Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato alla presentazione del volume
Bioetica quotidiana
di Giovanni Berlinguer

Roma, 30 gennaio 2001



(Bozza non corretta)

E’ un libro molto bello, che merita di essere letto dalla prima all’ultima pagina, senza fretta, perché è un libro da pensare. Io l’ho letto molto volentieri. Giovanni Berlinguer è una persona di grandi qualità e inoltre, per quanto mi riguarda, esiste tra di noi anche un legame istituzionale, perché egli presiede la Commissione bioetica nella Presidenza del Consiglio. Alcuni argomenti erano già stati affrontati tra di noi, proprio in questa sede. Ma nel libro c’è molto di più: una qualità fondamentale nel trattare queste questioni – come diceva Miriam Mafai –, che è l’equilibrio. Un’altra qualità è il grande patrimonio di informazione che sottende il discorso del professor Berlinguer. E c’è, non di meno, la sua personale cultura e intelligenza che guidano il lettore attraverso questi temi di enorme difficoltà. Io voglio sottolineare questo discorso: sono punti di enorme difficoltà, che proprio per questa natura mal si prestano ad essere trattati come lanci di affermazioni contrapposte, che poi acquistano, immediatamente tra di loro, una tensione non componibile, e che mal si attaglia ai problemi difficili.
E’ importante, per chi non lo conosce, avere contezza di quelli che sono gli oggetti del libro, che sono in parte diversi e ulteriori rispetto a quelli che – immagino – un lettore si aspetti di trovare in un lavoro intitolato “Bioetica quotidiana”. La bioetica quotidiana è per il professor Berlinguer non soltanto quella che riguarda i pochi, ma anche quella che riguarda i più. Il che significa che non vengono affrontante soltanto le questioni che siamo abituati a pensare, nel nostro tempo, oggetto di attenzione da parte di questa disciplina: la ricerca di una bussola etica nelle questioni che riguardano la vita, e che noi di solito identifichiamo in questioni attinenti alla nascita e quindi alle modalità ormai non solo naturali, ma anche artificiali della fecondazione, la clonazione, l’interruzione della gravidanza. Questo più o meno è il novero delle questioni, che riconduciamo a questa disciplina ed alla sua problematica. Ma questa è la bioetica che riguarda i pochi, e cioè quelle tecniche, quelle tecnologie scientifiche che tendono a diventare tecniche mediche, attraverso le quali si interviene su processi naturali.
Vi sono anche altre questioni che investono la vita e l’etica: sono quelle che riguardano i più. Esse partono da un’osservazione, assolutamente cruciale, del capire il nostro tempo che Berlinguer svolge in un certo passo del suo libro: “Non c’è mai stata tanta salute, come al nostro tempo, e tanta capacità di curare malattie, di tutelare o ripristinare la salute come quella che abbiamo raggiunto nelle società sviluppate al nostro tempo; mai ci sono state tante devastanti malattie che tali rimangono e che portano alla morte adulti e bambini in tante parti del mondo”. Questa è una contraddizione lacerante, che è sacrosanto ricondurre alla bioetica, perché la vita che siamo in grado di proteggere, di tutelare, di migliorare, come mai è accaduto nella storia, è una vita che viene negata in ¾ del mondo, quotidianamente. Questa, forse, tra le questioni etiche che ci presentano, è quella di maggior spessore ed è giustissimo che un libro sulla bioetica quotidiana, parta dalle questioni che siamo abituati a ricondurre alla disciplina, ma si concluda con queste altre: gli ultimi due capitoli (il IV ed il V) sono dedicati a queste.
Ma continuiamo brevemente, perché voglio sentire gli altri e discutere di entrambe, analizzando come il professor Berlinguer imposta le une e le altre. Le prime sono quelle con cui abbiamo – ahimè – maggior dimestichezza. Dico “ahimé” non perché non ritengo necessaria la dimestichezza su queste questioni, ma perché ne abbiamo molto meno sull’altra. Solo in questo senso. Vengono trattate nel modo più corretto. E’ storicamente acquisito che la natura viene alterata da artifici ed è impensabile che essi non facciano parte della nostra scienza, della nostra medicina, che altrimenti non esisterebbe. Io ricordo le prime discussione che si svolgevano la sera a tavola in Collegio (ed era un collegio medico-giuridico). C’erano giovani studenti di medicina, molto ligiamente cattolici, che si ponevano questo problema: la possibilità di intervenire artificialmente; noi giuristi allora gli suggerivamo di cambiare facoltà, perché un medico si accinge tutta la vita ad interferire con la natura, per svolgere il suo lavoro. Questo è ormai accettato da tutti e forse