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Intervento del Sen. Giuliano Amato all'Assemblea Annuale di «LibertàEguale» Orvieto, Palazzo dei Congressi 30 giugno / 1° luglio 2001 E' da quando siamo giovani che Michele ed io tendiamo a pensare le stesse cose. Lui, però, mi scoraggia perché conclude sempre dicendo: "Non so come uscirne!". Questo è il tuo Montezuma, Michele! Noi dobbiamo uscirne. Ma è giusto avere i termini del problema come termini di un problema in cui, in realtà, tante cose si legano. Tante cose che ora abbiamo cominciato a dirci e che abbiamo bisogno proprio di chiarire. Io sono stato tra quelli che -- più di altri, in queste settimane -- hanno sottolineato il valore di una maggiore unità, rispetto alla frammentazione con cui il centro-sinistra e l'Ulivo si sono presentati agli elettori, vedendo in questa frammentazione una ragione di debolezza. Credo che, a questo punto, siamo tutti d'accordo su questo. Infatti, l'idea che debbano esserci nell'Ulivo dei processi unificanti, che possano preludere -- e io ne sono desideroso -- ad una unificazione complessiva…. Parentesi: infondo, ha ragione tanto chi dice che la sinistra è ridotta al 20-25%, quanto chi nota che oggi c'è un centro-sinistra che vale tra il 40 e il 45%. Quindi un processo di trasformazione è intervenuto; che poi, in poche parole, si esprime in questi elementarissimi termini. Una volta c'erano coalizioni di centro-sinistra che, in qualche modo, attraversavano un confine. Ora il confine si è spostato al di là della coalizione di centro-sinistra e la divide dal centro-destra. Questo è un cambiamento importante che è intervenuto. Io continuo ad avere il mio orgoglio, il senso delle mie tradizioni, il senso di ciò che è stato il mio passato, il senso di ciò che è stato il passato della sinistra e, quindi, mi pongo il problema del ruolo della sinistra in questa coalizione. Cerchiamo di avere chiaro questo. Qui c'è a volte la paura -- che è un po' interna ai DS -- che chi sostiene il senso della sinistra possa essere perciò stesso nemico dell'Ulivo in quanto tale. Se si toglie questo dilemma, che non deve essere tale, per me non può esistere un Ulivo, neanche unificato, se al suo interno non si è rafforzata -- portando e aggiornando le sue tradizioni e i suoi valori culturali -- la sinistra. Questo deve essere ben chiaro; e non vorrei che il Congresso DS creasse un dilemma che, in fondo, arrivi a sacrificare uno di questi due elementi. Il valore di una maggiore unità è il valore che porta verso una possibile unificazione complessiva. E' stato solo un fatto di immagine? Questa è la domanda successiva che ci dobbiamo fare, ponendo insieme le elaborazioni che abbiamo cominciato a scambiarci sulle politiche che dovremo seguire. E' stato solo un fatto di immagine, per cui quando parlano sette segretari, anziché un solo Berlusconi, già per questo sono perdenti? Oppure c'è stato -- al di là di questo -- qualcosa che ha investito la sostanza delle nostre stesse politiche, in questi cinque anni, che ha finito per rendere incerto, non percepibile, non sufficientemente rassicurante il messaggio politico che noi eravamo in grado di costruire? Sono vere entrambe le cose. La frammentazione ha giocato contro di noi in termini di immagine peggiore, oscura, sempre sfocata. Queste sono cose che contano nella società della comunicazione: per il centro-destra parla un signore; per il centro-sinistra il lettore del telegiornale deve correre velocissimamente, nei secondi assegnati, per infilarsi dentro una dichiarazione di Castagnetti, una di Diliberto, una di D'Alema o di Veltroni, una di Boselli e una di Mastella. Alla fine, chi ascolta si ricorda solo quello che ha detto Berlusconi. Secondo me, già questa sarebbe una ragione sufficiente per dire: "Ragazzi, diamoci una regolata". Ma c'è stata e c'è anche una ragione di sostanza. Molte volte i nostri messaggi erano sfocati perché dentro di noi c'erano e sono rimaste incertezze sul come trattare questa società che cambia, rispetto alla quale non abbiamo identificato necessariamente una bussola; e proprio -- se volete -- nei termini che dobbiamo rendere conciliabili di libertà e sicurezza. Non siamo riusciti a dare il senso della libertà necessaria a coloro che di libertà sentivano soprattutto bisogno; non abbiamo dato il senso delle necessarie sicurezze a coloro -- e a volte erano gli