INTERVENTO AL SENATO

DEL MINISTRO DEL TESORO, DEL BILANCIO E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA, Prof. Giuliano AMATO



28 luglio 1999


Fonte: Sito Web del Senato della Repubblica

Signor Presidente, onorevoli senatori, devo dire che il dibattito che si è svolto in quest'Aula ha confortato le mie aspettative e speranze dopo letture iniziali del Documento di programmazione economico-finanziaria che - forse perché parziali o ispirate a ragioni che non molto avevano a che fare con i suoi contenuti - mi avevano fatto temere che la discussione non cogliesse i punti essenziali che il Governo si è sforzato - in modo adeguato o inadeguato questo è altro problema - di porre all'attenzione del Parlamento in relazione a temi che sono cruciali per la fase storica che stiamo attraversando e per i cambiamenti di cui abbiamo bisogno.

Devo aggiungere, invece, che nel dibattito che si è svolto in quest'Aula quei temi c'erano e le stesse critiche che il DPEF ha subìto sono sintonizzate sulla lunghezza d'onda in cui esso aveva cercato di collocare l'analisi dei problemi e le loro soluzioni. In questo senso ringrazio in primo luogo il relatore che ha svolto un lavoro egregio; faccio questa affermazione forse perché mi unisce a lui una forte identità di vedute, e quindi è possibile che mi sia stato facile essere d'accordo con lui. In ogni caso, è un dato di fatto che ho ritrovato il senso di ciò che avevamo cercato di scrivere in questo Documento proprio nelle sue parole di illustrazione e anche di sprone; ribadisco, comunque, che ciò vale per l'intera discussione, sia dal lato della maggioranza che da quellodell'opposizione.

Come diversi di voi avranno notato - e lo hanno fatto anche gli onorevoli deputati - questo è il primo DPEF dopo l'ingresso dell'Italia nell'unione monetaria e di questo &laqno;dopo» tale Documento cerca di riflettere sia i problemi, sia le soluzioni necessarie.

È proprio del presente Documento di programmazione economico-finanziaria accompagnare la perdurante linea del rigore finanziario che non può essere abbandonata - abbiamo osservato tutti che per certi versi è necessario sottolineare tale linea anche in ragione di quel basso tasso di crescita che ci ha fatto ritrovare con una aspettativa di indebitamento netto superiore a quello inizialmente previsto - ma esso non si ferma qui. Quindi, tanto i suoi temi quanto giustamente quelli contenuti nelle risoluzioni che sono state proposte per approvarlo o per respingerlo vanno nella direzione dell'insieme delle tematiche politico-sociali che accompagnano e debbono accompagnare l'azione perdurante di risanamento finanziario.

In poche parole, all'ordine del giorno sono i nodi strutturali che da tempo frenano il nostro sviluppo e che il &laqno;dopo euro» rende sempre più urgente rimuovere. Se ne poteva parlare anche prima, anzi, a mio avviso se ne doveva parlare anche prima; tuttavia, è un dato di fatto che l'ingresso dell'Italia nell'unione monetaria rende ineludibile oggi occuparsene. Sono sempre stato tra coloro che hanno sostenuto a suo tempo che l'unione monetaria rappresentasse un adempimento ineludibile, ma altresì che se l'Europa avesse fatto solo la moneta unica sarebbe andata a sbattere negli scogli, così come ci sarebbe andata anche se non fosse stata attuata la moneta unica. Peraltro, esaminare questi nodi significa affrontare dei cambiamenti densi di prospettive, ma anche costosi rispetto ad abitudini che abbiamo.

Quando non era ancora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema osservò giustamente che il Governo che allora era in carica, il Governo che allora era in carica, il Governo Prodi, ci aveva portato nell'unione monetaria, ma con ciò non ci aveva trasferito in una sorta di Eden: ci aveva messo su un ring, nella condizione di combattere in una situazione totalmente nuova, nella quale per esistere, per affermarsi, per continuare a produrre benessere e per realizzare politiche sociali è necessario darsi un'economia capace di avere un ruolo in un mercato unico europeo, in un mercato integrato, al di là degli stessi confini dell'Europa.