questi giovani rappresentavano un eccesso di prudenza, che nasceva dalla percezione di un problema morale, e non religioso: sino a qual punto possiamo intervenire con l’artificio. Questo è il problema; un problema reso particolarmente angoscioso dall’esplosione della scienza, e delle tecnologie tecniche che ne sono derivate, e tale da consentirci interventi di cui prima non avevamo alcuna possibile consapevolezza e rispetto ai quali, in realtà, ci siamo trovati a non sapere quali regole applicare. Sono fondamentalmente convinto – ed è il mio punto di partenza ogni volta che mi occupo di questo – che le regole morali nella storia dell’umanità sono figlie dell’esperienza. Attraverso esperienze storiche successive, noi abbiamo costruito le regole morali: esse non sono venute prima, ma dopo, attraverso riflessioni su esperienze consimili, davanti alle quali abbiamo imparato a distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. E quindi i nostri avi ci hanno lasciato delle regole, per cui, alla luce di questa situazione, il male si trova in un comportamento, il bene nel comportamento opposto.
Il vero dramma di questi anni è come comportarsi davanti a comportamenti di cui non abbiamo esperienza. Si può lasciar nascere un figlio al di fuori del ventre materno? Si può clonare un essere umano? Voi capirete sicuramente che, se mi avessero posto una simile questione all’epoca delle discussioni in collegio, io avrei detto che queste domande erano irreali e non c’era nessuna necessità di formularle. Ora invece sono nella nostra realtà. Pensare di affrontarle così, semplicemente perché sono possibili, lasciandole accadere, è una posizione che fa mancare il fiato. Perché se deve essere così, allora perché non dare – e permettetemi di toccare un altro argomento – ad un erbivoro la alimentazione adatta ad un carnivoro? Quando io sono esploso pubblicamente, le mie prime parole: “Ma questo la Bibbia non lo consente”.
Esiste una atavica esperienza morale, che ci lascia comprendere che è una alterazione profonda di equilibri naturali, che si colloca, ben al di là, del consentito. Noi ci possiamo trovare dinanzi a questioni di simile natura.
E devo dire che il professor Berlinguer le affronta in un modo in cui io mi riconosco interamente ed usa alcune chiavi morali semplici che sono le uniche, dinanzi a questioni così immense, che permettono di cominciare ad orientarsi. Sono quelle che abbiamo in parte elaborato in regole più specifiche, ma sono quelle che fondamentalmente si riportano al principio Kantiano, che io – con meno autorevolezza del professo Berlinguer – ho più volte richiamato: ciascun nostro comportamento deve ispirarsi ad un principio universale; comportati in questa situazione con altri, così come vorresti che altri si comportassero nei tuoi confronti; fai in modo che il tuo comportamento possa essere universalizzato e che tu possa sostenere la sua universalizzazione. Voglio far notare che, alcuni codici etici adoperati in vari Paesi per le Pubbliche Amministrazioni, sono ispirati a questo principio: non adoperare il telefono d’ufficio tutti i giorni per affari privati, perché non saresti in grado di universalizzare la regola in base alla quale agisci. Non occorre dire molto altro ad un essere umano, affinché comprenda, cosa è bene e cosa è male, rispetto a questo banalissimo esempio. La regola è fondamentalmente la stessa. Universalizzare cosa significa? Trattare gli altri come persone. Non puoi ipotizzare che gli altri siano un cosa, mentre tu sei una persona. Quando nasce un bambino, nasce una persona e così deve essere trattano, ancor prima che venga alla luce. Se nasce devi pensare alla sua vita – perché hai posto in circolazione una nuova vita – e non a te stesso. Queste nozioni sono diventate nel tempo regole: noi siamo abituate a chiamarle diversamente. La Costituzione parla di “dignità della persona”; le convenzioni internazionali parlano di “interesse del minore” e molte legislazioni nazionali sono cambiate, a diversi riguardi, in nome dell’interesse del minore; ovunque ci si riporta a queste regole assolutamente essenziali.
Il professor Berlinguer afferma giustamente – ed io accetto questa dichiarazione – che per quanto riguarda l’embrione non è necessario ritenerlo un soggetto giuridico, perché scattino conseguenze sul piano morale: ci si può preoccupare di chi nascerà anche senza considerarlo giuridicamente una persona. Non voglio entrare in questa discussione: l’ho già sostenuta e mi sono schierato per l’ipotesi del soggetto giuridico, a differenza di altri, ma mi rendo conto che si può sostenere anche la tesi che sostiene il professor Berlinguer

