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Il Presidente del Consiglio Giuliano Amato interviene alla Conferenza Nazionale sul lavoro:
"Il lavoro che sarà".
Roma, Palazzo dei Congressi
1 febbraio 2001
Fonte: Sito Web della Presidenza del Consiglio dei Ministri
(bozza non corretta)
Assistiamo ad una fase della storia nella quale c'è tanto di nuovo già nel nostro presente, tanto di un futuro che è già cominciato e che si mescola nella nostra esperienza quotidiana con un passato che in parte siamo convinti di dover superare, ma che, in parte mostra paradigmi culturali con i quale interpretiamo il mondo come sarà. Qui, invece, lo interpretiamo ancora come era.
Questo è un tema che va molto al di là delle singole questioni che, a volte, affrontiamo come se fossero l’universo. Il nuovo che sarà, che è già cominciato non è, quello che Keynes descriveva nella famosa lettera ai nipotini. Almeno non lo è ancora, non è ancora un mondo nel quale possiamo rinunciare al lavoro, ai vizi del danaro per dedicarci esclusivamente alla virtù delle attività che non nascano dallo scambio di lavoro o di attività imprenditoriali, comunque contro danaro.
Qualche anno fa era nata l’illusione che questo fosse il futuro verso il quale ci avviavamo, una società ricca senza lavoro o con il lavoro di pochissimi. In effetti sembra quasi, o si presenta ad alcuni, come brutalmente il contrario: una società nella quale ci sarà ancora bisogno di lavoro, ma il lavoro non avrà più le certezze tranquillizzanti che ha avuto per lunghi anni, che noi abbiamo vissuto.
Si moltiplicano i libri, i seminari, le Conferenze. Un bravo autore tedesco ha reclamizzato questo come titolo di propri lavori e come titolo del mondo nel quale stiamo entrando. Un altro autore tedesco, uno dei quelli che più hanno lavorato sulla società del " fai da te " descrive in questo modo – mi permetto di citarlo – il sentimento che il lavoro oggi suscita: “Oggi giorno tutto sembra scongiurare contro i progetti per la vita, i legami duraturi, le alleanze esterne, le identità immutabili. Non posso più contare a lungo termine sul posto di lavoro, sulla professione, sulle mie capacità, posso scommettere che il mio posto di lavoro verrà assorbito dalla razionalizzazione, la mia professione si trasformerà sino a risultare irriconoscibile, le mie competenze non saranno più richieste”.
È un paradosso, ma per il futuro che vorremmo dipingere e che giustamente potremmo dipingere, e possiamo dipingere come un futuro ricco di promesse, è un futuro nel quale l'asse della vita che continuerà ad esser tale, e che è il lavoro, è vissuto come un’angoscia sia da chi lo ha sia da chi non lo ha. In passato, invece, era vissuto come un’angoscia solo da chi non lo aveva, perché chi non lo ha non sa se lo avrà, chi lo ha non è sicuro di mantenerlo.
Questo cambia tantissime cose, perché al fatto di trovare il lavoro era legato a quello di mettere su famiglia, quindi pianificare lunghi anni di vita. Era legato al fatto che potevo comprarmi una casa e quindi assumere su di me un mutuo ventennale. Era legato al fatto che potevo avere dei figli e pianificare la spesa necessaria per crescerli, per mandarli a scuola, per mandarli all'università. C'è ancora bisogna di casa, di famiglia, di crescere figli. Lo si fa, però, in questa società del rischio.
Questo è il tema che abbiamo davanti. È questo il tema che dobbiamo far crescere, lievitare, costruire: lo dobbiamo far vivere alla società come una promessa e non soltanto come una angoscia.
Ora, è talmente forte il cambiamento, e già sperimentato da molti, da indurre alla profetizzazione o teorizzazione di soluzioni estreme. Allora, se tutto cambia, a cosa servono i sindacati? A questo punto ciascuno vive per sé. A cosa serve la concertazione? A cosa servono le leggi, che per definizione regolano fenomeni che hanno un minimo di durata? C'è, naturalmente, chi vede in questo l'inesorabile e felice necessità di un mercato che, comunque, autoregolerà tutto questo, perché non ci sarebbe il tempo per altri, al di fuori della flessibilità estrema, di regolare una fenomenologia del genere.
