LA TUTELA DELLA CONCORRENZA:
regole, istituzioni e rapporti internazionali

Intervento conclusivo del Presidente dell'Antitrust Giuliano Amato al Convegno internazionale svoltosi a Roma nel 1995




Ho il compito non facile di concludere l'intero convegno. E sono lieto di farlo, anche se è difficile perché è stato un bellissimo seminario che ha aperto molti orizzonti. Permettetemi in primo luogo di ringraziare il Ministero dei Beni Culturali che ci ha ospitato in questa splendida sala e nei locali attigui; il Direttore professor Serio, che ha anche ritardato l'inizio di una manifestazione in queste sale, caricando di lavoro straordinario per i prossimi giorni i suoi collaboratori, allo scopo di lasciare a noi l'intero piano. Così come siamo grati a tutti coloro che hanno lavorato con intensità, il personale dell'Autorità e gli altri che hanno collaborato con noi così bene, credo che tutti ne siamo soddisfatti.

Ma permettetemi soprattutto di ringraziare tutti voi per questa così assidua e intensa presenza ai lavori del seminario, per noi questa rimarrà la più grande e forse inaspettata delle soddisfazioni. L'importanza che sta acquistando l'Antitrust è, in fondo, dimostrata dal fatto che per due giornate intere tante persone sono state qui a riempire tante sedie in una sala così grande. Ho detto più volte che in Italia fare concorrenza, fare cultura e istituzioni della concorrenza è essere missionari in una terra di infedeli; oggi, essendo io il capo della missione, potrò telegrafare a Sua Santità della concorrenza che la missione sta crescendo e si sta irrobustendo.

Questo lavoro si conclude; spero almeno che sotto le volte di questo ex convento gli italiani abbiano sentito vibrare in queste due giornate di lavoro i segni perduranti di una grande visione, di un grande impegno che è presente nel mondo da anni, che non si è mai interrotto e che continua. E' l'impegno che ha portato tanti esseri umani di buona volontà a cercare di sconfiggere con fatica, ma con costanza, le barriere pubbliche e le barriere private che si sono frapposte e si frappongono alla libertà di produzione, alla libertà dei commerci, che subordinano costi e prezzi a interessi particolari, facendo pagare ai consumatori e alla collettività prezzi che non hanno giustificazione economica e che contrastano profondamente con il benessere collettivo. Una visione che ha portato già risultati positivi e grandi cambiamenti in tante parti del mondo, e che è del resto quella che ispirò i padri della Comunità Europea quando seppero antivedere gli sviluppi futuri di un'economia integrata in un'Europa nella quale ancora erano vivi i segni della guerra tra gli europei; in un'Europa nella quale ancora tra paese e paese europeo era ritenuto naturale l'uso delle armi per risolvere le dispute che ci dividevano. Vi furono degli esseri umani che in quegli anni capirono che vi era una tendenza che era nelle cose della storia, e in primo luogo dell'economia, che avrebbe potuto portare verso l'integrazione e verso un benessere collettivo fondato sulla libertà degli scambi e sul superamento delle barriere sia nazionali, sia derivanti da monopolio pubblico o privato.

Non che mancassero gli interessi nazionali allora, anzi, chi conosce la storia d'Europa sa benissimo che l'Europa cominciò grazie anche agli interessi nazionali, che certo non furono estranei né a Monnet né agli altri quando pensarono al rapporto tra l'acciaio tedesco e la produzione francese, per esempio. Tuttavia la grandezza di quella generazione fu di saper innestare la tutela di questi interessi nazionali in un disegno che andava molto al di là e di cui pian piano abbiamo visto gli effetti.

Questo disegno è ancora vivo e la nostra generazione ha la responsabilità di completarlo e di portarlo avanti in Europa e al di là dell'Europa. Sono con noi qui i rappresentanti della concorrenza nei paesi dell'Est europeo che sono stati estraniati per alcuni decenni da questo processo ma che ora tornano ad agganciarlo; anche loro hanno interessi nazionali. Pensate a questo dilemma che mi spiegava il collega russo, di un’ex Unione Sovietica che è come poche parti del mondo attraversata da rischi di disgregazione, da interessi nazionali virulenti. Ma allo stesso tempo la CSI ha lasciato in vita, tra le altre, una funzione comune, che è la tutela della concorrenza della quale egli è responsabile.

