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Intervento in occasione della presentazione della ricerca "Gli atti di violenza contro gli stranieri in Italia"
del Presidente del Consiglio GIULIANO AMATO Convegno del 11/1/2001, Roma, Palazzo Marini
Fonte: Sito Web della Presidenza del Consiglio dei Ministri
Io ho sempre apprezzato Ulrich Beck, ho letto i suoi lavori e mi sono sempre divertito. Vi segnalo l'ultimo suo lavoro: “I rischi della libertà”, pubblicato di recente da “Il Mulino”. E' questa una raccolta di diversi pezzi che vi permettono di leggere Beck senza le preoccupazioni che ha espresso Angelo Panebianco, cioè della Sinistra al bando o allo sbando; vi permette di leggerlo dimenticando un po' la politica, il che non guasta.
Se poi arrivate ad apprezzarlo, lo avete apprezzato. A quel punto, non vi ponete la domanda se avete fatto il peccato mortale di accostarvi alla Terza Via, essendovi, perciò stesso, discostati dalla nozione liberale di libertà. Evitate di avere questo problema. Credo che questo vi aiuti a vivere.
Gli accademici, invece, razza alla quale io appartengo, tendono a crearvi l'angoscia, perché vi pongono sempre davanti a un problema di scelta: o con me o contro di me. D'altra parte, la storia dell'accademia è questa: io non posso prendere una libera docenza o una cattedra, se non scrivo un libro critico verso altri libri, perché se non è critico verso altri libri non ho nessuna ragione di scriverlo.
Così l'accademia procede attraverso una costante inesorabile dialettica, che ha bisogno di un bersaglio da criticare con asprezza. Mai i professori accoglierebbero la raccomandazione del nostro Capo dello Stato: “Pensiamo a ciò che ci unisce, più che a ciò che ci divide”, perché se pensassimo a questo la nostra produzione letteraria scenderebbe dell'80%, e anche le nostre carriere ne risentirebbero.
[VOCE. Ne risentirebbe anche lo sviluppo della scienza.
GIULIANO AMATO. Naturalmente. A volte della scienza, a volte della carta. Entrambe le cose possono essere relativamente vere. Ci sono delle proposizioni sulle quali dovremmo riuscire a trovarci d'accordo, senza necessariamente coglierci antecendenti inaccoglibili.]
Io sono capace di leggere la proposizione che la democrazia addomestica il mercato senza vederci nonno Marx, ma vedendoci nonno Schumann.
E' pacifico per tutti che, in assenza di regole antitrust, il mercato tende a funzionare male – sto dicendo un'assoluta banalità – e che, quindi, il mercato concorrenziale (quello che concorre anche alla dinamica della scienza, oltre che della produzione delle scarpe, dei televisori) è un mercato che ha bisogno di regole antitrust, che vengono dalla democrazia.
Naturalmente, la vollero i repubblicani, quelli di allora, quelli di 200 anni fa, nella nozione repubblicana della dialettica della cultura politica americana della fine del ‘700. Io confesso che mi riconosco abbastanza con quei repubblicani, che non avevano nonno Marx tra i loro antecedenti.
E' altrettanto pacifico che in ogni economia di mercato c'è un sistema politico, che ha una destra e una sinistra, ed entrambi sono coerenti con l'economia di mercato. Probabilmente, l'Europa sta cercando questa strada, partendo da una posizione di Sinistra che era extramercato, quindi, sta avendo una transizione.
Forse, se tu invece di volerla portare a Canossa, inflessibilmente la lasciassi lavorare, ti accorgeresti che, poi, la Sinistra europea non è proprio allo sbando, ma è ancora al governo nella maggioranza dei Paesi europei, salvo qualche mucca pazza che fa dimettere qualche Ministro. E questo può succedere a questo mondo, ma per il momento non impedisce ad una Sinistra, alla ricerca della sua strada, di essere al governo in un numero rilevanti di Paesi europei. Ma non è di questo che io volevo parlare.