stessi -- che per essere liberi avevano ed hanno bisogno anche di sicurezze. Non abbiamo dato il senso che libertà è libertà di tutti e non libertà di alcuni; che stare con la libertà è essere contro il potere di coloro che volendo la libertà per pochi la trasformano in potere. Queste sono nozioni fondamentali di una società democratica, con le quali, però, noi non abbiamo maturato la necessaria dimestichezza. Ha perfettamente ragione Andrea Ranieri: lottare oggi, in nome delle caratteristiche di lavoro autonomo di buona parte del lavoro dipendente, significa andarsi a scontrare con un potere organizzativo arretrato, molto più di quanto si sia fatto in passato su altre frontiere della lotta di fabbrica, come la chiamavamo una volta. Non abbiamo acquisito una sufficiente dimestichezza con tutto questo. E -- devo dire -- questo è un problema generale che non riguarda solo noi, sinistra; riguarda tutto l'Ulivo nel suo insieme. Ma voglio riferirmi ad alcune vicende specifiche del nostro quinquennio di governo che dimostrano la nostra incertezza. Che era dentro di noi ed era fatta di posizioni diverse che non hanno trovato una chiara composizione ed una nuova linea attraverso la quale esprimersi. Pensate -- per rimanere al tema che trattiamo di più -- alla non soluzione a cui siamo giunti sul "popolo del 12%", sui collaboratori coordinati e continuativi; che sono il simbolo -- se volete -- di questo nuovo lavoratore che riesce ad essere indipendente anche quando lavora per periodi di tempo limitato, in forme contrattuali di lavoro dipendente. Non glie l'abbiamo data, una soluzione. Perché siamo rimasti impiccati su un dilemma non chiarito: se dovevamo portare quel benedetto 12% a un 23% parasubordinato INPS; o se dovevamo magari aumentare la contribuzione, ma a beneficio di conti individuali di sicurezza sociale, che -- secondo molti di noi -- era il modo appropriato di dare insieme sicurezza e libertà a questo lavoratore. Siamo rimasti impiccati in questa alternativa. Perché per alcuni di noi era essenziale, per proteggerli, assimilarli ai lavoratori dipendenti. Ricordiamocelo. Per altri di noi, bisognava imboccare la strada di una nuova forma di tutela che fosse consona con le loro caratteristiche: le loro caratteristiche sono quelle di un lavoratore che ha bisogno di una rete di sicurezza, ma questa rete di sicurezza la deve trovare mantenendo la sua libertà di scelta e le sue caratteristiche di lavoratore professionalizzato. Io ero schierato per questa seconda soluzione, che, poi, era fortemente sostenuta da Paolo Onofri. Non siamo riusciti a farla prevalere. A quel punto, questi lavoratori, che cosa potevano pensare? Che da noi non riusciva a venir fuori niente! Qui c'è uno spunto enorme di riflessione da fare, in queste settimane e in questi mesi. Le cose concrete si riportano ai grandi principi. L'assimilazione a un 23% da parasubordinato è di sinistra? Provate a dirla così. Eppure ci sarà qualcuno che questo lo sosterrà. Eppure si dirà che il conto individuale non è di sinistra. E' qui che bisogna avere coraggio e chiarezza. Non è più di sinistra, è più coerente con le esigenze di conservatrice tutela da parte del sindacato. Di questo si tratta, non di una cosa di sinistra. E' una pigrizia di forma di rappresentanza sindacale che porta a preferire questo perché, se tutto è nell'INPS con le stesse formule, nulla deve cambiare per poter acquisire rappresentati. E invece no. La rappresentanza si acquisisce inseguendo la realtà, non costringendo la realtà negli schemi che avevamo creato quando essa era diversa. Per me questo è uno dei crinali sui quali si gioca la nostra capacità di essere sinistra. Io ho partecipato, come tutti noi, ad una serie infinita di convegni e di seminari, organizzati da due sinistre. Giusto per mettere i puntini sugli "i" e per prendere le distanze dalla destra. Non ce n'è uno, di questi convegni che hanno a che fare col lavoro, col welfare, che non parta da Amartya Sen. Allora, o Amartya Sen lo si prende sul serio, oppure serve soltanto per dire: "Loro citano Berlusconi, noi citiamo Amartya Sen!". Ma non può essere questa, l'unica differenza. Amartya Sen parla di libertà attuali, come bisogno al quale dobbiamo attrezzarci a dare una risposta. E, ovviamente, dice che vi sono milioni e milioni di persone le cui libertà dipendono dalla esistenza di sicurezze -- Michele, qui