Ciò significa che questa visione non si è perduta, anzi, si sta diffondendo, e vi è questa fiducia nella capacità degli scambi, della libertà sul mercato di addolcire, smussare i conflitti che da altre fonti vengono scaraventati sulla scena dei rapporti fra le comunità nazionali. Non pensiamo di vivere in un mondo nel quale, avendo perso le grandi ideologie del XX secolo, siamo ormai senza bussole. La bussola c'è, la visione c'è ancora per gli uomini e per le donne di buona volontà, c'è un gigantesco lavoro che ancora può essere compiuto in nome di ideali che hanno segnato positivamente la storia dei decenni trascorsi.

Questo è quanto io colgo dal discorso che abbiamo svolto insieme, da questa meravigliosa gemmazione a livelli sempre più alti dell’influenza delle regole della concorrenza che sono regole di efficienza ma, non dimentichiamo, sono anche regole di libertà e di eguaglianza. Mi permetta un economista di ricordare che il senatore Sherman non sapeva quasi nulla di economia, ma aveva ben colto il valore di libertà e di eguaglianza rispetto al potere privato che un mercato concorrenziale è ed era in grado di garantire, oltre, naturalmente, al benessere collettivo e all'efficienza. Ieri ci è stato ricordato qual è il prezzo che pagano tutti per distorsioni e limitazioni alla concorrenza che consentono prezzi ben superiori ai costi o che consentono di mantenere costi figli di inefficienza e di distorsioni e non di un’effettiva necessità produttiva.

Tutto questo diffonde tasse occulte sulla collettività e, come ricordava bene Ordoñez, tutto questo attenta al valore reale, alla capacità di acquisto reale, soprattutto di chi ne ha poca, più ancora di quanto possa essere una tassa fatta esplicitamente dallo stato, anzi, peggio ancora, perché almeno la tassa è trasparente, mentre questa è una tassa occulta che viene fatta pagare senza assumerne la responsabilità e senza neanche indicarne la quantificazione.

Assumerei questa come chiave di lettura dei vari passaggi del nostro lavoro con l'orgoglio di chi se ne sente partecipe; partecipe del lavoro per stabilizzare e allargare lo spazio della concorrenza in questa terra di infedeli, ma partecipe dello stesso lavoro per rafforzare le regole e le istituzioni della concorrenza in Europa, e perché gli sviluppi economici mondiali, al di là ormai del negoziato del GATT, vedano la concorrenza operare in modo armonico per la rimozione delle barriere private che impediscono quel level playing field che è essenziale per i commerci mondiali.

Parto brevemente da un ricordo di quello che abbiamo detto sul mondo e cioè da quello che ha detto giustamente Eleanor Fox, che io chiamo scherzosamente la pasionaria della globalizzazione perché mette una grande passione nel sostenere una tesi assolutamente giusta, che vorrei fosse chiara a coloro che più di me sono addetti a questa parte del lavoro comune. La prima cosa che dobbiamo riuscire a fare è armonizzare le nostre culture su alcuni punti limitati; non ha nessun senso mettersi d'accordo su una lunga lista di violazioni condivise della concorrenza se poi l'interpretazione di ciascuna delle voci di questa lunga lista che ciascun paese dà è diversa da quella di tutti gli altri.

Allora il primo sforzo è quello di un'intesa di fondo su pochissimi principi essenziali. Che cos'è accesso al mercato? quali sono le barriere che impediscono l'accesso al mercato? Si parte di qua, non si parte dalla ricerca della enforcing agency che, se è proprio necessaria, è un problema che deve venire dopo; qui, mi permetto di dirlo io e ho titolo per farlo, chiudiamo per il momento la bocca ai giuristi i quali sono portati per vocazione a cercare immediatamente l’istituzione che deve risolvere il problema, lasciamo che gli economisti si mettano d'accordo sulla natura e sulla qualità del problema. La sede più informale è quella più adatta per affrontare il problema.