Questa è una lezione che siamo abituati da tempo a raccontarci, ma non è detto che siamo pronti ad accogliere tutte le conseguenze che ne derivano. Viviamo in un mercato integrato, è finito il fordismo, siamo in un ciclo tecnologico e produttivo totalmente nuovo, non possiamo fondarci sui modelli organizzativi del passato, viviamo in Europa e non più in Italia: tutto questo ha delle conseguenze. Non si tratta, infatti, di frasi che ci possiamo permettere di affermare per il gusto di dimostrare che le conosciamo e per provare una piccola gioia nel vedere un brivido percorrere la platea alla quale comunichiamo queste importanti novità, anche perché ormai tali non sono più, ma sono il segno di un cambiamento che i miei vecchi avrebbero definito &laqno;epocale», perché epocale è davvero.

Le domande alle quali si impone di rispondere sono domande alle quali un Documento di programmazione economico-finanziaria del 1999 per gli anni 2000-2003 deve cercare una risposta. A che cosa affidiamo, in questo nuovo mondo, la nostra competitività, che non è poi null'altro che la nostra possibilità di sopravvivere, di crescere, di vivere meglio e di far vivere meglio chi non è in condizione di farlo da solo?

Come tratteniamo nel nostro paese ricchezze che altrimenti vengono dirette altrove? Spiace sempre vedere ricchezze prodotte in Italia, risparmio prodotto in Italia, prendere i canali che portano verso l'estero e andare lontano, ma se è vero che viviamo in un mercato globale queste sono le nuove regole del gioco e non ci sono né gnomi di Zurigo, né poteri forti, né complottatori alle nostre spalle che bastino a giustificare un fatto di per sé naturale: in un mercato integrato la ricchezza va dove è in condizione di produrre meglio e di più altra ricchezza; in un mondo del genere, come facciamo a trattenerla, per non diventare più poveri, per continuare ad essere un paese tra i più robusti del mondo?

Come possiamo evitare che la spinta alle delocalizzazioni delle attività produttive, che è generalizzata e fa sì che oggi i beni ai quali siamo abituati non abbiano più nazionalità perché sono in realtà prodotti in venti paesi diversi nelle loro singole componenti, e che è una spinta alle delocalizzazioni incrociate non sia solo, per quanto ci riguarda, unilateralmente rivolta dall'Italia verso l'estero? Come possiamo fare in modo che l'Italia sia un paese capace di attrarre i processi di delocalizzazione in parte o nella loro interezza?

Come prepariamo e difendiamo i nostri lavoratori su un mercato del lavoro che, appunto, non è più quello fordista? Un altro slogan che amiamo citare nelle nostre omelie domenicali è quello che ci avviamo a vivere in una società dei saperi: in una società di questo genere i lavoratori non sono più manodopera, ma &laqno;testadopera»; le teste d'opera si difendono sul mercato del lavoro con gli stessi sistemi con cui si protegge la manodopera? Non ci dovrebbe essere uno sventagliamento di strumenti che possano tutelare da una parte la perdurante manodopera e dall'altra il crescente numero di persone candidate ad essere protagoniste della società del sapere?

Come affermiamo e manteniamo una nostra identità italiana, perché identità rimangono, ed è giusto che rimangano, perché sono fatte di patrimoni che concorrono a noi ma anche al resto del mondo? Come si mantiene un'identità italiana in un mondo così diverso? Non difendendoci come siamo. Possiamo difenderci. Possiamo difendere l'esistente, ma deve essere chiaro che, difendere l'esistente, non serve a difenderlo. &laqno;Viviamo in Europa» vuol dire che qualunque operatore professionale, da qualunque paese dei Quindici, ha titolo a venire in Italia ad esercitare la professione. Allora, difendere le professioni così come sono significa semplicemente indebolirle davanti alla maggiore forza concorrenziale di grandi società di professionisti, già radicatesi altrove, che entrano in Italia. Difendersi significa rimpicciolire, significa indebolirsi. Possiamo difendere, finché vogliamo, dalla concorrenza le aziende pubbliche locali e sottrarre i servizi pubblici alla concorrenza, ma nessuno li potrà sottrarre, dal momento che viviamo in Europa, alle gare che diventeranno ineludibili in tutte le nostre città. Se saranno servizi abituati all'inefficienza, non preparati alla competitività, non organizzati per reggere sul confronto dei costi e sulla qualità del servizio rispetto agli altri, perderanno le gare e il risultato di aver difeso l'esistente così com'è sarà quello di consegnare i servizi pubblici delle nostre città ad imprese non italiane. Possiamo difendere le nostre Ferrovie dello Stato così come sono? Fingere di non accorgerci che non può sopravvivere un'azienda fatta di 12.000 miliardi di costi, di cui 9.800 per il personale e poco più di 2.000 per risicati costi operativi, che non tengono neanche conto della manutenzione?

