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INTERVENTO AL SENATO del Sen. Prof. Giuliano AMATO Dichiarazione di voto sul Disegno di Legge 1306 [Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale] 13 novembre 2002
AMATO (Misto). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. AMATO (Misto). Signor Presidente, signora Ministro, parlo in questa occasione a nome dell'Ulivo: lo faccio anche con un'intensa partecipazione personale che non mi viene da una conoscenza, che non ho, del linguaggio tecnico di coloro che si occupano di scuola, e di questo mi scuso; parlerò un linguaggio più piano. Sono stato per quarant'anni e continuo ad essere un insegnante e se qualcuno mi chiedesse cosa di utile o di importante ho fatto nella vita, non per retorica risponderei evocando quello che per me è il momento magico dell'esperienza di un insegnante, ossia quando stai spiegando qualcosa ad un bambino o a uno studente laureato, perché te l'ha chiesta o perché gliela stai spiegando, e vedi che ti guarda con gli occhi perplessi in cui c'è ora ansia, ora incertezza; tu ci parli e se riesci a entrare vedi che quegli occhi si illuminano, si è accesa una luce, ha capito. Un'esperienza bellissima per chi ama fare il mestiere dell'insegnante è il momento in cui capisci che hai fatto quello che dovevi fare, quello che dà senso alla tua attività, perché una porta si è aperta nel cervello di questa persona con cui stai parlando e ora padroneggia una realtà che prima vedeva attraverso nebbia, nuvole, che non capiva; ora può andare avanti, ora è più sicura di sé. Vi potrà sembrare retorico ma lo dico apposta; a me è capitato più volte di vedere insieme alla mia nipotina (ormai l'avrò visto per l'ennesima volta) "Anna dei miracoli", un film in cui una straordinaria insegnante alla fine riesce a connettere al cervello di una bambina sordomuta movimenti delle mani in cui si esprime un alfabeto. Il momento in cui la bambina alla fine capisce, quindi non è più selvaggia ed entra nel consorzio civile che prima la escludeva, mi commuove anche quando per l'undicesima volta vedo il film; non vi dico la mia nipotina! Questo per me è il senso della scuola e la missione di quest'ultima è quella di offrire il superamento del primo e più importante confine che separa i destini possibili di un giovane o una giovane che entra nella vita, quel dilemma che noi definiamo con le parole "inclusione" o "esclusione"; un dilemma che non si presenta più una sola volta nella vita ma di continuo, e ti può improvvisamente lasciar fuori dopo che per anni avevi pensato che eri riuscito a star dentro. È diverso dai tempi in cui io andavo a scuola: noi avevamo questo problema, io stesso l'ho avuto come insegnante nei primi anni, quarant'anni fa, in ragione di cose che tutti sappiamo, ossia la diversità di bambini e di ragazzi dovuta al differente stato sociale, alle diverse condizioni familiari, alla diversità della personalità di ciascuno: alcuni più introversi, altri più estroversi, alcuni più difficili, altri meno. Oggi questo è ancora più vero anche per altre ragioni, ad esempio perché è cambiata la società, come ci diciamo. Non è una questione facile; anch'io rifletto criticamente sul fatto di mandare ragazzi nelle aziende: fosse vero; non è neanche più facile questo, in quanto oggi una formazione professionale troppo anticipata - ma ci tornerò - insegna un mestiere che fra due anni non ci sarà neanche più, perché nella società postfordista, come tutti diciamo, i lavori sono cangianti e polifunzionali, difficili da padroneggiare, con una specifica specializzazione da tempo fordista, e perché nella società della conoscenza, della quale tanto parliamo, tanta conoscenza è necessaria e tanta conoscenza cambia nel tempo. Una delle cose che più mi hanno impressionato in questi ultimi anni fu quella che Umberto Veronesi ci disse, in pieno Consiglio dei ministri: badate, in sette anni il cinquanta per cento del bagaglio conoscitivo di un medico cambia, e quindi ogni sette anni sarebbe necessario che la metà delle conoscenze relative non so a quale settore venisse rinnovata; e questo vale non solo per i medici, ma per tantissime altre attività. Ora, a tutto questo pensavamo, e credo che dobbiamo ancora pensare, quando due anni fa a Lisbona prevedemmo per l'intera Europa che si dovesse definire l'obiettivo della società basata sulla conoscenza competitiva e dinamica, in grado di realizzare uno sviluppo sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e