Per quanto riguarda l'Europa, dovrebbe essere apparso chiaro ieri quanto ormai sia diventata problematica la distinzione tra la giurisdizione comunitaria e le giurisdizioni nazionali. Con il gusto distruttivo che caratterizza soprattutto noi italiani, appena fu approvata la legge sulla concorrenza di cui oggi celebriamo il quinto anniversario, uno dei nostri giuristi scrisse un lungo e beffardo saggio per dimostrare che era stata approvata una legge inesistente dal momento che regolava una materia inesistente qual era destinata a essere la tutela della concorrenza sul mercato italiano, dal momento che non vi era mercato italiano ma vi era ormai soltanto mercato europeo.

Era un po' troppo presto per dire questo e forse questo collega ha, come sempre, ceduto al paradosso. Noi italiani molto spesso i paradossi prima li diciamo e poi ci crediamo. Però, se si avvicina il tempo in cui questo diventa vero, vuol dire che le cose stanno funzionando, che il processo di integrazione di mercato sta intervenendo in primo luogo nell'economia, dove le imprese fornitrici di beni e servizi stanno ormai acquisendo come loro mercato non più il singolo mercato nazionale, bensì l'insieme di quello europeo. E questo è esattamente ciò per cui l'integrazione è stata fatta.

Noi molto spesso iniziamo istruttorie che poi ci portano a concludere che non vi è abuso di posizione dominante perché il mercato geografico rilevante è europeo e non nazionale. Quando accade questo, che cosa dovremmo dire alla fine? Dichiararci incompetenti e non poter raggiungere questa conclusione perché constatare che il mercato geografico rilevante è europeo significa constatare che noi non eravamo competenti all'inizio? Gli studenti di procedura civile vengono fatti impazzire su questo tema che si presenta anche ad altri riguardi, quando dipende dal merito l'accertamento della competenza.

Il sistema sta funzionando, e porta in realtà a concludere che progressivamente noi siamo destinati a essere una rete che lavora insieme, l'organo di tutela della concorrenza europeo e le autorità nazionali della concorrenza. Attenzione a non cadere nell'errore della separatezza per poter riaggiustare le cose nella nuova situazione, magari proponendo modifiche all'articolo 85.1, secondo cui restrizione della concorrenza europea diventi non quella che tocca il commercio tra gli stati, ma quella che ha dimensione europea. Stiamo attenti perché questo significa cercare di ritrovare la separatezza sul mercato integrato, il che è come darsi la zappa sui piedi, perché siamo noi che abbiamo prodotto l'integrazione, non la possiamo negare una volta che è arrivata.

Ha ragione Claus Ehlermann: egli ha avuto il coraggio di dire una cosa giusta rispetto alla Commissione nella quale ha lavorato per anni.

È sbagliato dire quanto ha detto la Commissione nel 1994 che qui siamo fuori dell'area della sussidiarietà perché siamo in un’exclusive competence della Commissione. Qui si applica la sussidiarietà e ciò significa che vi è un insieme di casi che possono venire all'attenzione ora dell'autorità europea, ora delle autorità nazionali, in genere all'attenzione delle autorità nazionali in ragione della nazionalità delle imprese più che della dimensione del mercato rilevante. E dato questo, in base alle regole della sussidiarietà la Commissione richiamerà quelle questioni che in ragione delle loro caratteristiche di volta in volta accertate è meglio vengano affrontate per ragioni di efficacia, al livello superiore europeo.