ci si va a sbattere! -- in assenza delle quali sono le persone più insicure del mondo. Perché è evidente che, se io non ho alcuna certezza (sono le cose del secolo scorso, in ordine al modo in cui potrò affrontare la malattia) e dovrò affrontare il mutuo che ho contratto -- che è quindicennale -- avendo dei lavori temporanei, io vivrò una vita assolutamente ansiosa. Sono schiavo di incertezze, e quindi sono persona non libera. La nostra conversione culturale deve avvenire, perciò, su due fronti: nel riconoscere la libertà attuale come scopo che gli esseri umani assegnano a se stessi; nel congegnare le reti di sicurezza in modo compatibile con la libertà attuale e non in modo burocratico-protezionistico. Questo è il tema. Che è poi il tema della riforma del welfare. Che è il tema che porta a combinare, nella riforma del welfare, pubblico e privato in modo tale da garantire comunque ciò che deve essere garantito e da dare, al di sopra di questo, libertà di scelta che ci deve essere. E' qui che abbiamo avuto i nostri problemi su un altro tema. Quello della previdenza integrativa, sul quale non siamo riusciti ad arrivare in porto. Io continuo a ritenere che le maggiori responsabilità di questo siano dovute ad una Confindustria che ha ritenuto che il negoziato sulla previdenza integrativa dovesse essere un capitolo di un più ampio negoziato, avente ad oggetto flessibilità e organizzazione e lotta al sommerso. Erano due cose completamente diverse. Il valore che aveva ed ha un buon sistema di previdenza integrativa, per la stessa stabilità del mercato finanziario, è un valore che la Confindustria avrebbe dovuto condividere di per sé, senza andarlo ad agganciare a qualcos'altro. E, tuttavia, se avessimo avuto unanimità e certezze sufficienti fra di noi, avremmo potuto andare avanti ed imporre, non con la forza ma con la forza della ragione, la soluzione che ritenevamo giusta. Ma qui ci siamo impiccati noi stessi, nel rapporto fra fondi chiusi e fondi aperti; nel fatto che -- per ragioni che riguardano ancora piuttosto la tutela di organizzazioni rappresentative, non necessariamente dei lavoratori, ma anche di piccole imprese di artigiani, ecc. -- noi siamo rimasti con i nostri dissensi interni e non abbiamo mai sviluppato quel regime a cinquemila giri di una proposta forte che, in quanto forte e fortemente sostenuta, riesce a prevalere sulle più deboli ragioni altrui. Questo è un altro capitolo importante che si innesta in un futuro nel quale, appunto, noi potremmo e dovremmo far coincidere flessibilità di tutele con la sicurezza delle tutele. E l'impianto misto previdenza obbligatoria-previdenza integrativa ha proprio questa capacità: di fornire sicurezza, ma con flessibilità che offrono possibilità di scelta agli ordini professionali. Quando ero al Governo, riuscii a stare 48 ore sui giornali perché abbandonai a Palazzo Chigi una riunione con i rappresentanti degli ordini, alzandomi e dicendo loro: "Vado a una riunione con i sindacati dei ferrovieri. Loro sono gente ragionevole!". La cosa apparve sacrilega ma, in quel momento, era assolutamente fondata. Qui è stato il classico caso in cui non abbiamo avuto il coraggio di far valere la libertà contro il potere, contro un potere corporativo. Ed era un caso fondamentale per aggregare consenso. Consenso sconosciuto: questo era il suo difetto. Perché il dissenso che provocavamo negli ordini professionali era conosciuto; mentre il consenso che avremmo avuto dietro di noi, tenendo una posizione dura, era sconosciuto. E' un'altra battaglia sulla quale, comunque, siamo stati incerti. Se ne potrebbero citare altre. Basta pensare al capitolo infrastrutture; a come il nostro essere divisi ha fatto sì che si presentassero in forme, a volte radicali, posizioni giuste che però si ponevano in modo non componibile con altre esigenze che pure era necessario tutelare. Io ho vissuto gli ultimi mesi di Governo sotto i riflettori, in un continuo tormentone legato alla variante di valico, agli interventi per Venezia. Poi c'è stato il capitolo finale del "Rex" felliniano, del ponte sullo Stretto di Messina, ecc. Tutti capitoni nei quali, anche se alla fine riesci ad arrivare ad una qualche soluzione, generi netta la sensazione che noi eravamo divisi. Eravamo divisi perché eravamo troppi e perché tra noi troppi c'erano troppe differenze di idee non chiarite. Per questo, oggi, è