Io sarei molto guardingo davanti ad atteggiamenti estremi di fronte ad un cambiamento, pur radicale, come quello che abbiamo davanti. In tutte le epoche della storia l’economia ha prodotto i suoi frutti quando le imprese, il mondo del lavoro, il mondo delle istituzioni hanno trovato una convergenza utile a massimizzare il potenziale dello sviluppo. E’ stato sempre così, anche in questa difficile fase; e non è difficile dimostrarlo. Sarà così e il momento diventerà forse felice, ma occorre questa convergenza. Occorre, da una parte evitare gli occhiali del passato, che, giustamente, il presidente D’Amato invitava ad evitare, dall'altro non cadere nelle estremizzazioni opposte. Non bisogna pensare ad un futuro nel quale ciascuno di noi sarà appeso ad un palloncino che lo porterà in giro tra i venti di un cielo fatto di totale innovazione. Il mondo non funziona così.
Anche il fordismo quando arrivò sconvolse il mondo e cancellò tanti lavori che prima c'erano. Anche il fordismo fu non capito all'inizio. Poi ha prodotto quella fase straordinaria di sviluppo che ha costruito le categorie culturali con le quali noi oggi valutiamo, in effetti sbagliando, il futuro. Ha potuto compiere tutto ciò proprio per una convergenza dei mondi interessati: il mondo del lavoro, il mondo dell’impresa, il mondo delle istituzioni. La grande impresa, che fu la grande protagonista del periodo fordista, lavorò con i grandi sindacati. Essa creò le grandi istituzioni previdenziali, che si fondavano sulla capacità di raccogliere risorse dai grandi serbatoi rappresentati, appunto, dalle grandi aziende. Si avvalse del rapporto con le istituzioni pubbliche che dettero grandi infrastrutture, reti commerciali e sistema bancario. La produzione di massa di beni diventò distribuzione di massa di beni e servizi. Nacquero le istituzioni sociali fondate sulla raccolta di massa di risorse. Questo è stato il fordismo: queste tre cose messe insieme, non una sola.
E non di una sola cosa ha bisogno il futuro che è già cominciato. Ha bisogno di istituzioni e di parti sociali che sappiano reidentificare i propri compiti, di interventi che tocchino, ciascuno, dei punti sensibili del sistema che ancora non capiamo ma che va delineandosi. E’ un sistema tutto affatto diverso. E’ un sistema globalizzato nei mercati: le nostre camicie concorrono con le camicie prodotte in Africa, in Asia. Lo sappiamo tutti.
Il fordismo era grande ma lavorava con mercati molto più protetti di quelli di cui disponiamo oggi. Certo che dobbiamo fare il possibile per ridurre i costi. Dobbiamo, però, sapere che abbiamo un mercato globale che più di tanto non ci consente di ottenere sul versante dei costi.
Il mercato del lavoro non è più un mercato protetto; ed è in qualche modo giusto che sia così. In un'Europa più grande si può andare a lavorare in un qualunque Paese. In un mondo in cui i flussi migratori sono, comunque, una realtà si può anche attraversare il pianeta per arrivare a lavorare in Europa. Si possono sconvolgere regole consolidate dei mercati del lavoro. Ci troviamo davanti alla prospettiva di un allargamento (...) grande protagonista di questa nuova fase, entrano nel mondo dei beni e dei servizi ed offrono potenzialità enormi di trasformazione della qualità dei prodotti che noi possiamo realizzare e vendere. Sono tutti questi i fattori di un cambiamento con cui abbiamo a che fare. Quali sono, allora, le implicazioni? Non la voglio fare troppo lunga, ma è importante avere chiaro questo quadro enorme di cambiamento in cui ci troviamo ad operare. Come lo dominiamo, come lo governiamo?
Operando su tutti i fattori. Evitando di trattare il futuro come abbiamo trattato il passato. In questi anni ho cercato di fare il possibile per convincere i miei interlocutori che la competitività è riduzione di costi, ma non soltanto questo. Dire che non è solo riduzione dei costi non è ignorare il problema dei costi ma è constatare che questo non basta a risolvere il nostro problema, perché per risolvere il nostro problema dobbiamo andare al di là di ciò che facciamo. Come dicevo prima, per una serie di produzioni non c'è riduzione di costi che possa renderci competitivi.