Mi interessa molto una cosa giustissima che ha detto Angelo Panebianco, cioè il fatto che Beck è riuscito, nella sua produzione, a cogliere tempestivamente cambiamenti che sono intervenuti nelle nostre società e che non sono, perciò stesso, tutti imputabili alla seconda modernizzazione. Essi sono frutto di un processo di progressiva non liberalizzazione, ma libertarizzazione delle nostre società, intervenuta nel corso degli anni, anche prima che morisse il forbismo, di progressiva caduta dei contesti gerarchizzati, nei quali gli individui vivevano e di esposizione degli individui a contesti collettivi segnati, piuttosto, dalle libertà reciproche, che da strutture precostituite che dicevano quello che si poteva fare.
Forse non è la prima volta che accade un fenomeno del genere nella storia. Sono accaduti, più volte, fenomeni del genere, e più volte si è pensato che questi fenomeni annunciassero la fine. Ogni volta che un ordine costituito è finito, si è pensato: “Cadremo nel disordine. Come ce la caveremo?”. Allora, si sono cercati rimedi al disordine.
Ogni volta che emergono delle libertà sembra che queste portino al disordine, che la società non sia in grado di reggerle. Allora il vecchio Hegel dice: “Facciamo lo Stato”, quando capitò lo stesso fenomeno, quando si univano gli ordini medioevali. L'ossessione di Hegel era questa, e lui inventò lo Stato come modello concettuale.
Sono anni che noi siamo davanti a questo fenomeno e non sappiamo come se ne esce. Un fenomeno che ha spaventato moltissimo le gerarchie: la secolarizzazione. Quando sparirono le lucciole di Pasolini, sparirono i valori tradizionali, la famiglia contadina, la religione come collante e gli individui restarono soli. Restarono soli e subito all'inferno. E' questa l'idea.
La domanda che si pone Ulrich Beck è la seguente: la libertà non può essere la fonte dell'organizzazione, anziché del disordine? Questa è la domanda liberale. Questa è una domanda straordinaria, che tu dovresti apprezzare, ma è questa la domanda che si pone: si può organizzare sulla libertà? Anche lui arriva al di là di dove, per esempio, arrivano dei bigotti come me, perché lui dà effettivamente per morta la capacità coesiva delle religioni. La capacità coesiva delle religioni è legata ad una promessa dell'Aldilà in cui, ormai, sono un pochi a credere, e quindi non funziona più.
Io dubito che questo sia vero. Non so quanti credono alla promessa dell'Aldilà, ma ho la sensazione che le religioni, con o senza quella promessa, abbiano tuttora una capacità coesiva, che io stesso ho detto più volte che ritengo comunque una risorsa delle società contemporanee, a fini di ordine e di tenuta.
Di questo io sono convinto come lui, mi schiero con lui, a prescindere dal fatto che entrambi siamo amici della Sinistra allo sbando, sul fatto che è sulla libertà che dobbiamo puntare per ricreare un ordine e che la fine delle gerarchie non è necessariamente la fonte di un disordine non governabile.
Trovo questo il punto chiave, con una serie di implicazioni che portano alla responsabilizzazione degli individui, al riconoscimento delle alterità, a una serie straordinaria di conseguenze che portano – è un modo bello quello con cui lui lo racconta – ad affrontare una serie di domande che prima non ci si faceva.
Segnalo, per coloro che non amano le robe sull'economia, sulle tecnologie, sul postforbismo – in fondo non tutti amano questi temi, li dobbiamo amare noi che facciamo politica, li devono amare i sindacalisti, gli imprenditori –, che Ulrich Beck offre degli spaccati che illustrano il senso delle sue idee che stanno al di fuori di queste robe, che stanno nella famiglia, nel mondo dei giovani, cose bellissime che lui ha scritto più volte.