con maggiore coesione sociale. Si definì a Lisbona una strategia globale (così venne definita) di cui erano parte, per quanto riguarda istruzione e formazione (signora Ministro, lo dica anche ai suoi colleghi di Governo): un sostanziale aumento annuale degli investimenti in risorse umane ( voglio sottolinearlo); il dimezzamento entro il 2010 del numero dei giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni che hanno assolto solo il livello più basso degli studi secondari (quindi un innalzamento, non un abbassamento); l'istituzione di partenariati tra scuola, istituti di formazione, imprese e centri di ricerca, per apprendimenti polifunzionali (quindi, non per binari separati, ma, appunto, per apprendimenti polifunzionali); la priorità al long life learning, all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita; l'integrazione della promozione dell'inclusione nelle politiche scolastiche. Ecco, noi vogliamo una scuola che risponda a queste finalità. Le idee e le proposte che sono state avanzate in queste settimane dall'Ulivo rispondono a queste finalità; il progetto che quest'Aula si accinge ad approvare deve essere misurato rispetto a queste finalità. Io non ripeterò le critiche che sono già state espresse; penso che sia più utile, proprio perché crediamo alle idee, ribadire alcuni capisaldi delle nostre idee, perché le idee buone hanno le gambe lunghe e possono arrivare anche dove ora non sono arrivate. La scuola che sappia esercitare la sua funzione educativa garantendo la non esclusione e processi di progressiva inclusione: questo è il punto chiave. Vede, signora Ministro, in quest'ottica ha un'essenzialità a mio avviso irrinunciabile la scuola che permette, a partire da quella dell'infanzia, ma poi soprattutto nelle elementari, di far socializzare bambini e bambine tra di loro, di farli apprendere insieme, di non far pesare, qui sì, quelle differenze familiari, sociali e di carattere che separano invisibilmente i loro percorsi. Se c'è un impegno che vorrei considerare prioritario a questo fine, tra gli altri, è quello della scuola a tempo pieno. Se c'è un'area essenziale alla quale destinare risorse (in modo che garantisca, attraverso l'autonomia degli istituti, l'adeguamento il più pertinente possibile alle situazioni che i docenti si trovano davanti, perché sono loro quelli che hanno il contatto con i bambini), ebbene, questa è la scuola a tempo pieno. Quest'ultima, lo sappiamo benissimo, non serve soltanto per risolvere i problemi pratici delle famiglie giovani, come chi per andare a prendere il figlio a mezzogiorno e mezzo dovrebbe assentarsi dal posto di lavoro. E già questo è un gigantesco problema in nome del quale la nostra civiltà, prevalentemente maschilista, finisce per condannare la donna ad arrangiarsi, a non lavorare e quindi a rimanere casalinga perché deve provvedere al ritorno a casa del figlio. Tuttavia, al di là di questo problema, ce n'è un altro che tutti conosciamo: i compiti a casa, che rappresentano un potente fattore di conservazione della divisione di classe tra i bambini. (Applausi dai Gruppi Misto, DS-U, Mar-DL-U, Misto-SDI e Verdi-U. Commenti della sottosegretario Aprea. Proteste dai banchi della maggioranza). E' così! Anche se non vi piace l'espressione "di classe", le cose – ripeto - stanno così; la mia nipotina ha me che le spiego i compiti a casa o il contenuto dei libri, mentre tanti bambini non hanno genitori che glieli possono spiegare. Il giorno dopo a scuola gli occhi della mia nipotina riflettono il fatto che lei ha capito la lezione, mentre quelli di altri bambini dimostrano il contrario. (Applausi dai Gruppi Misto, DS-U, Mar-DL-U, Misto-SDI e Verdi-U). E questo si consolida giorno per giorno mantenendo una differenza. (Proteste dai bachi della maggioranza. Commenti della sottosegretario Aprea). Non neghiamo la realtà! Se non vi piace l'espressione "di classe", ne uso un'altra, ma la sostanza è esattamente questa. Per non parlare poi degli zainetti, che sono dei veri e propri bauli, aspetto, questo, che mi tormenta, signora Ministro! Perché rovinare la schiena dei nostri bambini nell'età evolutiva facendo portare loro sulle spalle dei giganteschi bauli di libri che pesano tra i 10 e i 20 chili? (Commenti del senatore Bucciero. Proteste dai banchi della maggioranza)
PRESIDENTE. Colleghi, perché si deve accendere la discussione proprio adesso che siamo alle battute finali? Fate continuare il senatore Amato!
