllo societario pressochè universale in Europa favorirà il processo di trasformazione e di concentrazione dei diversi mercati azionari nazionali che diverranno più liquidi e con minori costi di emissione e di trading, in particolare per le imprese di grandi dimensioni.
L'evoluzione potrà portare o alla completa concentrazione degli scambi nel mercato più efficiente, o nello scenario più probabile, vi sarà un sistema basato su alcuni operatori di maggiore dimensione (dealers) per le azioni di società più grandi (blue chips) e su borse regionali dove, verranno quotate e scambiate le azioni di imprese a capitalizzazione medio- piccola.

La Piazza finanziaria e il mercato borsistico italiano

Le linee di riforma portate avanti dal Governo hanno interessato anche la Borsa italiana.
Il mercato italiano, completamente trasformato a seguito dello sviluppo telematico, del processo di privatizzazione delle società di gestione dei mercati, dell'allargamento alle banche della possibilità di contrattazione, si è caratterizzato per una significativa crescita della capitalizzazione, passata dal 16 per cento dei primi anni '90 al 46 per cento del PIL a fine 1998 , e del volume degli scambi, attualmente attestati su una media giornaliera di circa 2 miliardi di euro.
Anche il Mercato Telematico dei titoli di Stato ha raggiunto volumi di negoziazione che lo pongono in una situazione di preminenza nel contesto europeo.
Il progetto "Piazza finanziaria italiana", varato dal Governo con l'obiettivo di sviluppare le sinergie tra i diversi operatori, favorendo la proiezione internazionale del mercato italiano e l'ingresso dei mercati nazionali in reti europee, mira a costruire sui punti di forza del mercato nazionale (alta capacità di risparmio; eccellente qualità delle infrastrutture telematiche; notevole spessore del mercato dei titoli di Stato; efficiente mercato dei depositi interbancari); occorre correggere le criticità: (scarso numero di imprese quotate; assenza di un mercato per le medie e piccole imprese; limitatezza del listino).
A tal fine alcune iniziative sollecitate dal Comitato di indirizzo strategico della Piazza Finanziaria hanno già trovato attuazione: la definitiva approvazione del provvedimento concernente la cartolarizzazione dei crediti (legge 30 aprile 1999, n. 130) che aprirà un mercato potenziale stimato nell'ordine di 150.000 mld.; la creazione di un apposito mercato borsistico per le medie e piccole imprese ad alto potenziale di crescita collegato al circuito europeo Euro.NM che,già operativo, dovrebbe interessare circa 200 imprese ,mentre per le imprese minori di natura tradizionale si concretizzerà l'iniziativa di un apposito segmento dell'attuale listino di Borsa; la costituzione a Londra da parte della MTS SpA della Euro-MTS Limited che gestisce il mercato dei titoli pubblici dei principali paesi europei,con l'obiettivo di massimizzare la liquidità dei titoli trattati, minimizzando i costi di trading: iniziativa di diretto interesse per il Tesoro, per le sue conseguenze positive sul costo del debito pubblico.
E' possibile affermare che le iniziative sviluppate in questo periodo da Borsa Italiana e soprattutto la realizzazione del Nuovo Mercato, nonchè il prossimo ridisegno della segmentazione del mercato principale renderanno alle Pmi più agevole l'accesso al capitale di rischio.
La stessa tassazione degli strumenti di investimento è stata dal Governo rivista nel corso del 1998. La riforma ha introdotto un trattamento fiscale più competitivo con quello delle altre legislazioni europee; le aliquote sono state uniformate (12,5 per cento per gli strumenti a medio termine; 27 per cento per quelli a breve) e sono stati semplificati gli oneri di pagamento a carico degli investitori, i quali potranno optare per un sistema di prelievo demandato agli intermediari.
La serie di agevolazioni per le imprese di nuova quotazione predisposte a partire dal 1994 hanno peraltro contribuito allo sviluppo del mercato azionario, il cui listino è stato interessato da una profonda ricomposizione tanto sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo.
L'esperienza di questi anni suggerisce, in mancanza di un'azione di armonizzazione europea, che resta per noi la strategia preferibile, anche se di difficile attuazione, di valutare l'opportunità di prevedere forme ancora più incisive di agevolazione, che consentano al nostro mercato un rapido recupero di posizioni adeguato alla rilevanza del sistema economico in un momento in cui la competizione tra piazze finanziarie sta crescendo a ritmi molto elevati. In particolare la previsione di agevolare fiscalmente la realizzazione di fondi comuni di investimento specializzati in Pmi quotate nei mercati regolamentati europei potrebbe favorire lo sviluppo di una categoria di imprese che, cruciali per la crescita dell'occupazione, hanno storicamente trovato difficile l'accesso al mercato dei capitali.