Il mio augusto predecessore - gli ho fatto notare che ora è diventato augusto predecessore, ma è sempre Carlo Azeglio - amava dire che se avessimo lasciato le ferrovie nell'attuale stato in cui versano, avremmo finito per andarle ad ammirare tra Pistoia e Prato, perché tra Milano, Firenze, Roma e Napoli viaggeranno treni tedeschi che hanno titolo a farlo, perché la nostra omelia domenicale &laqno;Viviamo in Europa» ha delle conseguenze. Non è che il lunedì non è più vera: il lunedì è vera e porta le sue conseguenze. È meno vera la domenica, quando la diciamo noi, perché fortunatamente è il giorno del Signore e gli altri si riposano!

Questi sono i temi che abbiamo davanti, che non possono essere elusi. Non si può tacciare di tradimento ideologico a Sinistra chi pone questi problemi. Diventa inevitabilmente perdente chi, rispetto a questi problemi, si rifiuta di porsi nella prospettiva di salvare l'identità italiana in questo nuovo contesto.

Pertanto, se le cose stanno in questo modo, è chiaro che servono politiche economiche che ci mettano nella condizione di essere partecipi di un processo di sviluppo globalizzato, che è necessariamente competitivo, e servono contestualmente e correlativamente politiche sociali per sostenere quelli di noi che non riusciranno o avranno difficoltà ad essere partecipi. Non possiamo separare due capitoli. Per entrare in questo futuro, che è già cominciato, politiche economiche e sociali sono inscindibili, come inscindibili sono le ragioni dei cambiamenti di cui entrambe hanno bisogno. Infatti, in un contesto fortemente competitivo non tutti possono correre, non tutti sono in grado di correre e le diseguaglianze rischiano di crescere in misura pericolosamente corrosiva. È quindi un compito essenziale di chi governa affiancare a politiche economiche che ci consentono di essere competitivi - perchè se non lo siamo perdiamo ricchezza - politiche sociali che siano in grado di fermare e contrastare gli eccessi di diseguaglianza che si possono formare, rompere il nostro tessuto sociale e abbandonare a se stessi coloro che rischiano di essere esclusi.

Guardiamo al modello americano per gli aspetti positivi che presenta, per la competitività che ha sviluppato ma non dimentichiamo che, in assenza di un solido tessuto di politiche sociali, il numero dei poveri che quel paese e quel sistema stanno producendo è gigantesco, è spaventoso.

Pertanto, qui c'è qualcosa che ci insegna che i due aspetti vanno messi insieme: politiche sociali pensate negli anni '30, nella grande stagione newdealista, si stanno rivelando impotenti rispetto alle nuove povertà che il meccanismo competitivo del nostro tempo ha scatenato. Noi siamo partecipi di quel meccanismo competitivo e dobbiamo avere - perché questa è la tradizione europea - politiche sociali che siano in grado di contenerne e riequilibrarne gli sviluppi negativi.

Non si elude questo tema, non si può eludere il tema del riequilibrio delle politiche sociali perché vi sono convenienze domestiche o di parte che inducono a trascurarlo. Infatti, è pericoloso mettersi sulla strada della maggiore competitività ignorando questo altro aspetto: sono due facce di una stessa medaglia. Questo è il nostro tema che - lo sottolineo ancora - ha nei suoi vari capitoli una sua unità rispetto ai compiti immani che ne derivano.

Sono il primo ad ammettere che il DPEF è ancora inadeguato ma sono convinto che nel DPEF sono questi i temi che abbiamo cercato di mettere a fuoco ed essi sono il metro su cui misurarne l'adeguatezza o l'inadeguatezza. Non sono le diffidenze ideologiche, non sono le citazioni di economisti di altri tempi, non sono le dispute di retroguardia di una parte o dell'altra; qui urge una realtà di cui facciamo parte, nella quale non possiamo correre il rischio di rimanere indietro.