Lui è bravo nelle citazioni, prende pezzi di romanzi che illustrano le sue tesi. Il pezzo che lui rievoca qui è questa cosa dell'angoscia della libertà. Avere la libertà è bello, ma è molto più comodo che qualcuno mi dica quello che devo fare, perché si vive meglio davanti a un televisore, dove ci si può addormentare tranquillamente senza essere se stessi, che non essendo costretti ad essere se stessi.
Lui, ricorda “Home the end of the world”, una casa alla fine del mondo di Cunningham, quando la figlia chiede alla madre: “E tu eri certa che fra tutti gli uomini di questo mondo volevi sposare proprio lui? Non hai mai temuto di fare un errore madornale, di rischiare, di perdere le tracce più vere della tua vita, e poi non ti sarebbe stato più possibile tornare indietro?” La madre fece cenno di no con il capo, come una mosca lenta ma perseverante “Allora non ci ponevamo domande così grandi. La vita mi pioveva addosso così come altri l'aveva decisa. Certo, io la subivo, ma non avevo il problema di scegliere”.
Queste domande così grandi ve le ponete voi ragazzi, oggi. E, allora, questo crea angoscia, crea il senso del rischio, l'angoscia delle possibilità tra cui scegliere. La libertà è questo. Questo è un punto di grande importanza, perché ci fa capire come questa angoscia la possiamo affrontare, come questa angoscia possa esaltare ciascuno di noi, ma anche schiacciarci. Dipende dall'attrezzatura che abbiamo.
Milioni e milioni di esseri umani, estratti dalle gerarchie familiari, dalle gerarchie comunitarie, dalle gerarchie militari, sono costretti ciascuno a decidere sul proprio destino. Questo è il problema organizzativo che abbiamo davanti. E qui torna l'economia.
Io ho fatto fare delle ricerche, che non ho pubblicato, in genere vengono pubblicati i sondaggi dai quali si evince qual è la star più attrezzata in un dato momento, su cose diverse c'è meno interesse.
Che cosa è ritenuto importante da segmenti di popolazione? Ho notato che le cose alle quali oggi si attribuisce l'importanza maggiore sono due: la competenza e la professionalità. Perché sta accadendo questo, più che in passato? Perché ciascuno capisce che in un mondo in cui è affidato a se stesso deve essere attrezzato a sopravvivere. Deve avere la condizione di superare l'angoscia delle scelte, potendole fare.
Per tornare per un momento al tema del quale lui desiderava che parlassimo – poi è giusto che davanti ai libri ciascuno parli di quel che vuole, e chi se ne importa di chi ha impostato il dibattito –, la profezia che il capitalismo abolisce il lavoro non è una profezia fondata. E’ il lavoro che richiede, per dare una qualche certezza di futuro, crescenti dosi di competenza e di professionalità. E tutti avvertono di avere questo bisogno.
Qui c'è davvero una divisione tra chi sarà schiacciato dall'angoscia e chi trasformerà l'angoscia in una specie di scelta del rischio da prendere. Già oggi, il mondo del lavoro è diviso in questi due categorie.
Un'élite di pochi passa felicemente da lavoro a lavoro, e non ha alcun interesse alla stabilità del posto del lavoro, anzi la considera una fregatura. Sono quelli che si sono autoribattezzati “i nomadi del nostro tempo”, quelli che passano da un lavoro all'altro, da un continente all'altro, da una lingua all'altra, con grande facilità. Sono le persone più qualificate, i ragazzi e le ragazze che hanno studiato il nostro tempo, che hanno padronanza delle tecnologie, che sono aggiornati su new e su old economy e che hanno un elevatissimo valore di mercato. Sono quelli che licenziano il proprio datore di lavoro, perché una bella mattina si presentano e, provocandogli un semi infarto gli dicono: “Io me ne vado”.
