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Intervento al Convegno "Oceani di pace, religioni e cultura in dialogo"
del Presidente del Consiglio GIULIANO AMATO Lisbona - 24 settembre 2000
Io sono molto grato alla Comunità di Sant’Egidio e agli altri amici di avermi invitato a questo incontro. Un incontro di donne e uomini di diverse religioni del mondo.
È una grande occasione, per gli esseri umani che la pensano come me, di chiedere a tutti di lavorare per la pace. Lavorare per la pace è un compito di ciascuno di noi, ed in primo luogo un compito degli uomini e delle donne di fede. Vivere in pace è il fine fondamentale degli esseri umani, perché senza la pace non c’è la vita e senza quest’ultima non esistiamo.
Non possiamo proclamare, come molti di noi fanno, l’essenziale diritto alla vita se non assicuriamo al mondo la pace.
La pace è, inoltre, un fine, non realizzato, dell'umanità. Ci siamo liberati della grande e tragica sfida nucleare tra le due superpotenze del XX secolo, ma la fine di quella sfida e di quella minaccia è stata accompagnata dalla nascita di nuove sfide e di nuove minacce più piccole. Minacce che costano la vita a migliaia e migliaia di esseri umani, che lasciano bambini e bambine orfani.
In Africa arrivano aerei nelle città che portano bambini lasciati dai loro genitori, questi fanciulli sbarcano e nel momento in cui lo fanno sono già orfani. Questo è un delitto senza possibile perdono che noi lasciamo commettere in terre vicine a noi. Come possiamo impedirlo? Come si perviene la guerra. Da dove viene la guerra? Io non sono uno specialista di crisis prevention, non lo siete neanche voi credo, o perlomeno non lo sono molti di voi, o forse alcuni lo sono.
Voi tutti, però, per il solo fatto che oggi siete in questa sala, siete specialisti di qualcosa che conta ancora di più per la pace. Siete specialisti nel capire ciò che entra nel cuore degli esseri umani, ciò che può cambiare i sentimenti degli esseri umani.
Questo, per combattere la guerra, viene ancora prima delle tecniche, pure importanti, di crisis prevention.
Attraverso la lunga storia dell'umanità, secoli e millenni di storia, noi abbiamo imparato che la guerra è sempre figlia dell'odio verso altri, e che l'odio verso altri è sempre figlio della paura degli altri. È nei millenni della prima storia dell'uomo che l'uomo ha avuto paura e si è difeso con la violenza.
La storia della civiltà umana è la storia del superamento della violenza, dello sradicamento dell'odio, della paura. Nonostante ciò, tante guerre abbiamo continuato a subire.
Due cose sono importanti della nostra storia passata, per capire i limiti dei modi attraverso i quali abbiamo evitato in passato la guerra. Il primo modo è scavare un fossato tra sé e gli altri.
Se voi avete presenti i primi insediamenti umani, quelli di cui ancora oggi abbiamo traccia in tante parti del mondo, noterete che essi delimitano un terreno e lo separano dal resto con un fossato, che serve ad evitare l'aggressione degli animali, ma anche ad evitare l'altro. L'altro che arriva e che entra nella mia comunità è diverso da me ed è un pericolo per me. Questo è un vecchio insegnamento della storia umana: chi ha combattuto la guerra non cancellando le diversità, ma separandole, tenendole distanti l'una dall'altra e mantenendo, però, una cultura che vede nel diverso più un possibile nemico che non un fratello.
L'altro modo con cui nella storia abbiamo superato la guerra è stato quello di sviluppare economie che hanno permesso di ottenere le risorse di un altro territorio, non conquistandolo, ma attraverso gli scambi delle economie di mercato.
Non a caso, i Paesi più ricchi non combattono più tra di loro. La guerra tra i Paesi ricchi non c'è più, perché essi scambiano risorse attraverso l'economia, non attraverso la conquista del territorio. Per secoli ottenere risorse da altri territori significava conquistarli militarmente.
Adesso, siamo nell'epoca della globalizzazione, in cui cadono i confini, in cui non ci sono più i fossati, le divisioni. Uomini e donne di religione e di etnia diversa si trovano a vivere l’uno accanto all'altro, a muoversi nei territori l’uno dell'altro. L'antica paura, l'incertezza che io provo davanti all’altro, diverso da me, però, tornano. E se io non sono ricco, se non ho imparato attraverso l'economia ad ottenere le risorse, come qualcuno dice in Africa, il kalashnikov può essere il mezzo migliore per procurarsi le cose che servono.