È chiaro, naturalmente, che su questi temi si apre una dialettica sana tra Destra e Sinistra, o - se preferiamo - tra impostazioni di Centro-destra e di Centro-sinistra, visto che noi italiani tendiamo a smussare tutto lungo linee che escludono la soluzione di continuità. La dialettica, ad ogni modo, indiscutibilmente c'è; è una dialettica che definisco sana perché, nel mondo d'oggi, è fatta di prospettive e di proposte che non sono necessariamente autoescludentisi, ma che in parte finiscono necessariamente per sovrapporsi.

Io ho il massimo rispetto per le proposte della Destra emerse anche in quest'Aula e che, fondamentalmente, affidano la soluzione di questi problemi a due sole direttrici: riduzioni fiscali e liberalizzazioni. Ritengo che limitarsi a questo, che non può non far parte del mio stesso suggerimento, significhi avanzare una proposta che, nel suo complesso, mi sembra fortemente insufficiente; significa, inoltre, non tener conto, nella misura che è necessaria, di quegli squilibri e di quelle diseguaglianze di cui parlavo e del bisogno che ha lo sviluppo di essere nutrito con misure anche positive e non soltanto negative, senza statalismi, senza dirigismi, senza eccessi di spesa pubblica.

Ma del resto è così, ed è così non solo in Italia. Giorni fa mi è capitato di chiacchierare con un mio ben più fortunato collega (in quanto ministro finanziario), il nuovo Ministro del tesoro americano Larry Summers, il quale ha il problema di cosa fare del gigantesco surplus di bilancio che si ritrova. Quindi, il suo unico problema, come ministro finanziario, è che si trova di fronte ad un enorme surplus di bilancio!

Naturalmente, la discussione che lui mi ha riferito tra loro democratici e i repubblicani era tutta qua: per i repubblicani questo surplus dovrebbe essere utilizzato esclusivamente per la riduzione delle tasse, possibilmente a vantaggio dei redditi medio-alti; invece, i democratici proponevano di ridurre le tasse e di correggere ed integrare il medicare, il programma sanitario americano che, come tutti sanno, lascia oltre 30 milioni di famiglie prive di assistenza sanitaria: di conseguenza, ad esempio, l'anziano colpito dalla sindrome di Alzheimer rischia di finire sul marciapiede perché non vi è copertura pubblica per questo tipo di malattia. È l'esempio che colpisce maggiormente perché è una delle malattie più temute da chi giunge alla mia età e pensa di poterne essere colpito.

Vorrei sottolineare che questa dialettica tra Destra e Sinistra non è presente soltanto da noi.

A questo proposito occorre sottolineare che la riduzione fiscale da sola non basta ed è difficile non vedere che la situazione nostrana ha dei limiti, magari anche coatti, ai quali non mi tengono vincolato ragioni di principio ma le ragioni che giustamente ricorda, piaccia o non piaccia, il collega Visco. Dover accantonare ogni anno alcune decine di migliaia di miliardi per pagare il debito che è rimasto, a meno che non lo mettiamo da parte, rappresenta inesorabilmente un vincolo del quale dobbiamo farci carico.

Penso d'altra parte che sia non meno importante costruire il tessuto da cui dipende lo sviluppo, laddove tale tessuto manchi. Qui si entra nel tema delle politiche di sviluppo e della necessità che vi siano azioni positive per lo sviluppo. Pensiamo al Mezzogiorno che non è una fisima della Sinistra; gli economisti ormai in modo pressochè unanime affermano che lo sviluppo non dipende esclusivamente dalla iniezione di risorse finanziarie nel contesto del sottosviluppo, ma dalla trasformazione di quel contesto, in assenza della quale la stessa iniezione di risorse finanziarie non produce effetti o produce effetti distorti. L'ho sperimentato lavorando su questo tema nell'ambito della Commissione bilancio della Camera, prima di assumere il mio attuale incarico. Abbiamo effettuato uno studio sugli incentivi al lavoro nel Mezzogiorno e siamo dovuti arrivare alla conclusione che, in un contesto di sottosviluppo, anziché assicurare occupazione aggiuntiva, tali meccanismi assicurano la trasformazione di possibile occupazione stabile in occupazione precaria. L'incentivo alla piccola e media impresa viene spesso lasciato cadere perché le piccole e medie imprese non hanno una cultura sufficiente per acquisirlo o addirittura per gestire le pratiche che portano ad acquisirlo. Inoltre, l'habitat burocratico in cui si trovano non reagisce agli stimoli che sono necessari.