Vi sono situazioni diverse in cui questo accade. Io ho visto un ristoratore ai limiti di questo collasso cardiaco, quando il suo pizzaiolo gli disse che se ne andava, perché non è facile trovare persone brave che sanno fare bene la pizza. Anche quello è un modo di affrontare l'angoscia della scelta con successo.
Quando io parlo in gergo del politichese, del sindacalese, dico: sono quelli che sono difesi attraverso la flessibilità. Sono quelli che la flessibilità la chiedono, perché è una difesa per loro, per la loro professionalità.
La grande sfida che abbiamo davanti è come fare in modo che il numero di coloro che possono licenziare il loro datore di lavoro sia il più ampio possibile. Questa è una sfida che in realtà hanno tutti, chiunque siano, sinistra o destra. La vera sfida del mondo futuro e del lavoro futuro è esattamente questa. Si sta rendendo possibile, e lo vediamo, che vi sia lavoro carico di rischio che diventa una virtù: la gioia del rischio, la gioia del poter cambiare. La sfida è fare in modo che l'angoscia di tutti gli altri diventi un rischio tollerabile.
Qui vi sono una serie di implicazione. Come è possibile trasformare ciò che oggi è dei pochi in qualcosa che milioni e milioni di esseri umani possono condividere. E’ possibile alle stesse condizioni e con degli adattamenti. Luigi Einaudi diceva che non è possibile. Egli sosteneva che ai milioni e milioni non è facile spendere ciò che vale per i pochi, e lui, liberale, sosteneva la necessità di reti di sicurezza sociale, sia pure non rigide, per rendere tollerabile il rischio per i molti che non possono renderselo tollerabile da soli.
Sono questi i temi suggeriti da libri come questi, e sono temi che, credo, oggi servono a tutti, e sono esposti con un linguaggio che, secondo me, non è politicamente discriminante, quindi può entrare, se non filtrato da una dialettica accademica rigida, come quella di Angelo, nelle culture politiche del nostro tempo, le più diverse.
Devo dire, inoltre, che se è vero che non è tenero come neoliberismo, se è vero che gioca un po’, il “neo” viene appioppato all’ideologia. E' un po' come quelli di sinistra che dicono che sono per la concorrenza, ma non per quella selvaggia. Poi, chissà perché, sembra sempre che sia selvaggia.
Ora, io vi leggo una cosa – sulla quale non mi esprimerò – per assolvere lui, anche se sa fare da solo. Però in questo momento ho ritenuto doveroso fare un po' da avvocato suo – anche se lui non ha bisogno di avvocati – perché c’è una cosa, nelle ricerche della Terza Via, che è ritenuta uno dei pilastri: il comunitarismo.
Vi assicuro, io non dirò se condivido o meno questa affermazione, ma per sottolineare che non ha tenerezze partigiane, vi leggo quello che dice di questo e che, forse, non tutti hanno presente: “Gli avversari dei neoliberali comunitaristi oppongono alla bandiera del mercato quella della comunità. Il concetto chiave di questa impostazione è che mercato e contratto sociale di per sé non fondano alcuna relazione sociale, ma hanno bisogno dell’attiva identificazione dei cittadini con la propria comunità”. Questo è ciò su cui è fondato il volontariato, ecc..
“Da questo punto di vista il movimento comunitarista che sta, oggi, prendendo piede anche in Germania dev'essere inteso come mero movimento reattivo al neoliberalismo della cupidigia.
Tuttavia, mentre i nuovi adepti del mercato agiscono e con grande efficacia, i comunitaristi si accontentano di avere una funzione per lo più decorativa. Essi cercano di scacciare il diavolo dell'egoismo con una retorica ispirata della comunità, una sorta di rimedio della nonna che, come tutti rimedi della nonna, non fa male a nessuno e non costa nulla. Molti comunitaristi confondono la moralizzazione con l'analisi [...]". Questo è fortemente controverso.
Insomma, il suo appello esclusivamente alla libertà politica, è un appello che è difficile non vedere come un punto d'incontro forte con la cultura liberale.
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