DOMANDA: Ma da quando può essere considerato soggetto giuridico?

GIULIANO AMATO. Per essere un soggetto giuridico, deve essere a dir poco concepito. Ma la tesi sostenuta dal professor Berlinguer non necessita di questo presupposto: quando non si rapporta, per riconoscere i diritti del futuro essere umano in circolazione, quindi già uscito dal ventre materno, alla personalità giuridica, non ha nemmeno bisogno che sia concepito. Anche questo è giusto, perché ci si deve far carico della vita futura anche prima che nasca, occupandosi delle modalità della nascita.
Ma non voglio entrare in questa discussione, ora irrilevante. Voglio dire che da questo faticoso punto di partenza, si vanno a dipanare le singole questioni: per esempio, un punto sottolineato dal Professor Berlinguer, che non tutti hanno presente, riguarda la fecondazione artificiale: essa adopera un qualsiasi spermatozoo prodotto da un maschio, lo fa unire e poi provvede all’immissione. Ma, in natura, gli spermatozoi che arrivano a fecondare l’ovulo sono più robusti: molti infatti si disperdono prima, proprio perché la natura si è fatta carico di garantire che (almeno il 90% delle volte, poi può sbagliare anche la natura) l’essere umano nasca dall’unione di elementi forti. Qualcuno può conoscere le eventuali maggiori debolezze di un essere, nato da spermatozoi che non sarebbero riusciti a raggiungere l’ovulo e a fecondarlo in un processo naturale? Noi ora, come afferma il professor Berlinguer, non siamo in grado di saperlo: le ricerche alle spalle sono del tutto insufficienti per formulare una risposta sicura. Eppure i processi di fecondazioni artificiale continuano, adoperando gli spermatozoi scelti a caso. Noi dovremmo effettuare una riflessione morale. D’altra parte è sufficiente ricordare Woody Allen, per chi una memoria cinematografica, per capire la posta in gioco in questo momento.
In questo caso quindi sussiste un problema: ci si fa carico abbastanza della vita futura e della responsabilità rispetto ad essa, quando la fecondazione artificiale è liberamente in grado di ignorare questa selezione naturale? E’ questo un artificio eticamente accettabile? Ed il mio discorso è valido per ogni tipo di fecondazione artificiale. La fecondazione eterologa è ammessa ed accettata da molte persone per molte ragioni. Una volta partita facilmente, come oggi accade, ha un punto in cui si ferma che sia eticamente accettabile ? Oppure la lettura dei siti Internet che vengono citati nel libro, attraverso i quali si mettono a disposizione, a secondo se per bambini e bambine, gli ingredienti dei migliori giocatori di baseball e top model del Paese pone un problema morale? Noi dobbiamo porci questo problema morale o no? Dobbiamo porci un limite o no? Perché, sicuramente, un problema morale esiste, anche sulla base di semplici regole dalle quali ero partito.
Per non parlare dei problemi della clonazione che, come afferma il professor Berlinguer, è il più semplice caso in cui un essere umano futuro, viene adoperato come una cosa, anche quando si adopera la cellula da un bambino malato, che è l’unico figlio di due genitori che, per essere consolati nel loro dolore, hanno la prospettiva di riprodurre il figlio che sta morendo. Questo bambino non sarà se stesso, ma solo il ricordo di un altro. Gli viene negata la libertà della identità ancor prima della nascita. Per non parlare di un altro esempio riportato nel libro, che è degno di un film ambientato nel 2030 con Bruce Willis: l’essere umano creato appositamente immune dalle radiazioni nucleari, per poter disinnescare vari casi di Cernobyl. A questa persona viene negata ogni libertà, perché è creato al solo fine di svolgere questa funzione di utilità. Ma qui il discorso è facile.
Si è diffusa la prassi dell’utero in affitto, ma quanto conosciamo dell’importanza per la vita futura, del rapporto prenatale? E perbacco se esiste. Io non l’ho mai chiamato feto, ma bambino, ed è un essere che ha un grande rapporto di “intrinsechezza” con la madre. Infatti chi ha sostenuto l’aborto come un diritto all’uso del proprio corpo, ha affermato, più di ogni altro, questo “intrinsechezza”, che lascerà qualcosa al bambino, dopo la fuoriuscita da ventre materno. Può essere allora qualunque ventre? Quale sarà la madre?
Il dramma è che, in assenza di intesa su quali regole giuridiche possiamo far partorire da convinzioni morali condivise, in ordine ai limiti di questi artifici, essi sono poii tutti liberamente esercitati. Il dramma italiano è proprio questo: poiché si discute da anni su cosa vietare e non si raggiunge un accordo, viene lasciato tutto spaventosamente libero. Di sicuro il limite morale (ovunque esso sia) e c’è, è superato dalla realtà. E questa è una responsabilità gigantesca, condivisa tanto da quelli che vorrebbero mantenere tutto libero, sia da coloro che vorrebbero la immissione di un set di divieti, da altri non sufficientemente condivisi. Questa è una responsabilità che tutti devono sentire addosso. A questo punto voglio aggiungere – e lo dico anche per i giornalisti che sono qui a soffrire il caldo e che hanno bisogno di una frase politica – che sento la mancanza della Democrazia Cristiana. Non ridete. Perché la Democrazia Cristiana, come partito fortemente radicato e sufficientemente solido, sapeva, ed ha saputo in più momenti, mediare a sufficienza tra insegnamenti che provenivano dal retroterra religioso, e le esigenze di consenso in una società laico-democratica. Ora, essendoci solo dei brandelli di ex Democrazia Cristiana, ciascuno di questi brandelli è totalmente (o si sente) totalmente sprovvisto della libertà di dialettizzare, in nome delle ragioni complessive della soluzione. In questo senso sento la mancanza della Democrazia Cristina. Possono esserci altre soluzioni. Io sono un italiano che ha vissuto questi 50 anni ed ho vissuto solo due esperienze: quella della Democrazia Cristiana e quella attuale. Vi dico che, quella attuale, è peggiore di quella della Democrazia cristiana. Poi non voglio affermare che quella era meravigliosa, ma solo che questa attuale è peggiore.
Ma ora mi interessa più che altro parlarvi della seconda parte, che è quella, per me, più impegnativa. Ho infatti intenzione, come ho già detto, di porla come tema centrale del prossimo G8: il tema della salute nel mondo, di cui parlavo all’inizio, tra la salute che siamo in grado di produrre e quella che è negata in gran parte del mondo.
In questo caso i fenomeni sono infiniti: quanti di voi sanno che, nell'Asia, esiste la categoria statistica delle missing women, bambine abbandonate a malattie banalissime, in quanto femmine, e quindi premorte, nonostante la notoria maggior resistenza fisiologica delle donne rispetto ai maschi? Noi abbiamo il sub-Sahara, dove vi sono Paesi che hanno ormai oltre il 30% della popolazione affetto da malattie incurabili, o almeno incurabili per loro, che noi ricchi cominciamo a curare, come l'AIDS. Ormai le prospettive di vita per l'AIDS in un Paese industrializzato, raggiungano e superano i 10 anni, con medicine che costano 100 dollari a porzione; al G8 dello scorso anno noi decidemmo di spingere le nostre compagnie farmaceutiche a far scendere i prezzi per renderli accessibili al sub-Sahara africano: i prezzi sono scesi da 100 a 10 dollari, ma per persone che vivono con 2 dollari la situazione non è cambiata; se fosse rimasto 100 dollari sarebbe stato lo stesso. Noi dobbiamo ritornare ad affrontare questi temi.
Noi ora ritroviamo malattie che aveva debellato nell'isola felice dei Paesi industrializzati: per ciò stesso pensavamo che ovunque fossero state debellate, perché non guardavamo al di fuori dei nostri confini. Ma la malaria, la tubercolosi continuano ad esistere: solo ora ce ne accorgiamo, perché stanno rientrando entro i nostri confini attraverso la circolazione di esseri umani e dei flussi migratori. Esistono virus, parassiti, che aspettano la possibilità di saltare da un essere umano all'altro, perché noi siamo il loro ambiente, in realtà. E’ necessario organizzare delle difese, ma le difese non ci sono. Noi siamo indotti a pensare che gli altri importano le malattie, ma esistono anche malattie che noi esportiamo, come i tumori.