Io ho un'opinione molto chiara su un punto base dell'analisi del caso italiano. Se noi abbiamo più sommerso di altri, se noi abbiamo più disoccupazione di altri, non riesco a non connettere questi due indici negativi con un altro indice negativo: la nostra economia ha meno spazio per i servizi delle economie che hanno meno sommerso e meno disoccupazione. Questi tre dati mi si negano inesorabilmente. Rispetto ad economie con le quali si confronta, l'economia italiana ha raggiunto più o meno lo stesso livello di tasso di impiego di manodopera in agricoltura, ma ha ancora un tasso di occupazione nell'industria molto superiore agli altri: non ha sviluppato i servizi. Ne ha meno, per una serie di ragioni. Ciò per una serie di ragioni che riguardano la conformazione complessiva del nostro sistema industriale, la conformazione tendenzialmente pubblicistica dei nostri servizi, la conformazione tendenzialmente corporativa chiusa di altri servizi, l'assenza o l'insufficienza delle tecnologie e della relativa formazione sulle quali si sono sviluppati in altri Paesi i servizi.
Sono questi, dunque, i dati sui quali dobbiamo lavorare, che rendono cruciali la formazione permanente, la diffusione delle tecnologie nel nostro sistema produttivo, l'accrescimento dimensionale di buona parte delle nostre troppo piccole imprese che, proprio perché troppo piccole, non riescono ad attingere ai costi delle tecnologie, oggi necessari, l'apertura del mondo dei servizi, l'apertura del mercato finanziario che ancora oggi da noi, a differenza di quanto accade in altri Paesi, non ha i polmoni, le prospettive, le elasticità necessarie per arrivare a finanziare e a vivere in termini di mercato i servizi possibili.
O tocchiamo tutti questi punti o non stiamo parlando del lavoro che sarà, del lavoro che possiamo creare, delle condizioni di vivibilità non angosciata di chi da un lavoro deve passare ad un altro. Infatti, noi lo sappiamo che al di sopra di una certa soglia di preparazione professionale, in un mondo che abbia i polmoni delle attività produttive, oggi possibili, il passaggio da un lavoro all'altro è una scelta, non una condanna.
Il nostro problema è che per troppo pochi è così. Ma questa è una potenzialità che esiste, che noi possiamo allargare. Mi dispiace per il Presidente D'Amato, ma credo che lui ne sarebbe contento. Il giorno del grande salto sarà il giorno in cui accadrà sempre che i datori di lavoro saranno licenziati dai loro lavoratori e non che loro licenzieranno i loro lavoratori. Questo sarà il vero segno del cambiamento.
È già cominciato, lo sappiamo, come sappiamo che i datori di lavoro si tengono stretti quelli che li potrebbero licenziare. Cento, mille, 100 mila lavoratori in condizione di fare questo. Questo dev'essere il primo dei nostri obiettivi.
Se questo è il primo dei nostri obiettivi, è evidente che c'è un limite in talune politiche che noi adottiamo e che le dobbiamo allargare, far respirare, moltiplicare.
Quante delle imprese sommerse, nel Mezzogiorno, vale la pena di fare emergere? Ce la dobbiamo porre questa domanda. Ci sono realtà variegate nel sommerso del Mezzogiorno. Ha fatto bene Cesare Salvi a ricordarlo prima. Ci sono realtà variegate che sono arrivate alla sommersione per ragioni diverse: ora di costi, ora di condizioni ambientali. Molte di esse è bene farle emergere, siamo in condizioni di farlo.
Sappiamo benissimo, però, che molto di esse sono competitive solo in quanto sommerse, perché solo in quanto tali riescono a produrre a costi competitivi rispetto ai Paesi terzi che hanno, per quelle produzioni, dei vantaggi che la condizione di emersione farebbe cadere.
Non è per tutti così, ma in molti casi sappiamo che lo è. In molti casi, cioè, sappiamo che il futuro del Mezzogiorno non è nell'emersione di questa parte di imprese, ma nell'ingresso in altre attività, che sono attività di servizi, attività di produzioni qualificate, attività per le quali siamo in condizione di attrezzarlo. Aggiungere alla riduzione ulteriore dei costi la possibilità di licenziamento e così via, non cambia nella sostanza l'appartenenza al sommerso.
Noi abbiamo lavorato sui costi e credo che abbiamo fatto quello che ragionevolmente è fino a questo momento possibile fare. Abbiamo ridotto il carico fiscale, abbiamo ridotto il costo del lavoro in modo consistente. La Finanziaria non era partita con il piede giusto perché avevamo lasciato al mondo dell'impresa minore e dell'artigianato un deficit di riduzione del costo del lavoro. Lo abbiamo corretto nel corso della Finanziati, in Parlamento, e abbiamo fatto in modo che tutti avessero la stessa riduzione del costo del lavoro, con l'impegno di tutti del resto. Abbiamo previsto incentivi specifici per l'occupazione (i crediti di imposta), per l'emersione, anche attraverso questi crediti di imposta.
