INTERVENTO AL SENATO
del Sen. Prof. Giuliano AMATO

[Dibattito sulla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena e sulla morte del dottor Nicola Calipari]



9 marzo 2005




Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, gli italiani tutti, e noi insieme agli altri italiani, abbiamo vissuto dei giorni scorsi una delle vicende emotivamente più sconvolgenti della nostra storia recente. L'abbiamo espressa con quel doloroso ossimoro che è: gioia e dolore, gioia e orrore. Ma certo, la salvezza della vita per la quale voi vi siete adoperati con il nostro sostegno e la perdita di chi quella vita era andato a salvare, e ha salvato morendo, ha rappresentato una tragedia difficilmente rappresentabile, e tuttavia la tragedia che abbiamo vissuto.
E il Paese intero ha reagito con quei sentimenti di commozione unanime e di unanime partecipazione che emergono nelle situazioni difficili, dal profondo della nostra coscienza e della nostra comune identità nazionale.
E unanimi siamo stati nell'apprezzare l'azione del Governo nella vicenda, così come abbiamo apprezzato le sue parole di oggi e la prontezza e fermezza nel pretendere dagli Stati Uniti l'accertamento delle responsabilità. Se lei lo ha fatto, aveva ed ha ragione di ritenere che da quella parte vi siano responsabilità da accertare. Sarà comunque la commissione mista - non deve essere lei - a rispondere alle domande alle quali bisogna rispondere. È vero, è un precedente importante, è la prima commissione mista istituita dagli Stati Uniti, anche se non è la prima commissione mista in assoluto.
Nel caso testé evocato, una commissione mista venne istituita dal Governo italiano; vi parteciparono rappresentanti del Governo americano e dal lavoro di quella commissione scaturirono gli indennizzi alle vittime di quella tragedia, anche se poi la giustizia militare americana non fu all'altezza delle nostre aspettative, ma questo era anche al di fuori delle possibilità del Governo americano di allora.
E ci sono domande alle quali attendiamo una risposta: se sono stati realizzati i contatti informativi necessari tra tutti coloro tra i quali dovevano intercorrere; da quali postazioni sono stati sparati i colpi; se i comportamenti di chi ha aperto il fuoco abbiano comunque violato le procedure e le regole da seguire in tali circostanze. Siamo certi che sarà sua premura far sì che i componenti italiani della commissione possano avere pari accesso a tutti i documenti e alle testimonianze rilevanti e che essi abbiano, e la loro voce abbia, il peso che deve avere nelle conclusioni.
Ma oggi siamo qui, signor Presidente, con la vita che abbiamo salvato e con quella preziosa di Nicola Calipari che abbiamo perduto. Siamo nella stessa condizione in cui si trovano tante famiglie a cui muore prematuramente un figlio e che, dopo quell'evento tragico, sono indotte a fare qualcosa perché non si ripeta, perché non accada ad altri figli quello che è accaduto a loro. E allora ci domandiamo se non tocca a noi, se non tocca allo Stato, porsi le stesse domande, fare propri gli stessi propositi. Due questioni sono qui davanti a noi. La prima riguarda - parliamone senza veli - la politica dei riscatti, che tutti abbiamo condiviso, per la salvezza dei nostri connazionali all'estero, a prescindere dal fatto che la si sia seguita o meno in circostanze specifiche nell'uno o nell'altro caso.
È opinabile, ma è sostenibile, che c'è differenza tra i riscatti che uno Stato vieta nei sequestri interni ai suoi confini e quelli che esso stesso è pronto a pagare in situazioni critiche all'estero. Nel primo caso, esso dispone di tutte le risorse dei suoi apparati per salvare la vittima e può pretendere che l'azione sia lasciata ai suoi apparati. Nel secondo caso no, e lei lo ha ricordato poco fa. Tuttavia, per ragioni diverse, una tale politica a lungo andare può diventare controproducente perché può inquinare la trasparenza e la necessaria lealtà nei rapporti con altri Stati con cui ci troviamo a collaborare in quelle situazioni; perché ancor più può mettere a repentaglio la sicurezza di altri italiani non solo nel medesimo contesto - e non a caso il Governo italiano sta chiedendo ai nostri concittadini di evitare la presenza in Iraq - ma in qualsiasi parte del mondo in cui operino cellule terroristiche, che oggi operano ovunque, che possono vedere i nostri connazionali come bersagli più appetibili di altri.
Riflettiamoci tutti perché è materia sulla quale tutti condividiamo responsabilità, tutti abbiamo ragione di pensare se abbiamo fatto bene e se possiamo continuare così.
La seconda questione, signor Presidente, concerne la necessità di combattere il terrorismo. È una delle grandi lotte che abbiamo davanti a noi, ma cerchiamo di evitare altri Iraq; il che non significa - per me personalmente e per i Gruppi a nome dei quali sto parlando - non collaborare con gli Stati Uniti, ma impostare un nuovo rapporto tra Europa e Stati Uniti inteso ad affrontare le questioni oggi sul tappeto che solo attraverso la collaborazione tra noi e gli Stati Uniti possono essere risolte e non trasformate in altri incendi.