PRESIDENTE. Colleghi, adesso fate parlare il senatore Amato, giacché tutti avete avuto la possibilità di farlo. È fondamentale il rapporto tra scuola e formazione. Vengo da una tradizione di cultura politica che non ha mai ritenuto i lavori un aspetto deteriore dell'attività umana: semmai, altri li hanno considerati tali; anzi, ho sempre pensato che essi fossero e potessero essere un veicolo per far crescere l'intelligenza e la capacità di controllo sul proprio lavoro attraverso il cervello. Oggi questo è sempre più vero, ma è fondamentale che si tratti di percorsi integrati e non separati. Dico questo perché è verissimo quel che è sotteso all'ipotesi avanzata dal Governo, e cioè che una ragazza o un ragazzo possono apprendere meglio, partendo a volte dal dato teorico, a volte da quello pratico. È verissimo, e ci sono esperienze che lo dimostrano. Ieri sera, un mio amico che si occupa di formazione più di me mi raccontava di alcuni ragazzi assolutamente refrattari, come me, alla trigonometria: a me l'idea del seno e del coseno e dei triangoli sembrava una stranezza che nella fantasia di un ragazzo evocava tutt'altro, e non sono mai entrato nelle funzioni circolari del triangolo. Ad altri ragazzi come me, messi davanti a una macchina utensile e costretti a misurare gli angoli che attraverso di essa dovevano realizzare, probabilmente è scattato il meccanismo per capire la trigonometria. E questo è verissimo. Ma allora, si tratta di due percorsi formativi diversi che debbono però portare esattamente allo stesso punto, in cui si fondono e si confondono le nozioni teoriche e quelle pratiche, le nozioni generali e quelle specialistiche. In tal senso, oggi abbiamo bisogno a tutti i livelli dell'istruzione di fondere le due esperienze. Sto gestendo un master per management innovativo in cui, oltre ai profili di economia aziendale specifica, si cerca di insegnare agli studenti e alle studentesse macroeconomia, storia e scienze sociali, in base al principio che si usa bene uno strumento non solo se lo si conosce, ma se si conosce bene il problema a cui lo strumento è destinato a dare soluzione. Ciò vale per i master, ma anche per qualunque attività e diploma formativi. Vi è quindi bisogno di entrambe le esperienze per capire il problema e lo strumento. Vi è bisogno di averle entrambe per un'altra ragione, e cioè perché, come è statisticamente dimostrato, se viene meno l'apporto delle culture più generalistiche, viene meno la spinta all'apprendimento successivo, ossia quelle curiosità di principio che spingono verso l'apprendimento continuo. Ora è evidente - ed è dimostrato, non è un'opinione: basti vedere i dati OCSE – che più precoce è la separazione tra il percorso scolastico e quello formativo, più è facile che rimangano diseguaglianze di risultati formativi nei due ambiti. È altresì più facile - dico un'altra cosa sgradita, ma chiamiamo pane il pane e vino il vino – che il passaggio dalla scuola al canale formativo sia dettato dalle condizioni sociali della famiglia del ragazzo o della ragazza o dal fastidio dell'insegnante, che chiama i genitori e dice loro: vostro figlio per questo non è adatto, mettetelo da un'altra parte! (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U). Questo è ciò che in concreto rischia di accadere perché dietro ai paroloni stanno queste banalissime realtà quotidiane. Se è così, quello dei drop out rimane esattamente un problema che non viene risolto, ma soltanto messo fuori dalla porta della scuola. E non è in nome della necessità che la scuola ha oggi di veder soddisfatto il bisogno di responsabilità che si giustifica una situazione del genere. Non sarò mai d'accordo se qualcuno di questa parte politica pensasse che la responsabilità è una nozione di destra: la responsabilità è parte fondamentale della crescita della personalità di ciascuno. Purtroppo, ho sentito dire, in qualche contesto, che la responsabilità "è di destra". Considero questa idea una "eresia di sinistra"! (Applausi dai Gruppi Misto, DS-U e della senatrice Manieri). Ma la responsabilità è una questione che sta nella comunità scolastica e va risolta all'interno di essa: non si può buttare fuori qualcuno in nome della responsabilità; si possono prevedere processi valutativi severi e costruire percorsi personalizzati. Ho sentito trapelare, nelle discussioni che vi sono state, una relazione tra la separazione e il tema della responsabilità: ritengo che questo sia il modo peggiore di affrontare tale questione, percheè è un modo irresponsabile. Caso mai, lo si affronta con l'autonomia degli istituti, che organizzano il proprio personale in funzione delle soluzioni utili e che non se lo trovano organizzato da una legge finanziaria, che è lo specchio di una scuola pensata sulla base di una persona per una lezione frontale: questo è tutto. Questo cancella l'autonomia e impedisce uno degli obiettivi che lei, signora Ministro, ha, e di sicuro non è stata lei a volere questo, cioè la personalizzazione, perché non si può proprio fare, non ci sono le risorse. Anche all'autonomia delle Regioni - perché no - credo molto. Penso che culture, storie locali, esperienze vissute dai ragazzi e dalle ragazze siano utilmente evocate nella scuola perché li fanno sentire vicini a ciò che vivono e permettono una vicinanza tra ciò che vivono e ciò che imparano, ma sulla base di un'offerta formativa per tutti che deve coprire tutti gli elementi essenziali. Qui, davvero, discutiamo oggi con lei questi elementi essenziali e non siamo forse d'accordo su di essi? E domani, quando saremo chiamati a discutere un disegno di legge del suo stesso Governo che quegli elementi essenziali cancella, che succederà di questo? D'Azeglio ci potrebbe accusare che stiamo "sfacendo" insieme l'Italia e gli italiani, e questo lo dovremmo evitare. È per questo, signora Ministro, che diciamo no al disegno di legge che il Governo ha portato in quest'Aula, ma siccome crediamo alla idee e alla forza delle idee, non abbiamo ritenuto inutile ribadirle qui davanti a lei; chissà che non riescano a camminare. Se nel suo lavoro futuro capitasse che lei ne tenesse conto, noi non ce ne offenderemmo: penseremmo che qualcosa di buono è successo per i nostri figli e per i nostri nipoti. (Vivi applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Misto-SDI e Misto-Udeur-PE e dei senatori Togni e Peterlini. Molte congratulazioni).
Resoconto stenografico della seduta n. 276 del 13/11/2002 Fonte: Sito Web del Senato della Repubblica (www.senato.it) top |
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