VOCE. C'è una pagina molto bella del professor Berlinguer a proposito del fumo.

GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei Ministri. Che rapporto c'è tra il free trade e l'etica? In nome del free trade qualunque limite alla circolazione del tabacco è un limite inaccettabile, ma la circolazione del tabacco ha questo drammatico effetto. Il professor Berlinguer parla con pudore – permettimi Giovanni – dell'alcol, che provoca più danni del tabacco. Certo l’alcol, a dosi modiche, fa bene alla salute, come dicono italiani e francesi. Ora cominciano ad affermarlo tutti nel mondo, perché le produzioni vinicole si stanno estendendo: ma l'alcool, superando le dosi modiche, produce molti morti. E invece nessuno se ne preoccupa. Noi abbiamo sconvolto l'Europa per un male che ha un tasso di rischio di 1 a diverse migliaia: nel Regno Unito per 180 mila bestie trovate affette dal virus del prione, si sono verificati 90 casi di contaminazione umana. Ciononostante abbiamo sconvolto l'Europa; muoiono molte più persone in un weekend di quante ne possa uccidere la trasmissione del priore dall'animale all'uomo. Noi abbiamo sconvolto l'Europa, dimenticando le vittime di questi mali indotti da prodotti delle nostre industrie. Ma voglio chiuderla qui. Il problema è comunque totalmente diverso: non è difficile trovare qui una regola etica, come nei problemi che ci pongono le tecnologie di avanguardia che riflettono esperienze che non abbiamo, perché esiste una regola etica chiarissima, che noi però ignoriamo.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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