tempo di avviare un processo unificante che sia di formule organizzative e che sia di idee. Ed è tempo di imporre a noi stessi coerenza. La coerenza di chi non può non aver capito che il nostro tempo è un tempo non di libertà promesse ma di libertà da realizzare oggi. Che il sogno che noi dobbiamo saper mantenere -- perché questo, secondo me è parte del nostro essere sinistra -- è un sogno che si realizza nella vita di domani, non nella generazione futura. E' molto bello quando una generazione soffre attraverso un lavoro difficile, attraverso un lavoro mal pagato, pensando che tutto questo servirà a consentire ai figli di avere un avvenire migliore. Ma non possiamo pretendere che questo serva per gli italiani di oggi. Vale per chi viene da altri paesi, per chi viene da un'effettiva povertà. Gli italiani di oggi ci chiedono di potersi realizzare un po' nel presente. Ce lo chiedono donne, ce lo chiedono ragazzi e ragazze, ce lo chiedono anziani timorosi di una vecchiaia che li umili come persone e che li renda -- come dice spesso Veronesi -- dei pacchi in deposito, in attesa dell'ultima destinazione. Anche nella terza età si sente ormai il diritto di vivere e di vivere il meglio possibile, fino alla fine. Noi di questo ci dobbiamo preoccupare, aprirci a quest'idea, pensare che è questo il modo di realizzare la nostra missione. La nostra antica missione di sinistra. C'è un bellissimo libro -- che spero venga tradotto presto -- di Nicholas Barr della London School of Economics, sul futuro del welfare, il quale sostiene con meravigliosa tranquillità -- evidentemente non ha mai frequentato le nostre divisioni e quindi non sente il problema se sta dando torto o ragione a qualcuno dei nostri -- che il welfare non può non avere due funzioni: una, fondamentalmente ridistributiva, a beneficio di chi non ha; e l'altra, assicurativa di rischi, a beneficio di chi è ascritto anche al ceto medio e che, tuttavia, deve vivere una vita talmente piena di rischi che bisogna pensare anche alle sue sicurezze. Sostiene che queste due funzioni sono incancellabili, sono entrambe compresenti e ad esse non può assolvere il mercato da solo. Dimostra analiticamente che attraverso forme esclusive di assicurazione privata non ci si arriva e che le forme miste sono le migliori. Questo è tranquillamente di sinistra, nel Regno Unito, appartiene al partito di Blair, al quale appartengono molte persone, nel Regno Unito. Praticamente tutto il centro-sinistra appartiene al partito di Blair. Per Bacco, che bella cosa! penso io. Che bella cosa! Potremo mai arrivare ad una cosa del genere? Passo rapidamente alle altre questioni. Abbiamo ancora da chiarirci dei problemi sul modo di gestire il futuro. Possiamo permetterci di mantenere divisioni legate soltanto ai problemi del passato? Come possiamo arrivare alla necessaria convergenza sui problemi del futuro, se ancora siamo sommersi dal sottobosco dei problemi del passato? Questo è ciò che io trovo, francamente, ormai senza senso. Il passato lo abbiamo vissuto, ci ha diviso, ci ha creato mille problemi: non sono più i problemi del nostro tempo. Dobbiamo riuscire a emergere nel ventunesimo secolo, e quindi, per questo, dobbiamo creare dei contenitori politici nei quali sia possibile comporre diversità che siano autenticamente politiche.
Roberto Villetti - in una chiacchierata simile a questa che abbiamo fatto sulla piazza di Torino - diceva: "Se facciamo questo, può diventare omologazione". Lo forzo un po', perché Roberto è assolutamente loico, è il re del distinguo. Se sono sottile io, lui è proprio un chip; quindi, qualunque semplificazione di quello che dice è una semplificazione. Ma non esiste al mondo una grande forza di sinistra o di centro-sinistra che, per il fatto di essere grande, ha tutte persone che pensano allo stesso modo. Anche questo ci dobbiamo mettere nella testa: il fatto di volere unità ed unificazione, non vuol dire volere clonazione. Più grande è un partito, più ospita posizioni che debbono essere diverse perché debbono riflettere sensibilità anche diverse di quei tanti elettori che un grande partito può aspirare a rappresentare. E' la responsabilità di essere un partito. E' la responsabilità che, a quel punto, ciascuno assume rispetto all'unico partito di cui fa parte e non rispetto all'esigenza -- che può diventare prevalente nella frammentazione -- di dover