Vi è quindi la necessità di impegnare risorse umane e finanziarie in quelle che abbiamo chiamato le politiche di contesto, che creano il tessuto dello sviluppo. È un elemento sul quale le proposte economiche del Centro-Destra mi appaiono carenti, rispetto ad una ragione ideale che nutro e rispetto a dottrine economiche di cui avverto l'attuale validità.

Ma andiamo avanti, quali sono, rapidamente, le nostre proposte? Scorro i temi essenziali con qualche chiosa: rigore finanziario non a scapito dello sviluppo. Qualcuno ha notato - e gliene sono grato - che questo è un DPEF nel quale una riduzione significativa della spesa viene ricercata con strumenti diversi dall'entrata e quindi con riduzioni della spesa. Questo è un sforzo importante, tanto più importante perchè non è fatto a carico della solita ricerca di ticket e &laqno;tacket» in materia sanitaria o di altri strumenti di questa natura. Si cerca di intervenire sui flussi che ormai possono essere meglio disciplinati, si cerca di intervenire sulle passività dello Stato, degli enti locali e delle amministrazioni pubbliche per adeguarle, attraverso opportune rinegoziazioni, ai livelli raggiunti dai tassi di interesse &laqno;dopo euro», si cerca di essere più razionali ed efficienti nell'uso della spesa pubblica.

Mi è già capitato di dire in Commissione che trovo assolutamente contraddittorio da parte del Centro-destra - questo mi sia consentito dirlo - accusare queste intenzioni di evanescenza quando da anni, giustamente, è il Centro-destra a dire che prima di colpire il cittadino bisogna colpire gli sprechi e le inefficienze che sono rimasti nella pubblica amministrazione: lo mettiamo nel DPEF e si dice che questo è evanescente. Allora non resta che il ticket!

Naturalmente le misure ora non le indico per più ragioni; una di queste è la nuova legge che ha modificato i rapporti tra legge finanziaria e provvedimenti collegati e ha previsto che le misure direttamente rilevanti per la manovra siano collocate direttamente nella finanziaria. Ne parliamo nella finanziaria ed evitiamo, fra l'altro, che per due mesi vi sia un'esercitazione nazionale in cui chiunque contrappone misure ad altre misure alterando inutilmente il clima psicologico ma consentendo così alla nostra stampa di non trovare argomenti più intelligenti con i quali riempire i giornali di agosto.

Le politiche di sviluppo, che sono il vero cuore del problema, lo snodo sul quale dobbiamo essere in grado di recuperare quella capacità di crescita che in questi anni abbiamo perduto al di là della congiuntura, si fondano sulla rimozione delle barriere che lo frenano in tutta Italia e, come dicevo, sull'aggressione sistematica delle cause del sottosviluppo nel Mezzogiorno.

&laqno;Aggressione delle cause del sottosviluppo» vuol dire ripristinare la cultura della legalità nel Mezzogiorno e, non meno importante, degli incentivi finanziari, convincere chiunque vive in quell'area che l'abusivismo è un fenomeno che può anche essere punito e che siccome può anche essere punito non ha come naturale conseguenza che nello scantinato di una casa abusiva è ovvio mettere un laboratorio abusivo con lavoratori minorenni!

Questo è parte cruciale dello sviluppo del Mezzogiorno, così come parte cruciale dello sviluppo del Mezzogiorno e dell'intero paese è la rimozione delle barriere che si oppongono in Italia allo sviluppo ed è troppo comodo dire che sono le barriere rappresentate dalla rigidità del mercato del lavoro e dalla pubblica amministrazione. È troppo comodo dire questo; non nego che lì vi siano rigidità perduranti e figuratevi se nego che vi siano inefficienze nella pubblica amministrazione, ma qualcuno mi deve spiegare come può un giovane della società dei saperi trovare lavoro in una società nella quale qualunque sapere si chiude nella corporazione di un albo o di un ordine.