c. Le concentrazioni nel settore bancario
In generale, l'impatto dell'introduzione dell'euro sull'attività di mergers and acquisition in Europa sarà particolarmente rilevante.
La maggiore trasparenza nei prezzi, porterà ad una rapida individuazione dei concorrenti più deboli, finora protetti dalla valuta nazionale. Questi diventeranno obbiettivi di acquisizioni o abbandoneranno il mercato. Lo sviluppo del mercato paneuropeo del debito, fornirà, più facilmente che non in passato i mercati nazionali, risorse per il finanziamento delle acquisizioni. Il prevedibile sviluppo del mercato degli "high yield bond", renderà più frequenti i "leveraged buy-out", di cui abbiamo già osservato un esempio importante in Italia.
Il processo di concentrazione del sistema bancario europeo sta avvenendo prevalentemente all'interno dei confini nazionali. Ciò può essere visto come la dimostrazione che esistono ancora barriere di natura regolamentare o di altra natura alla creazione di un mercato europeo delle banche, ma può anche essere evidenza che i più significativi benefici derivanti dall'aumento delle dimensioni, principalmente da sinergie di costo, si hanno ancora da operazioni di carattere nazionale, mentre le attività cross-border vedono soltanto limitati scambi azionari.
E' proprio l'importanza di queste sinergie a guidare molte operazioni di M&A.
Secondo una recente indagine tali sinergie sono valutabili per le operazioni nazionali al 5-20% della base comune di costo, quelle relative a operazioni di tipo "bankassurance" al 2-5% e quelle nei settori del "wholesale ed investment banking" all'8-12% della base comune di costo. Meno chiaro é il valore di tali sinergie in operazioni cross-border, in cui problemi culturali e di differente regolamentazione sembrano limitare l'ampiezza delle sinergie conseguibili.
In generale, data la struttura dei costi dell'industria bancaria nell'Europa continentale, è possibile affermare che quanto meno è concentrato un sistema bancario nazionale tanto maggiori saranno le sinergie di costo derivanti da processi di aggregazione nazionali. E' prevedibile che il processo di consolidamento del sistema bancario europeo si sviluppi secondo queste fasi:

  1. Rafforzamento sull' interno e raggiungimento di una massa critica elevata nel mercato domestico;
  2. Ricerca,attraverso acquisizioni ,di un "secondo mercato" domestico, diverso dall'intermediazione creditizia;
  3. fusioni cross-border e costituzione di network internazionali.
Attualmente la maggior parte delle istituzioni europee sta completando il primo passo, pochi gruppi bancari hanno già trovato il secondo mercato domestico e diversi network internazionali sono in fase di formazione.
Naturalmente la tendenza alla concentrazione nel settore creditizio ha diversa portata nelle diverse nazioni europee: la quota di mercato dei principali tre players é pari al 91% in Finlandia, al 74% in Olanda e Svizzera, al 53% in Francia, al 52% in Spagna, al 47% in UK, al 31% in Italia ed al 10% in Germania.