Queste, quindi, sono le ragioni di fondo della guerra nel nostro tempo: la povertà, l’odio e la paura per i diversi da me. Il nostro primo dovere, nel nuovo secolo che è iniziato, è combattere la povertà nel mondo. Non c'è male peggiore, in un mondo globale, che avere un miliardo di uomini e donne che vivono nella ricchezza e 5 miliardi di poveri attorno a loro.
Questo non è un mondo vivibile, è un mondo che noi tutti abbiamo la responsabilità di cambiare. In molti Paesi, che le istituzioni finanziarie guardando giustamente alle statistiche considerano Paesi a medio reddito, vi sono milioni e milioni di poveri. Abbiamo Paesi africani, nei quali centinaia di migliaia di bambini non hanno prospettiva di vita, perché non hanno cibo, istruzione, difesa dalla malattia; e ci sono altri Paesi, in America latina, in Asia, che, nonostante le statistiche, contano migliaia e migliaia di persone che vivono allo stesso modo.
Occorre una severa redistribuzione della ricchezza nel mondo; occorre che per i Paesi ricchi questo non sia il tema dell'obolo della domenica, ma sia parte cruciale delle loro politiche di bilancio. Occorre una allocazione diversa delle risorse negli stessi Paesi nei quali vive la povertà. Io capisco le ragioni di tutti i conflitti del mondo, ma non riesco a comprendere che India e Pakistan spendano tanti soldi per ordigni nucleari, quando quel denaro servirebbe per far vivere meglio tanti dei loro cittadini. Dobbiamo farlo capire ad entrambi, dobbiamo aiutare entrambi ad uscire da questa logica della ostilità. In questo ambito, le donne e gli uomini delle religioni hanno un ruolo che io laico trovo insostituibile. Mi riferisco al compito di sradicare la cultura dell'odio, di far scaturire dalle loro fedi religiose non l'intolleranza verso l'altro, ma il riconoscimento in ogni essere umano dello stesso segno che è in me.
Non credo possa essere ammesso che in nome di una religione si vedano negli altri i segni del male. Sono convinto, invece, che in nome della religione si debbano vedere in chiunque altro i segni del mio stesso Dio. Non sempre questo accade, vorrei, però, che accadesse. Bisogna fare in modo che, attraverso la religione, in ciascun essere umano sia visto il segno di Dio.
Per secoli, gli esseri umani hanno combattuto l'uno contro l'altro, spesso in nome di Dio. Ora, dovremmo fare tutti in modo che in nome di Dio gli esseri umani possano aprire il loro cuore alla cultura dell'amicizia. Andrea, che è qui, ha scritto, tra le tante cose, alcune cose molto semplici e chiare. La cultura dell'amicizia è molto più complessa, e più matura della cultura dell'odio.
Noi non possiamo combattere la pena di morte se non abbiamo dentro di noi questa cultura, se non sappiamo riconoscere in ciascun essere umano il segno dello stesso amore che vorremmo per noi. Nella pena di morte, infatti, c'è proprio quell'ancestrale paura dell'altro, quell'ancestrale angoscia davanti al pericolo, che nel XXI secolo non ha più senso essere legge.
Io sono venuto da voi solo per dirvi questo, non per parlarvi di politica. Sono venuto da persona -- come diciamo noi in italiano -- che ha molte aspettative verso la religione e verso le religioni. Io so che la pace è una causa per la quale si possono trovare con la ragione molte ragioni. E' una causa razionalmente dimostrabile, ma capisco che senza un profondo sentimento di amore, senza una profonda capacità di superare l'odio, senza la fiducia che viene da profondi sentimenti e che vince l'angoscia, la guerra non sarà mai eliminata. Penso che questo le religioni lo possano dare alla coscienza, al cuore, all'anima degli esseri umani.
Mi aspetto che chiunque pratica e predica una religione possa rendere migliore il mondo per questa ragione. Per questo motivo è bello per me vedere tutte le religioni insieme.
Ma vorrei che tutte insieme lavorassero per cancellare l'odio e la paura, per accettare e non mai per combattere gli altri.
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