Questo qualcuno me lo deve spiegare! Sono quattro anni che io, in vesti diverse, mi occupo di questo tema e non ho mai proposto aggressioni selvagge degli ordini; sono quattro anni che, cercandosi di ricondurre a ragionevolezza la discussione su questo tema, che comunque è un tema europeo, mi sento rispondere: no all'abolizione selvaggia degli ordini. Una volta mi scappò detto - cosa che non direi mai in un'Aula parlamentare - che selvaggio doveva essere chi lo diceva, perché non c'era nulla di selvaggio nel pretendere che vi siano procedimenti di ammissione che tutelano meno il reddito di coloro che sono già dentro, che vi sia la possibilità di avere una maggiore concorrenzialità anche nel prezzo. Non è vero che la tariffa minima tutela la qualità; io, da autorità antitrust, mi sono trovato a gestire una controversia tra un ordine e un suo associato, in cui l'ordine irrogava una sanzione all'associato usando nel dispositivo delle parole che suonavano così: &laqno;Questo è perché hai violato la tariffa minima! Se poi ci accorgiamo anche che la qualità del servizio che hai prestato era più bassa, te ne irroghiamo un'altra!»; che equivaleva a dire: &laqno;Signor giudice, l'imputato ha confessato», anche se tra la tariffa minima e la qualità della prestazione, dal punto di vista di quell'ordine, non c'era alcuna relazione di immedesimazione, come si è sempre sostenuto.

Vi sono attività che non hanno motivo di avere un ordine: scusate se queste cose le dico, ma sono stanco di sentire reazioni esagitate su proposte ragionevoli, reazioni esagitate che servono solo a raccogliere consenso politico, al di fuori di qualunque razionalità. Dunque, vi sono attività per le quali non vi è ragione che vi sia un ordine; sono quelle che non richiedono una particolare formazione, per le quali non vi è particolare asimmetria informativa tra l'erogatore del servizio e l'utente, per le quali vi è concorrenza larga tra operatori diversi. In questi casi, è giusto che coloro che svolgono queste attività si costituiscano in associazioni volontarie e si impegnino, in quanto associazioni volontarie, a garantire la propria capacità di fornire un servizio qualitativamente migliore di quello di altri loro concorrenti.

Vi sono poi attività che possono essere svolte soltanto in esclusiva, per la particolare formazione che richiedono, per la simmetria informativa enorme che c'è tra l'utente e l'erogatore: di sicuro, l'attività medica e l'attività forense sono di questo tipo. Io mi domando da tempo - questo Governo non c'entra - se tutte le professioni giuridiche non dovrebbero essere collocate in un unico albo. Oggi i notai di esclusivo si trovano soltanto a fare l'autentica della firma, in cui hanno come unico concorrente l'impiegato comunale dello stato civile, perché la contrattualistica, nella quale eccellono i nostri notai, è in tutta Europa un'attività svolta dagli studi forensi.

Ma, al di là di questo e a prescindere da questo, riformulo una domanda che ho posto decine di volte: quando la legge vuole che, per un determinato servizio, sia assicurato ai cittadini che deve esservi un numero &laqno;non inferiore a» di tanti prestatori di quel servizio, perché è questo ciò che garantisce i cittadini.

può la legge stabilire invece il numero massimo dei prestatori di quel servizio? Cioè, stabilire il numero massimo dei prestatori di un servizio, garantisce il cittadino o garantisce il reddito di chi sta in quel recinto? Si tratta di rispondere a questa domanda; e se questa domanda ha qualcosa di selvaggio, sono pronto a ritornare qua col perizoma. Torno ancora sulla questione di cui parlavo delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni dei servizi locali. Anche a questo riguardo, nessuno vuole distruggere il patrimonio di aziende pubbliche che abbiamo nel nostro mondo locale, ma torno a quel che dicevo prima: se non si cambia, se si difendono i servizi pubblici locali così come sono, ce li troveremo in mani non italiane. Allora, si tratta di prepararli ad una più forte competitività, di prepararli alla gara, perché questa comunque dovranno affrontare. E ciò vale per tutti i servizi. La competitività verrà e, visto che parlo di servizi e mi accingo a concludere, permettetemi una parentesi sulla faccenda dell'ENEL, sulla quale ho visto molte penne, una volta attente alla concorrenza, esercitarsi in modo che non considererei destro, ma maldestro, sull'argomento.