Comunque, attribuisco non minore importanza a quello che abbiamo cominciato a fare sul terreno della formazione e dell’innovazione tecnologica. È di qua che parte veramente il futuro. Ma affinché il futuro parte occorre far partire il mondo dei servizi: servizi ambientali, servizi alla persona, servizi alle imprese. Qui sento che abbiamo fatto meno di quanto avremmo dovuto fare, e le responsabilità sono un po’ di tutti.
Insomma, mi trovo ancora ora a dover fronteggiare professionisti di altri Paesi europei che lamentano la permanente presenza nei nostri testi legislativi di norme che chiudono, entro i confini nazionali, le nostre professioni a difesa, in genere, di livelli tariffari incompatibili con la concorrenza europea. Questo è un nostro limite.
Noi non abbiamo neanche le solidarietà che ci aspetteremmo in questo momento, in Parlamento, per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali che fino a qualche tempo fa erano un cavallo di battaglia di Confindustria. L'autodifesa delle aziende pubbliche, sostenute da un partito trasversale in Parlamento, è più forte del bisogno che ha l'economia di allargare l'erogazione di servizi a mercati competitivi.
L'ultima questione, non ultima in termini di importanza, concerne il consentire l'integrazione tra mercato finanziario e produzione dei servizi. Mi vorrei rivolgere al Presidente D’Amato: credo che avremmo entrambi potuto fare di più per consentire all'operazione TFR di chiudersi e di far partire alla grande i fondi integrativi.
In termini di flessibilità, di modifica dello Statuto dei lavoratori, di licenziamento, non credo che fossero così importanti queste cose rispetto a quest’altra. Non faccio retorica, ma dico veramente ciò di cui sono convinto e che dissi l'altra sera a Stefano Parisi, il quale glielo avrà sicuramente riferito. Se mi si chiede qual è la contropartita della creazione di robusti fondi integrativi, anche attraverso il TFR, la mia risposta è la creazione dei fondi integrativi, il grande volano che questi creano sul mercato finanziario, la possibilità di avere, proprio attraverso la flessibilità che non può avere la Previdenza pubblica, la organizzazione di polizze polivalenti che garantiscano una pluralità di servizi alla persona, sulla base di un unico premio, che è il versamento nel fondo integrativo. Si tratta, quindi, di servizi che riguardano la mia vita futura, il presente dei miei figli.
La risposta è quella che, a suo tempo, non tutto il mondo del lavoro accettò da Giorgio Amendola, quando, in tempi di alta inflazione egli disse, al mondo del lavoro che politicamente rappresentava, che bisognava fermare l'inflazione. Comunque, gli venne chiesto quale fosse la contropartita. Lui rispose che l'inflazione si ferma. Aveva ragione, perché fermare l'inflazione significa difendere la capacità di acquisto dei lavoratori, che erano le prime vittime dell'inflazione.
In questo caso vale più o meno questo. Forse io non ho fatto abbastanza per rendere evidente che la contropartita dei fondi integrativi è il fondo integrativo stesso, è l'enorme vantaggio che ne avrebbe il sistema delle imprese italiane dallo sviluppo di tutto questo.
Ciascuno di noi ha i suoi limiti – io sono certo che lei né è convinto quanto meno – , ma ciascuno ha una platea alle spalle. Io non sono riuscito a convincere la mia platea che i servizi locali è bene che generino un mercato, lei non è riuscito a convincere i suoi di mollare il TFR, in nome di uno sviluppo vigoroso dei mercati italiani.
Ed è in questo senso che, ad un certo momento, si è fermata la concertazione. Se si parte dalla convinzione che questo è il tema e non un altro, allora, mettere sullo stesso tavolo più temi finisce per creare delle difficoltà. Bisognerà che questo si riprenda, ma vorrei che venisse ripreso con questo spirito.
Infatti, nei Paesi più sviluppati di noi, che hanno più occupazione di noi, che hanno più servizi di noi, c'è un mercato finanziario più articolato, più vivo, più dinamico, e c'è questa correlazione tra servizi che hanno bisogno di un finanziamento a medio e lungo termine e Istituzioni finanziarie e solide che vivono proprio attraverso la circolazione di risorse impegnate, e quindi utilizzate, sul medio e sul lungo termine.