tutelare comunque lo specifico. Che è diventato anche organizzazione, che è diventato gruppo parlamentare, che è diventato sede di partito, che è diventata fringe benefits che ciascuna inefficiente, piccola organizzazione ha moltiplicati rispetto a chi, invece, gode di economia di scala. Ma clonazione no. La clonazione non è un pericolo. La domanda è (questa ce la dobbiamo porre): si corre il rischio di essere clonati dagli ex comunisti? Chi guarda al vostro Congresso, ha netta la sensazione che sia l'ultimo dei pericoli che correte, quelli di voi che sono DS. Andate a caccia di mozioni con una gioia pluralista che supera quella che avevamo nel PSI, dove alla fin fine....
Qualcuno dice: "C'è il rischio di essere clonati da D'Alema". Io non so se è così. E questo dipende da tutti quelli di voi che sono DS. Io non posso affrontare questo problema, non posso proprio affrontarlo io. Ma è evidente che in un partito -- come è ancora il partito dei Democratici di Sinistra -- sarà ben possibile che si creino gli equilibri necessari perché ciascuno faccia la sua parte e nessuno debordi, visto che da D'Alema si teme questo: che debordi. D'Alema effettivamente ha una personalità che a volte sembra inversamente proporzionale alle idee. Esistono dati di personalità che sono quelli che sono. Però, io ve lo devo dire con sincerità, quello che penso. Essendo io esterno ai DS, lo considero una delle teste migliori che il post comunismo abbia prodotto; che esprime lucidamente esigenze; che nella sua vicenda di governo ha anche perso alcune battaglie sulle quali si era messo dalla parte che io considero giusta, non dalla parte sbagliata. La parte che andava in direzione di quella libertà circondata da sicurezze delle quali parlavo; e che poi ha preso atto di una situazione complessiva. Non riesco a immaginare che, per fare un congresso su posizioni che possano risultare condivise, si debba ipotizzare che è comunque contro questo dirigente. Io penso che nessuno possa dominare un partito, oggi, che ciascuno debba assolvere ad un ruolo, ma senza posizioni di dominio. Proprio perché, andando verso un allargamento, è importante che gli spazi ci siano. Però, io ravviso forte un pericolo, questo lo dico. Non ho nessuna particolare ragione per schierarmi né in un modo né nell'altro. Anzi, sono preoccupato che dopo ci sia un approdo che possa essere aperto. Sono preoccupato che all'interno dei DS possano prevalere -- come a volte può accadere in un congresso -- dei motivi di orgoglio di partito che poi diventano preclusivi di una intesa solidale con altri. Però, lo ho già segnalato più volte, mi metterebbe a disagio se vedessi posizioni politiche che risultano nella sostanza condivise e che hanno un impossibilità di essere condivise perché un personaggio come D'Alema dice: "La penso anch'io così". Bisogna uscirne, Michele. Scusate se parlo con una brutalità che mi è consentita solo dal fatto che io, non appartenendo ai DS, non ho esigenze tattiche precongressuali, che altri possono avere. Ma il solo fatto di pensare che si possa arrivare a dire: "Benissimo, Fassino fa una mozione. Vedremo qual è e se i suoi contenuti mi convincono, posso ipotizzare o di firmarla o di trovare un'intesa in sede congressuale con questa mozione"; che tutto questo sia possibile o impossibile a seconda che D'Alema dica: "La firmo anch'io"; questo va al di là di ciò che io riesca politicamente a capire. D'Alema ha la propensione ad allargarsi: andrà bilanciato, ma non può essere cancellato. Un dirigente politico di un partito -- se le regole sono ancora regole -- viene cancellato nel momento in cui si pone su posizioni politiche che contrastano con quelle della maggioranza. Non è che viene cancellato: viene messo all'opposizione. Ma diciamo che viene cancellato dal governo attuale del partito. Per me il problema vero del Congresso DS -- questo io non posso non dirlo -- è che non si concluda come quello che ha preceduto la Cosa 2. Questo per me è importante. Io sono convinto che il processo che si è attivato in queste settimane, di tentativi di aggregazione alle periferie, tra dirigenti di partiti diversi e anche persone che non sono dirigenti di partito, possa avere un suo successo, possa rispondere a questo bisogno di rapporto diretto con la politica che è poi il cuore vero dello spirito dell'Ulivo. E possa assolvere ad una funzione anche di lobby