ristrutturazione del sistema bancario italiano

Nelle transazioni "cross-border", il mercato Italiano ha seguito sin qui i modelli europei. Tuttavia, la più ridotta dimensione di partenza ha posto i gruppi italiani in una posizione subalterna nell'ambito delle piattaforme europee in via di formazione.
Anche se è aumentato il peso degli operatori maggiori (i primi sette gruppi bancari hanno accresciuto nel decennio la propria quota di mercato sugli impieghi dal 35% a oltre il 50%, in gran parte per operazioni di concentrazione), rimane la sostanziale debolezza del sistema bancario italiano nel contesto europeo: sia per dimensione dell'attivo, sia in termini di capitalizzazione di borsa, la banca italiana più grande è pari a circa un quarto della prima banca in Europa.
La crescita delle dimensioni permette di sostenere gli investimenti necessari a sviluppare servizi bancari ad alto valore aggiunto e consente di beneficiare di economie di scala e di produzione congiunta abbandonando la logica di assegnare alla sola attività di intermediazione creditizia il ruolo centrale di collegamento tra risparmio e investimenti.
Ma il successo delle operazioni di aggregazione è affidato alla riorganizzazione e alla razionalizzazione delle aziende bancarie dove elemento fondamentale è costituito dalla gestione degli esuberi di personale.
Le operazioni di concentrazione sono state oggetto di attenzione da parte dell'Autorità di vigilanza. Tali operazioni sono disciplinate da regole di settore, essendo imprese bancarie, e da regole generali comuni a tutte le imprese quotate.
Le norme del TU bancario hanno lo scopo di consentire all'autorità di vigilanza di valutare la qualità degli azionisti futuri con riguardo al principio di separatezza tra impresa bancaria e non bancaria e con riguardo alla sana e prudente gestione, per ciò che attiene agli aspetti di stabilità sistemica, lasciando che per gli altri sia lo stesso mercato a decidere.
I criteri seguiti dalla Banca d'Italia, nell'assicurare la sana e prudente gestione, si conformano alle indicazioni del CICR espresse con propria deliberazione dell'aprile 1993.
Nella riunione del 3 maggio u.s. il Comitato, nel corso dell'esame dell'evoluzione degli assetti proprietari delle imprese bancarie, ha analizzato la compatibilità delle norme di settore con quelle più generali di mercato. Il Comitato non ha ritenuto che la risoluzione di eventuali incompatibilità a livello di normativa primaria costituisca l'azione più urgente al fine di conciliare l'ordinato e trasparente funzionamento dei mercati con un'attività di vigilanza bancaria efficace e pregnante. E' piuttosto sulle normative regolamentari e sulle istruzioni applicative della Banca d'Italia e della Consob che va posta l'enfasi del legislatore secondario per rendere compatibili le procedure di controllo dell'Autorità di vigilanza con le richieste di notizie da parte dell'Autorità di mercato.
Il Comitato ha riconosciuto essenziale ai fini dell'efficacia della vigilanza la comunicazione preventiva all'Autorità monetaria da parte dell'azienda bancaria interessata a operazioni di acquisizione; ha altresì ritenuto che il dialogo istituzionale tra soggetto vigilato e Autorità dovesse essere improntato alla massima trasparenza e ha perciò preso atto dell'intenzione dell'Autorità monetaria a che di questo processo venissero specificati le modalità, i tempi e i criteri che informano la decisione dell'Autorità medesima.
Nella prossima riunione il Comitato esaminerà le proposte presentate dal Governatore e integrerà la propria delibera del 1993, tenendo presente i principi informatori del TU sulla finanza e in particolare le loro implicazioni per l'estensione che deve essere data alla vigilanza sulla sana e prudente gestione, avendo cura di valutarne con attenzione gli aspetti di stabilità sistemica, ma lasciando all'autonomia dei mercati ogni altra valutazione.
I processi di aggregazione in Italia sono inscidibilmente legati a quelli di privatizzazione, ma i primi non devono rallentare i secondi: sarà, se necessario, il mercato a sollecitare le aggregazioni che generano maggior valore per gli azionisti.
Con l'alienazione delle quote detenute dal Tesoro nel Mediocredito Centrale, e nel Credito Industriale Sardo, nonché con la definizione della missione del Credito Sportivo e dei suoi assetti proprietari, il compito del Tesoro nella privatizzazione delle banche sarà sostanzialmente terminato.
Gli obiettivi che lo Stato si è dato nell'opera di dismissione delle partecipazioni di proprietà non sono stati meramente di natura reddituale, ma anche improntati alla promozione della concorrenza, alla crescita della dimensionale aziendale, al miglioramento dell'efficienza.
Analogo dinamismo nella ridefinizione degli assetti proprietari è atteso dalle Fondazioni che ancora detengono partecipazioni rilevanti in banche.
Le ultime grandi banche controllate da Fondazioni hanno già annunciato l'avvio del processo. La risposta numerosa dei piccoli risparmiatori e degli investitori istituzionali alle offerte di azioni pubbliche e le cospicue plusvalenze generate sono anche indici di quale possa essere lo stimolo della privatizzazione nel ritrovare la redditività dell'azienda bancaria.
Il processo di privatizzazione del sistema bancario italiano, ora che anche i più riluttanti difensori del campanile ne hanno visto e valutato la convenienza, può dirsi avviato a conclusione: la politica si ritiri dalle cittadelle della finanza e torni alla sua più elevata missione.