All'inizio ho imparato, dai sacri testi di economia e dai sacri libri sulla concorrenza, che quando si apre un mercato dopo una fase di monopolio, così come sta accadendo per la generazione dell'energia elettrica in Italia, stabilire tariffe al minimo livello, serve a dare nel breve periodo il massimo di soddisfazione ai consumatori, ma comporta che nel medio periodo questi stessi rimarranno nelle mani di un perdurante monopolio. Infatti, se la tariffa non include lo spazio per l'investimento di cui ha bisogno il nuovo entrante, questo non entra. Più bassa è la tariffa iniziale di un servizio che sta uscendo dal monopolio, più si favorisce nel medio termine la permanenza dello stesso. Questo è ciò che ho imparato dai sacri testi e che sarebbe bene rientrasse tra gli argomenti considerati in un dibattito attuale, in cui non tutte le voci dicono la cosa giusta.

Non ritorno, per far presto, sul Mezzogiorno. Ho già detto quali sono i punti sui quali intendiamo lavorare. Voglio solo dire, perché è giusto che lo dica io che sono appena arrivato, che potrei tranquillamente scaricare su chi mi ha preceduto funzioni e disfunzioni, che è profondamente ingiusto continuare a dire che i patti territoriali e questa complessa macchina che la legge finanziaria di tre anni fa creò, sono fermi, che non accade nulla, che c'è una burocrazia che ha soffocato tutto quanto nella polvere. Non è così. Questa macchina si è messa in moto. Le erogazioni stanno procedendo a ritmi crescenti di settimana in settimana. È sbagliato pensare che questo sia l'unico strumento per intervenire nel Mezzogiorno, ma anche che debba essere eliminato e che tutto debba essere o incentivo fiscale o agevolazione fiscale. I luoghi del Mezzogiorno hanno bisogno di tessuto civile e sociale. I patti territoriali sono stati un meritorio strumento che serve a formare attorno allo strumento finanziario un tessuto di responsabilità locale.

Ho avuto la ventura, appena arrivato e pieno di diffidenze per questa macchina (la mia prima reazione fu, e lo dissi proprio qui in Senato, che sembrava che questo percorso l'avesse inventato Thoeni per far vincere solo Tomba, e di sicuro che chi aveva scritto quel comma 203, che ancora ricordo come il &laqno;Via col vento» della legislazione italiana, potesse essere più sintetico; ma avendo detto questo è anche vero che l'intuizione era e rimane giusta), di parlare con rappresentanti di enti locali e di province meridionali, non riuniti da me, ma in sede CNEL, per un dibattito riservato sui patti territoriali. Appartenevano alle diverse parti politiche, da Alleanza Nazionale a Forza Italia, dai Democratici di Sinistra-L'Ulivo ai Popolari, ed il loro giudizio era unanime su fatto che si trattava di uno strumento che aveva già operato molto bene e che serviva a realizzare ciò di cui il Mezzogiorno aveva bisogno, ossia creare una responsabile dirigenza locale. Stiamo attenti: ci sono delle operazioni che sono di medio periodo. Un Parlamento che ha davanti il compito immane di eliminare barriere storiche allo sviluppo non si comporti come l'azionista della società finanziaria americana che vuole ogni tre mesi il ritorno finanziario; si rivolga per questo ad un Hedge fund e faccia soldi sul mercato finanziario, ma queste sono azioni per le quali c'è bisogno di sprone, c'è bisogno di evitare continuativamente che i ritardi ci siano, ma le azioni che producono effetti nel medio periodo sono azioni di medio periodo. È inutile che in questo paese si parli e si riparli di stabilità e di bisogno di stabilità: la stabilità non serve a tenere un signore per cinque anni a Palazzo Chigi, serve per dare all'azione di Governo lo sviluppo di cui ha bisogno per non essere più congiunturale e l'azione non congiunturale è un'azione che chiede tempo ed esige leale collaborazione da parte di tutti.