Gli stati hanno voluto la sussidiarietà, ora se la prendono in tutto il suo significato, e quando la Corte Costituzionale italiana e altre arriveranno a riflettere su che cosa significa la sussidiarietà che sembra, e in prima battuta si presenta, come una salvaguardia della sovranità statuale, ci si accorgerà che la sussidiarietà cancella la separatezza fra i due ordinamenti; finzione sulla quale abbiamo sorretto finora la diretta applicabilità dell'ordinamento comunitario nell'ordinamento interno.

Antonio La Pergola mi perdoni, ma ormai questa si presenta come un'utile finzione quando venne inventata, che mostra ormai tutta la sua non più attuale tenuta proprio davanti alla sussidiarietà. La sussidiarietà significa competenze diverse che è difficile siano di ordinamenti diversi tra di loro separati; sussidiarietà significa, come alcuni dei miei colleghi fantasiosi dicono, che siamo ormai entrati in quell'ordine post hobbesiano, in cui non si sa più esattamente quali sono le istituzioni sovrane: si sa solo che certi fasci di interessi sono regolati da istituzioni di un dato livello, altri fasci di interessi sono regolati da istituzioni di altro livello.

Naturalmente questo provoca resistenze, controtendenze, tantissime reazioni. Ma è già così, se voi leggete i classici sulla sovranità essi vi dicono che la sovranità statale ha due elementi essenziali che la caratterizzano, la moneta e la difesa. Ebbene, riflettiamo su chi è responsabile della difesa, almeno pro-quota, dei paesi tra i quali l'Italia, e chi sta per essere responsabile (in larga parte già lo è) della moneta nei paesi tra i quali l'Italia. Poi provate a rileggervi Bodin e Botero e dite se ancora quella sovranità è rimasta in piedi come era.

Fra l'altro, in termini pratici, aderire alla sussidiarietà (che è una medaglia a due facce, ha una faccia stato membro ma ha anche una faccia Comunità) significa garantire alle imprese quel one stop shop, che è poi la richiesta principale davanti al loro integrarsi su un mercato ampio e al loro trovarsi davanti autorità diverse alle quali debbono notificare la medesima operazione.

Prima o poi, inoltre, sarà difficile sfuggire all'argomento di Wolf sullo European Cartel Office. Dico subito che sono un difensore del fatto che oggi la Commissione faccia soffrire l'anima di Montesquieu. Ritengo infatti che in nome della liberalizzazione e dell’integrazione del mercato anche quell'anima possa avere qualche sofferenza. Riflettete sul processo di liberalizzazione delle telecomunicazioni: difficilmente sarebbe stato possibile con la stessa sincronica efficacia se la Commissione non avesse potuto usare, come i grandi pugili, il destro dell’articolo 90 paragrafo 3 e il sinistro dell'articolo 86 immediatamente dopo: do una direttiva che liberalizza un settore e immediatamente dopo colgo in abuso di posizione dominante l'ex monopolista.

Oggi questa tenaglia è efficace e utile, però a lungo andare può diventare pericolosa e diventa insostenibile la confusione dei poteri davanti alla domanda di trasparenza, di contraddittorio che è legittima in presenza di autorità fornite di un potere di aggiudicazione così consistente com'è quella delle autorità della concorrenza.

Non dimentichiamo che nella situazione attuale la Commissione, esattamente come noi, esercita poteri che hanno un ampio margine di discrezionalità tecnica, davanti al quale il principio del contraddittorio è ammesso nella misura in cui la Commissione ritiene di ammetterlo e le Corti poi si dichiarano competenti a sindacare soltanto l'errore manifesto. Ciò oggi è corretto, ma se il sindacato giurisdizionale può essere soltanto sull'errore manifesto, è essenziale che nella fase precedente vi sia il massimo di garanzia, di contraddittorio per le parti interessate, altrimenti viene a mancare qualcosa che è molto importante.

La soluzione, al di là delle dispute che oggi facciamo su questo argomento, dovrebbe trovarci tutti d'accordo; sta nell'ipotesi che la Conferenza intergovernativa dia un mandato perché il tema venga istruito, fornendo magari una pluralità di soluzioni.