Le propensioni all'unilateralismo altrui, lo sappiamo bene, non si contrastano con un contrapposto unilateralismo, ma con l'apertura ad un multilateralismo fondato sulla pari dignità e su strategie concordemente definite.
Il presidente Bush ha iniziato il suo secondo mandato in modo diverso dal primo. Ha reso omaggio all'Unione Europea, facendo di Bruxelles il cuore del suo viaggio europeo. Ha riconosciuto il valore della nostra integrazione. Ha parlato un linguaggio di collaborazione attraverso strumenti che non hanno evocato l'intervento militare. Sta a noi, ora, raccogliere la sfida. Una sfida che ci coinvolge come europei non come italiani soltanto.
Quindi, mi permetta di dire, signor Presidente del Consiglio, che non sottovaluto l'importanza del rapporto che lei ha instaurato con Washington, ma mi auguro che il Governo apprezzi a pieno l'importanza della nostra attiva presenza nel contesto europeo nel quale la stessa Washington potrà cercare e trovare in futuro i suoi interlocutori principali.
Iran, Siria, questione mediorientale sono temi certo difficili, tali da richiedere una comune fermezza, ma per nessuno dei quali qualcuno oggi prefigura o prevede il ricorso ad interventi militari preventivi. Gli stessi Stati Uniti sono consapevoli delle enormi difficoltà e degli enormi ostacoli economici e militari ad affrontare in quell'ottica le questioni che abbiamo davanti. Del resto, la vicenda irachena, e in essa la tragica sequenza che ha portato alla morte di Nicola Calipari, mette in luce tutta la problematicità del mestiere delle armi, anche quando a ricorrervi è l'unica superpotenza del mondo che vince la guerra iniziale ma semina ostilità contro di sé.
Semina, per ciò stesso, ulteriore insicurezza in luogo della sicurezza che credo sinceramente vorrebbe portare e si trova alla fine incarnata dalla inesorabile debolezza e fragilità degli uomini, ai quali deve affidare il controllo del territorio. Neppure una superpotenza ha tanti uomini e donne professionalmente addestrati quanto quelli che servono per tenere sotto controllo un grande Paese attraversato dal terrorismo.
Noi siamo orgogliosi (e io lo sono da sempre, e ci viene invidiata) della professionalità degli uomini e delle donne che mandiamo in altri Paesi ad assolvere compiti difficili e credo che gli americani siano altrettanti orgogliosi dei loro. Ma 150.000, 200.000 uomini e donne a quel livello di professionalità non li si può mandare. Allora i giovani soldati che chiedono scusa, e di cui ci ha ieri parlato il nostro Ministro degli esteri, non sono - come qualcuno aveva scritto - uno stereotipo non rispondente a verità, diffuso da chi vuole screditare gli Stati Uniti.
Ne lessi per la prima volta mesi fa, quando mi trovai a scrivere la prefazione al rapporto Baghdad, scritto da un professore californiano, Mark Jürgensmeyer, il quale vedeva questi giovani, andando a Baghdad, sulle torrette dei blindati con l’angoscia negli occhi ed il dito nervosamente appoggiato sul grilletto o sul pulsante della loro mitraglia. E li vedeva con simpatia; gli ricordavano i suoi studenti; eppure gli faceva paura la situazione che essi vivevano.
Anch’io provo questi sentimenti, ma vorrei che tutti facessimo il possibile perché tutti questi giovani studenti, o immigrati semiclandestini in attesa di una green card, non si trovino più in queste situazioni. Il che ci riporta ancora una volta sull’Iraq.
Non tornerò a dirle, signor Presidente, che noi non avremmo mandato lì le nostre truppe; tra l’altro, Giuliana Sgrena si sarebbe trovata in Iraq anche se i nostri militari non ci fossero stati. Il problema oggi è la sicurezza in quel tormentato Paese ed è un problema - le assicuro, signor Presidente, - che noi consideriamo nostro. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Misto-SDI). Ma non è il tempo di affrontarlo con razionalità e pragmatismo, uscendo dalla contrapposizione dei si e dei no alla continuazione, così com’è, dell’attuale missione?
Ci sarà tra poco un nuovo Governo; le condizioni sul terreno sono cambiate; la coalizione a cui da non belligeranti ci siamo affiancati è oggi, a dir poco, decimata. Parliamone senza pregiudizi; ci ha unito la commozione; vediamo se riusciamo a farci unire anche dalla ragione e dall’assenso che tutti credo vogliamo dare alle vite che la nostra presenza in quella situazione mette comunque a rischio, come a rischio oggi sono le vite dei nostri a Nasiriya.
Vorremmo ricordare anche loro oggi perché un futuro deve essere un futuro anche per loro e per l’Iraq. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Misto-SDI, FI, UDC, AN e dei senatori Zancan e De Zulueta. Molte congratulazioni).

Resoconto stenografico della seduta n. 759 del 09/03/2005 (XIV LEGISLATURA)
Fonte: Sito Web del Senato della Repubblica (www.senato.it)






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