Le fondazioni

La legge delega n. 461 del 1998 e il decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153 si collocano nel solco dei più recenti interventi in materia di Fondazioni bancarie. La nuova normativa completa l'operazione di profondo cambiamento del sistema bancario italiano avviata con la legge n. 218 del 1990, affermando la separazione definitiva delle Fondazioni di origine bancaria dall'attività bancaria e ridefinendone la natura giuridica, gli scopi e l'ambito di attività.
La disciplina incentiva le Fondazioni a dismettere le partecipazioni di controllo nelle banche conferitarie, da un lato, limitando l'impatto fiscale sulle relative (auspicabili) plusvalenze; da un altro, spingendo gli enti conferenti, anche tramite la leva tributaria, ad imboccare la via dell'esercizio effettivo e principale di attività di utilità sociale; da un altro, ancora, creando le condizioni di ordine fiscale perché tanto la banca quanto la Fondazione di origine bancaria si privino della proprietà di beni e di partecipazioni poco coerenti con le finalità perseguite.
Elemento qualificante della nuova disciplina è costituito dall'attribuzione alle Fondazioni della natura privatistica. Essa costituisce la base per la ricostruzione di una rinnovata disciplina civilistica delle Fondazioni, concepita come tappa iniziale di un processo riformatore che dovrà interessare il regime generale di questa tipologia di enti contenuto nel Libro Primo del Codice civile.
Nel rispetto di principi di economicità della gestione le Fondazioni sono chiamate ad amministrare il patrimonio secondo criteri prudenziali di rischio, in modo da conservarne il valore ed ottenerne una redditività adeguata.
Alle Fondazioni è preclusa la possibilità di detenere, acquisire ex novo o conservare partecipazioni di controllo in enti e società che non abbiano per oggetto esclusivo l'esercizio di imprese strumentali. Si tratta di una soluzione del tutto coerente con i principi generali, dal momento che la possibilità per le Fondazioni di esercitare attività di impresa è, strutturalmente, ammessa soltanto in connessione con lo scopo istituzionale, ovvero quando la gestione dell'impresa si risolva essa stessa nello scopo istituzionale perseguito.
La vigilanza è indirizzata alla verifica del rispetto della legge e degli statuti, della sana e prudente gestione delle Fondazioni, della redditività dei patrimoni e dell'effettiva tutela degli interessi contemplati negli statuti.
Il provvedimento presenta un apposito titolo che definisce, in un contesto normativo unitario e trasparente, una specifica disciplina fiscale per le ristrutturazioni bancarie.
Il processo di riposizionamento è solo in parte realizzato ed è auspicabile che iniziative industriali coerenti con l'obiettivo di migliorare l'efficienza generale del sistema bancario possano essere concretizzate anche in futuro.

d. Il mercato dei titoli obbligazionari
L'integrazione finanziaria europea procede spedita anche nel mercato dei titoli a reddito fisso. Sia per volumi di emissioni, 39 mld. di Euro, nei primi quattro mesi del 1999, sia per la partecipazione degli investitori istituzionali, questo mercato è già divenuto un'importante fonte di finanziamento a basso costo per le imprese.
debito pubblico è stato quasi completamente ridenominato in Euro a partire dall'1 gennaio 1999, decisione che ha permesso un rapido sviluppo del mercato elettronico dei titoli di Stato.
In Italia è continuata l'azione di:
  • trasparenza nell'attività di emissione che ha portato alla creazione di un mercato secondario spesso ed efficiente, che ha contribuito al miglioramento del merito di credito del nostro Paese;
  • allungamento della vita media e la durata finanziaria dei titoli di Stato, in modo da immunizzare il costo del debito da eventuali picchi di volatilità dei tassi di mercato:la vita residua dei titoli di Stato italiani è ormai prossima ai 5,5 anni e la duration, che alla fine del 1996 raggiungeva appena il valore di 1,6 anni, si sta rapidamente avvicinando alla soglia dei tre anni e mezzo.

Il nostro debito, pertanto, non è più caratterizzato dal pericoloso sbilanciamento sul breve termine che lo ha contraddistinto per oltre due decenni: il peso dei titoli a tasso fisso ha ormai largamente superato quello di titoli a breve e indicizzati .
D'altra parte, tale politica di allungamento delle scadenze, attenuando il frequente ricorso al mercato per il rinnovo di elevati volumi in scadenza, ha essa stessa contribuito a ridurre la percezione di rischio da parte del mercato, instaurando una sorta di circolo virtuoso, di cui l'attività di emissione ha largamente beneficiato, permettendo di superare, senza eccessiva volatilità, le varie situazioni critiche che hanno caratterizzato i mercati internazionali negli ultimi due anni.
Sia in termini di liquidità (le più recenti emissioni a medio-lungo termine sono risultate particolarmente competitive in Europa, dato che per taluni titoli si sono superati i volumi in circolazione degli omologhi strumenti di Francia e Germania), sia in termini di spread rispetto ai titoli di riferimento, la convergenza della nostra politica del debito pubblico dalle politiche prevalenti nell'area dell'Euro non è lontana dalla meta.
Le prospettive dell'Euro, la sua forza futura, sono legate alla sua capacità di sancire con il metro monetario sviluppi che attengono ad altre sfere. Prima tra tutte quella della crescita dell'economia reale, poi quella attinente alla creazione di un'industria dei servizi finanziari capace di competere nel mercato mondiale. Abbiamo visto come gli sviluppi di questi primi mesi siano sotto questo secondo profilo incoraggianti per l'Europa, per l'Italia. I prossimi giorni vedranno se sapremo compiere quello sforzo di riforma strutturale nel nostro sistema economico, che è poi riforma culturale del nostro rapporto con lo Stato, con le generazioni più giovani, con le forze produttive, vedranno se sapremo riscoprire quelle energie che permisero negli anni cinquanta e sessanta al Paese di superare la propria povertà e che oggi lo porterebbero, non alla sopravvivenza nella nuova realtà europea, ma all'affermazione della propria forza economica, della propria identità culturale.






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