Non vi è infatti un'unica soluzione, giacché nel momento in cui si separano la regolazione e l'aggiudicazione ci possono essere rapporti diversi tra la Commissione e l'agenzia indipendente (ad eccezione di uno, come giustamente ha detto Wolf, ad eccezione delle direttive della Commissione sull'agenzia indipendente ai fini dell’adozione di una decisione in un singolo caso, giacché sarebbe meglio che l'agenzia non avesse potere di decisione, se lo dovesse avere sotto direttiva della Commissione).

Credo comunque che su un mandato conferito dalla Conferenza intergovernativa l'accordo tra chi in fondo dice: «La voglio» e chi non dice: «Non la voglio», ma dice: «Non la voglio subito», sia un accordo possibile. È bene che per il momento ciascuno faccia la sua parte e soprattutto vi sia chi dice «La voglio», altrimenti non arriverà neanche il mandato della Conferenza intergovernativa.

Per quanto riguarda i singoli paesi è chiaro che qui è fondamentale, e lo abbiamo capito tutti, questo valore dell’indipendenza degli organi che tutelano la concorrenza nei singoli casi e che il problema è capire quali ne siano le implicazioni, le premesse e le conseguenze. Il valore dell'indipendenza è in primo luogo un valore di sostanza ed è il valore che ha portato ad affidare il compito in parte al Dipartimento della giustizia e in parte ai giudici negli Stati Uniti e che ha portato in Germania la scuola di Friburgo a prospettare fin dagli anni Cinquanta un organo indipendente dall'esecutivo in ragione dei rapporti che necessariamente passano attraverso i canali del processo politico tra l'esecutivo e i grandi interessi economici.

Questa è storia americana, storia tedesca, non sempre la storia offre vicende rovinose come la collusione giunta ai crimini contro l'umanità tra il potere politico e i grandi cartelli nella Germania degli anni Trenta, tuttavia quello rimane l'esempio più clamoroso, un grande warning, una grande luce rossa sul fatto che è bene che la tutela della concorrenza vi sia e che sia affidata a un organo indipendente.

Fra l'altro, tengo a ricordarlo, noi italiani l'indipendenza ce la stiamo garantendo anche da soli: ci siamo dati un codice etico, abbiamo affidato a un altissimo magistrato il compito di garantirne l'osservanza, ed esso vale, ci tengo a dirlo, non soltanto per dipendenti dell'Autorità, ma anche per i suoi componenti. I giornali, che hanno sempre una benevola attenzione (della quale li ringrazio) verso la nostra Autorità, nel presentare questo codice etico hanno sempre detto che riguarda i dipendenti dell'Autorità. Esso riguarda anche i componenti dell'Autorità, dal suo presidente ai suoi membri e da quando esiste il magistrato etico che abbiamo istituito, io stesso e i miei colleghi abbiamo iniziato a confessarci con lui in relazione alla nostra situazione patrimoniale e ai nostri rapporti, per avere una permanente garanzia della nostra indipendenza rispetto alle situazioni sulle quali dobbiamo giudicare.

Questa indipendenza, però, non la possiamo pretendere o richiedere per tutte le autorità indipendenti delle quali stiamo parlando oggi. Hanno fatto bene i miei colleghi a dire: «Attenzione, non tutte le vacche sono nere in questa notte dell’indipendenza».

Resta vero quello che in un recentissimo convegno organizzato presso il Consiglio di Stato, i relatori lì presenti hanno tutti detto, e cioè che queste autorità si collocano su diversi livelli; vi sono autorità che tutelano interessi previsti direttamente dalla Costituzione e mai affidati in precedenza ad amministrazioni ministeriali, che hanno un grado di durezza costituzionale non riconoscibile alle autorità di regolazione che stanno oggi nascendo e che rappresentano invece una forma di particolare autonomia amministrativa nell'assolvimento di compiti che in presenza di servizi pubblici privatizzati o pluralizzati è bene non far svolgere più dall'apparato amministrativo influenzato dall'indirizzo di governo. Ma si tratta di un fenomeno diverso da quello che riguarda le precedenti autorità.