Le politiche sociali ci pongono domande inquietanti rispetto a ciò che abbiamo messo nel passato, ciò che abbiamo costruito nel passato e le esclusioni che il nuovo tempo genera e i modi in cui si può rimediare alle esclusioni. Ripeto: non si può favorire una crescente competitività del sistema se contestualmente non si adatta la rete delle protezioni sociali alle esclusioni che la maggiore competitività genera. E questo pone tutta una serie di domande.

Io non trovo affatto casuale che questa società del futuro che è già cominciato sia una società nella quale la capacità di rendere servizi alla persona è una capacità sempre più cruciale: capacità di rendere servizi alla donna giovane perché non sia esclusa prima ancora di aver cominciato, perché in assenza di servizi è fuori dal mercato del lavoro e fuori dalla vita civile; capacità di rendere servizi all'anziano, che a volte si trova ad essere tale in ragione di processi di esclusione in età molto più ravvicinata di quella della vecchiaia che rende non autosufficienti.

Come si fronteggia, oltre che la disoccupazione, la occupazione instabile nel tempo che genera vite nelle quali i cicli di reddito sono fluttuanti, costringendo persone di reddito medio-basso a vivere delle stagioni nelle quali il reddito scende sotto il livello necessario a far fronte agli impegni che in ogni vita umana si è costretti a fronteggiare? Quali sono le diseguaglianze che abbiamo curato quarant'anni fa e quali sono le diseguaglianze che si formano oggi? Questo è il vero tema che abbiamo davanti. È un tema che non si sovrappone e non ha nulla a che fare con l'analisi di questo o quel settore di spesa sociale per verificare se i conti sono o non sono in equilibrio. Qui l'equilibrio dei conti non c'entra. Io considero quella per la formazione spesa sociale; non considero che quello che spendiamo per la formazione sia fuori di controllo; considero ciò che spendiamo per la formazione meritevole di profondi cambiamenti perché lo spendiamo male.

Ci sono problemi diversi, alcuni attengono alla sostenibilità della spesa, altri attengono all'equità della spesa. La revisione di cui abbiamo bisogno per l'insieme della spesa sociale è una revisione che attiene all'equità. Sono intollerabili iniquità finanziate dal sistema, sono intollerabili iniquità che questo tipo di finanziamento lascia fuori di sé e lascia sopravvivere nella società.

Ecco, nel suo insieme (politiche di sviluppo, politiche sociali) questo è un grande compito, ed è un grande compito di questo Parlamento tutto che ha davanti a sé una stagione di riforme che un giorno, se ci riusciremo, potrà essere ricordata come quella che in tutto il mondo occidentale, in modi diversi, dette vita al ciclo in cui ancora ci troviamo. Le grandi riforme degli anni '30 che dettero vita alle economie miste hanno retto per oltre cinquant'anni. Stiamo uscendo da quel ciclo e abbiamo bisogno di un impianto riformatore come quello di quel ciclo. Naturalmente, se questo è un compito di tutto il Parlamento, in particolare è la missione del Governo e della maggioranza, che hanno la responsabilità del paese in questi anni cruciali.

Se mi è permesso, vorrei aggiungere che questa è una grande palestra per il riformismo, per riaffermare i grandi fini e i grandi valori che il riformismo ha contribuito a realizzare in passato, ma rinnovandone i mezzi e gli strumenti in un mondo in cui ciò che non serve più non sono i valori del riformismo ma gli strumenti con i quali ha rimediato ai malli di un'altra epoca. Devo dire, se posso fare una nota personale, che questa è la ragione per la quale io mi trovo qui a questo tavolo; l'unica ragione che mi ha spinto ad esserci, non ne ho altre.

Non sono un tecnocrate e mi offendo se qualcuno mi considera tale. Ritengo che essere padroni di alcuni strumenti tecnici serva &laqno;a campare» e a &laqno;far campare» gli altri, ma capisco quale significato spregiativo ci sia nel &laqno;crate». Sono qui per cercare di praticare riformismo; il giorno in cui dovessi accorgermi che ciò non è possibile, avendo già fatto una lunga carriera, felice o infelice che sia, posso tranquillamente cercare di fare riformismo in altro modo. Però questo è il punto, questa è la missione; cerchiamo di essere all'altezza di tale missione e altro per noi non dovrebbe contare.






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