Questo, purtroppo, riguarda un versante su cui la cultura collettiva italiana è un po’ manchevole: la cultura collettiva italiana manca di sensibilità adeguata al mercato finanziario. La sinistra tende spesso a diffidarne, è un po' ferma a San Paolo una parte della sinistra italiana.
Mentre il mondo dell'impresa è abituato a confessarsi, l'imprenditore italiano preferisce avere i soldi nel cassetto. Se mettete insieme queste due cose difficilmente il vostro mercato finanziario sarà sviluppato. Queste sono cose che contano, che dovremo fare. Ce ne sono altre, ma chiudo rapidamente, in quanto è buona costumanza non trattenere il Capo dello Stato per più di un'ora e qui siamo arrivati già a 58 minuti.
La formazione è cruciale – permettetemi di dirlo ancora una volta –, non soltanto per il Mezzogiorno dove c'è poco lavoro (...) di andarsi a fare una vacanza, non è ciò che garantisce loro una vita futura, la creazione di una famiglia. Essi possano trovare le Istituzioni ed i canali formativi per poter fare quel passo che non hanno voluto fare all'inizio.
Badate, questo è cruciale perchè la nostra economia si sviluppi. Noi abbiamo bisogno di lavoratori che licenzino i loro datori di lavoro e questi ragazzi e queste ragazze sono solo licenziabili. Dobbiamo liberarli da questa difficoltà, perchè la loro forza è la loro professionalità, la loro competenza. E' questo che risolverà il problema della flessibilità. La flessibilità si risolve da sola, la flessibilità sarà richiesta da loro, quando loro avranno la professionalità che consente loro di scegliere. Tutto ciò che possiamo fare per dargli questo è ciò che significa riformare al meglio la società, creare le (…) condizioni in cui l'angoscia del lavoro che sarà, diventerà la promessa e la speranza di ciò che io sono in grado di fare con le mie risorse.
Però -- detto questo -- le reti di sicurezza adeguate ad un mondo così ricco di instabilità. Non ce lo dimentichiamo questo. Perchè all'esterno - scusatemi, ma anche questo è un esempio che ho fatto più volte - di ogni edificio nel quale lavorano personale qualificate ad alto salario, c'è sempre qualcuno che pulisce il vetro e all'interno c'è sempre qualcuno che pulisce una moquette. E alle imprese non possiamo chiedere che questi vengano pagati come vengono pagati coloro che stanno al computer. Non lo si può chiedere. Sono mansioni poco qualificate, sono mansioni da basso salario. Occorre anche per questi formazione, ma occorre che ci sia una rete di servizi che consente loro di vivere. In primo luogo occorre una cosa, che in quanto lo desiderino le famiglie in cui c'è un reddito di quelli ce ne possano essere due.
Quindi liberare i componenti della famiglia (maschi o femmine che siano) dalla condizione drammatica dell'alternativa famiglia o lavoro. Questa è importantissima per le donne manager, ma è ancora più importante per le donne di famiglia non abbiente, che sull'unico reddito del marito non possono vivere.
Loro devono essere in condizioni di lavorare. Loro devono poter esprimere il loro potenziale di donna che lavora e di madre che accudisce ad una famiglia. Loro, prima ancora della donna manager (…) di lavoro, la possibilità di poter contare comunque su un reddito nelle fasi in cui il lavoro non c'è. Anche qui ci sono innovazioni che non abbiamo introdotto e che possiamo introdurre. Ma se alla fantasia finanziaria non viene data la possibilità di esplicarsi, questo rimane un Paese povero.
Si possono costruire polizze, le quali danno allo stesso tempo previdenza per il futuro e copertura di disoccupazione temporanea per il presente. Questo lo si può fare. E questa è una grande garanzia per quel lavoro che oggi c'è, domani non c'è e dopodomani torna ad esserci.
Questo è il futuro che possiamo avere davanti. E’ un futuro che incoraggia, non è un futuro che spaventa, ma tutti dobbiamo avere il coraggio dell'innovazione; nessuno deve ritenersi titolare esclusivo di questa innovazione. C'è spazio per una straordinaria concertazione, una concertazione fatta non di piccole cose, ma di grandi cose, su cui, però, bisogna avere una visione comune.
Io mi auguro che l'Italia dei prossimi mesi e dei prossimi anni, riesca ad avere, senza lacerazioni, senza strappi, senza posizioni ideologicamente precostituite, una visione comune sulle strade nel suo futuro possibile. Queste strade ci sono, gli italiani le potranno percorrere.
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