Perciò attenti a distinguere. E rispetto a come questa indipendenza si pone nell'ordinamento, vi sono tante domande che sorgono. Al momento io sono già pago del fatto che il Consiglio di Stato e lo stesso TAR, cominciando ad affrontare le caratteristiche dell'Autorità della concorrenza, ne mettano in luce l’eccezionalità rispetto a situazioni di amministrazioni dirette su cui si era formata una precedente giurisprudenza; addirittura in un’occasione, una commissione speciale del Consiglio di Stato è arrivata a scrivere che l'Autorità della concorrenza prende decisioni come le prende un giudice, quindi si regoli il governo quando chiede a me, Consiglio di Stato, se deve dare loro attuazione o no.

Naturalmente non è facile, in sede giurisprudenziale, caratterizzare soggetti che sfuggono alla tradizionale tripartizione dei poteri. Apprezzo moltissimo il mio collega Louis Picazo, che ha tanta chiarezza nel dichiararsi hamiltoniano e nel trarne in trenta secondi tutte le conseguenze. Parliamoci chiaro, se Louis ha ragione, questo significa che in una democrazia ispirata, come diceva anche Yves Mény, ai checks and balances e non a Rousseau e non ai giacobini, non è affatto detto che i poteri siano tre; e non è affatto detto che l'attuazione della legge non affidata al giudice sia per definizione attività amministrativa sottoposta al governo.

La questione di costituzionalità sulle autorità indipendenti si pone se e in quanto si dia per scontato che i poteri sono tre, e siccome questa non è giurisdizione e non è sotto la responsabilità del governo, allora è incostituzionale.

Tempo addietro un mio collega giurista, Lance Liebmann, preside della Law School della Columbia University, con il quale parlavo di questo argomento, mi disse che tornava in quel momento da Taiwan dove, discutendo di legal systems in generale, quando disse: «I poteri sono tre», i cinesi di Taiwan, custodi senza ipocrisie dell'antica tradizione cinese, replicarono: «Perché tre, i poteri sono cinque». Allora egli chiese quali fossero questi cinque: tre erano i nostri, naturalmente, la legislazione, la giurisdizione, l'amministrazione; poi vi era il potere di controllo, un quarto potere, che non era né giurisdizionale, né amministrativo; e ve ne era anche un quinto, che era il potere di selezione del personale, che era la funzione alla quale i Mandarini tenevano di più storicamente e che avevano definito come funzione distinta da tutte le altre per averla loro in esclusiva.

Noi forse avremmo dei dubbi su questa quinta funzione, abbiamo i Mandarini, ma siamo dubitosi sul fatto di affidare loro in esclusiva la funzione di selezione; però la quarta funzione, quella che lì veniva chiamata di controllo, è possibile che arrivi a interessarci. A questo punto anche il Consiglio di Stato ci potrà arrivare. Cheks and balances significa qualcosa di diverso dalla tripartizione, che è un concetto storico, non è un concetto che abbia un valore razionale. Esso è infatti la fotografia di come due secoli fa si assestarono rapporti sociali e politici tra ceti, classi e anche istituzioni pubbliche diverse. Su quello noi abbiamo inchiodato la nozione di democrazia? oppure hanno ragione i francesi quando più rapidamente di altri si sono posti il problema che la democrazia rifrange il potere in modo più articolato di quanto due secoli fa si potesse immaginare?

Naturalmente in questo lavoro è molto importante, non soltanto l'autorità indipendente, ma anche la cornice legale del mercato concorrenziale. Qui sento tutta la debolezza di un compito affidato esclusivamente all'Autorità della concorrenza, che rispetto alle regole può avere solo e soltanto un potere di segnalazione. I poteri potranno anche diventare cento, ma è e resterà essenziale che le regole continuino a farle i parlamenti eletti quando si tratta di scelte politiche.