in direzione delle dirigenze di partito, a partire dalla dirigenza dei DS. Però, è chiaro che questo processo non è il processo di svolgimento congressuale diessino, è un processo che accompagna questo Congresso e che è destinato ad un approdo che è successivo. Perché questo approdo ci sia, occorre che il Congresso sia aperto, che non si concluda in modo conchiuso, che non dica: questo è il partito pronto ad allargarsi a chiunque voglia essere in esso cooptato. Ecco, io questa cooptazione la rifiuterei: lo dico con assoluta chiarezza. Il cambiamento sarebbe troppo limitato, sarebbe una sorta di déja-vu di tre anni fa. Si può essere ex comunisti ed ex socialisti e si può, a pari buon titolo, partecipare alla esperienza riformista del futuro. Questo fu detto proprio da D'Alema. E' una delle ragioni per cui ho imparato a stimarlo. Io sono rimasto legato a questa formula. Ma, allora, si è tutti ex. E se si è tutti ex si ricostituisce insieme qualche cosa. Una parola sulla questione del rapporto complessivo con l'Ulivo. Oggi, persone come me, sono attentissime a ricomporre la sinistra, perché credo che questi ideali di fondo sono ideali profondamente nostri e, comunque, non sono perseguibili senza di noi, senza il nostro apporto, senza anche l'apporto delle reti organizzative di cui noi disponiamo, che sono "società che sta insieme", società che vive questa fase di individualismo in termini non esasperatamente egoistici, ma in termini associati, in termini solidali, in termini collettivi: che è un dato fondamentale. Ma voglio che abbia un senso per il futuro quello che dicevamo all'inizio: che alla fin fine c'è un centro-sinistra che sta tra il 40 e il 45%. Le sue diversità attuali, però, pesano. Io farò -- come parte fondamentale del compito che mi trovo addosso nel Partito Socialista Europeo -- tutto quello che potrò perché quel partito allarghi i suoi orizzonti, in modo tale da rendersi capace di rappresentare il riformismo di centro-sinistra europeo, che non è necessariamente socialista. Però, occorrerà che uno sforzo parallelo venga fatto, su un piano interno e nazionale, perché, appunto, si arrivi alla capacità di riconoscerci tutti in quella sede. E qui, oggi, la nostra utilità marginale è elevatissima. Perché, se è vero che ormai si fa politica più in Europa che in Italia, non si può prescindere dalla sinistra del centro-sinistra se si vuole avere un canale forte di comunicazione con l'Europa. Questo, anche, ce lo dobbiamo ricordare. Non dobbiamo nascondere questa appartenenza socialista, non dobbiamo cedere a chi dice: "Ma questa è roba vecchia". Dove sta scritto che è roba vecchia, se la maggioranza dei cittadini europei, oggi, vota socialista? Come si fa a dire che è roba vecchia, se i governi europei attuali sono, per larghissima parte, socialisti? Questa è una componente che dobbiamo mantenere ferma, forte e importante. Però, è vero che i riformismi sono tra loro legati. E' vero che è storia tutto ciò che risale al Partito Socialista Italiano fondato nel 1892, ma è anche storia, e storia del riformismo italiano, quella del riformismo cattolico democratico. E ne fanno parte anche il riformismo laico democratico, e quella componente ambientalista che si è collegata ora all'una ora all'altra dei queste grandi famiglie. Quindi, potremo fare un lavoro che ci porterà alla fine del processo verso una crescente integrazione della intera coalizione. Me ora, secondo me, è il tempo di lavorare proprio sulle idee. Per questo la nostra associazione, quali che siano le appartenenze partitiche che esprime, ha un grande significato, oggi. Perché, infondo, è nata per discutere idee, per riproporre idee. Sotto la frammentazione del centro-sinistra c'è un insieme di piani non ancora risolti tra passato, presente e futuro. Ci sono le ragioni delle nostre incertezze passate e ci sono ragioni delle nostre difficoltà nel rappresentare il futuro. Io mi auguro che il Congresso DS si occupi soprattutto di questo e che costringa le persone, bon gré mal gré, a riconoscersi nelle idee, evitando un male che io ho vissuto nel partito socialista di inventare idee per tenere divise le persone.
(Il testo di questo intervento è disponibile anche presso il sito web di LibertàEguale, insieme a quello degli altri interventi all'Assemblea annuale dell'Associazione) top |
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