Con il nostro potere di segnalazione, però, noi siamo deboli e siamo ogni giorno alle prese con ondate di legislazione che emergono dal passato, che tutto rispecchiano fuorché i principi concorrenziali, con corporazioni che vengono protette attraverso leggi che apparentemente parlano d'altro; con leggi che prevedono autorizzazioni accompagnando a esse il numero chiuso degli autorizzandi, e fornendo così protezione a una categoria che già coincide con quel numero e che non consente ad altri né di entrare, né di cambiare la conformazione del mercato.

Tutto questo è un passato che deve essere cambiato e che avrebbe bisogno di una maggiore attenzione rispetto a quella che ha il nostro parlamento, il quale cade regolarmente in queste trappole: appena gli viene chiesto un albo professionale lo concede, e appena si richiede che le tariffe vengano approvate dal Ministro, concede anche questa approvazione e tutto ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere. È uno stato questo che ancora ritiene di giustificare i prezzi fissati da organi pubblici con l'argomento che se non fosse così i prezzi scenderebbero al di sotto dei livelli compatibili con il pagamento delle tasse e dei contributi previdenziali. Cioè, si fa pagare al consumatore il fatto che lo stato è incapace di controllare il pagamento delle tasse e dei contributi previdenziali e si dice: se il prezzo è almeno alto così, forse vuol dire che quello paga i contributi previdenziali. Mentre poi il prezzo sarà alto, il consumatore lo paga e i contributi previdenziali quello non li ha pagati ugualmente, perché non è questa la strada per farglieli pagare, questa è solo la strada per far pagare il consumatore.

Allora come si fa a cambiare questa cornice? È un problema di cultura, ma ho un pensiero notturno, che in questo luogo non deserto voglio stasera confessare, visto che è il quinto anniversario dell'Autorità. Se la concorrenza è un principio costituzionale (e lo è), e Saja ha contribuito molto a renderlo tale, se diversi profili di concorrenza sono profili che in più modi possono trovare agganci costituzionali, se più leggi contrarie alla concorrenza potrebbero anche essere incostituzionali (vi faccio l'esempio più chiaro, quello dei monopoli legali i quali, piaccia o non piaccia, hanno un limite nell'articolo 43 che non lascia al legislatore l'assoluta libertà di sottoporre a monopolio pubblico questa o quell'altra attività economica); se tutto questo è vero, vi sarà un modo di far arrivare queste leggi alla Corte Costituzionale? Per ora ne ho pensati due.

Il primo, a medio termine, assume che un'autorità indipendente, che in realtà non è amministrativa perché non fa ponderazione di interessi pubblici, ma applica il sillogismo tipico del ragionamento giudiziario e lo applica con procedure che sempre più stanno diventando contenziose, non è molto diversa da quella Corte dei Conti a cui, in sede di registrazione di decreti e di parificazione del rendiconto consuntivo dello Stato, fu consentito e ammesso di sollevare come giudice a quo questioni di costituzionalità davanti alla Corte.

Diamo tempo al tempo e anche al Consiglio di Stato, poi con la giurisprudenza queste cose si chiariscono. Nel più breve periodo l'Autorità potrebbe anche colpire come abusivi comportamenti di impresa che ad avviso dell'impresa dipendono non da sue scelte, ma dalla legge che essa è costretta ad applicare. Immaginiamo che all'Autorità capiti di adottare dei provvedimenti in situazioni come questa: probabilmente l'impresa impugnerebbe il provvedimento davanti al TAR e il TAR, sollecitato magari dall'Autorità presente in giudizio, potrebbe sollevare la questione.

Importante è che si diffonda questa cultura della concorrenza e che, come qui è stato detto, si perfezioni l’identificazione delle radici costituzionali dei princìpi concorrenziali. A quel punto questa nostra battaglia fatta su tanti fronti potrebbe anche arricchirsi di un'arma, e allora quella che è sempre parsa la vera chiave del mercato, che non è il laissez faire, ma è la libertà degli scambi garantita da una cornice legale coerente con questa libertà, potrà arrivare con più forza anche in paesi come il nostro.




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