Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato al Convegno "Libertà eguale"


10 febbraio 2001


Fonte: Sito Web della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Dato che abbiamo posto molti temi davanti a noi stessi, dare un senso comune al riformismo e ai pannoloni può richiedere alcuni passaggi difficili in termini logici e politici. Comunque, prima di entrare nel vivo del ragionamento che ho in testa, stimolato in particolare dalle relazioni iniziali che ho potuto leggere prima di venire qui, vorrei – questo è un tema che interessa molto la stampa –, brevissimamente, toccare il tema delle autorità, sfiorato da Gustavo Ghidini.

È vero che c'è una crescente irritazione della politica per l'esistenza di organismi che l'hanno privata di spazi di decisione, che io penso non tocchino a lei ma ad organismi indipendenti – ho sempre difeso l'indipendenza della mia autorità –, ma è altresì vero che c'è una crescente irritazione degli interessi regolati, per il fatto preferirebbero essere sregolati. Premesso ciò, il buon funzionamento delle autorità è la garanzia migliore contro la crescita di queste irritazioni e la loro prevalenza finale. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare due temi, senza farci paralizzare dal facile nemico che ascolta.

Il primo è quello del numero delle autorità, in ragione delle modificazioni del mercato che non trovano più corrispondenza nelle scatole delle autorità. Io penso che tra le cose fattibili ci sia l'unificazione della Consob, dell’ISVAP e della Covip, perché trattano prodotti finanziari ormai assimilati dal mercato, e la loro differenziazione è solo figlia della diversità dei gruppi di interesse coinvolti. Il che segnala una pericolosa propensione del sistema alla cattura del regolatore, per far riferimento ad un classico tema in materia di autorità.

In secondo luogo le autorità di regolazione – chi legge gli scritti specialistici sulla materia sa che le considero animali totalmente diversi dall'antitrust –, che hanno il compito di definire regole atte a promuovere concorrenzialità in mercati strutturalmente figli di monopoli legali, debbono farlo con accurata moderazione. In caso contrario, rischiano di abituare le imprese dei settori in cui operano ad una incombenza tale delle regolazioni da produrre, alla fine, l'effetto opposto, quello cioè di non creare la dinamica e la responsabilità delle relazioni concorrenziali. È necessario sottolineare questi due aspetti, altrimenti si rischia di non lasciare tutto come è, producendo, a mio avviso, risultati opposti a quelli desiderati.

Vorrei, adesso, affrontare il tema principale. Io non amo le discussioni sulla modellistica dei partiti, in quanto sono uno di quelli che si annoia e che non ritiene la disciplina “architettura e progettuologia dei partiti” una disciplina consigliabile alle giovani generazioni. Ritengo importantissimo il tema del Partito riformista, però amo partire da considerazioni critiche sul reale e vedere quali sono le forze effettive sulle quali smuovere i punti critici. Poi, ne viene fuori il partito: preferisco non prefigurarlo prima.

Da questo punto di vista, condivido totalmente una delle osservazioni poste da Michele Salvati, alla base della sua visione dei contenitori. Mi riferisco a quella per cui un partito a vocazione maggioritaria è essenziale, comunque, nella coalizione di centrosinistra, per la semplicissima ragione che la sommatoria delle posizioni di tanti piccoli partiti esprime una falsa vocazione maggioritaria, in quanto mette insieme una pluralità di angolature, ciascuna delle quali tende ad essere responsabile solo della propria "fettina", scaricando sugli altri – come lui osserva giustamente – tutto ciò che non corrisponde alle esigenze specifiche di quella "fettina". Il risultato è che, tendenzialmente, un tipo di coalizione – che costruisce la maggioranza non attraverso la presenza di una forte vocazione, cultura, politica, progettualità maggioritaria, ma attraverso una sommatoria – ha una finalità prevalentemente elettorale, che la mette a dura prova davanti alle ragioni sia del Governo, sia delle opposizioni.

Alla luce di ciò, dobbiamo ammettere che la coalizione di centrosinistra ha funzionato fin troppo bene nelle condizioni nelle quali si è trovata. Condizioni che sono largamente descritte, in modo critico, da Michele Salvati. Essa, infatti, è riuscita, in questi anni, ad avere un idem sentire su diversi problemi e a realizzare una molteplicità di soluzioni che in quel contesto erano e sono particolarmente difficili. Non c'è dubbio, però, che questo sia stato fatto in un clima di grande difficoltà, perché è difficile avere una vocazione complessiva maggioritaria in presenza di una così elevata frammentazione. Noi lo vediamo quasi quotidianamente, e più si avvicinano le elezioni più lo si nota.

Qual è la visione maggioritaria dei mutuatari? Basta porsi questa domanda, per capire che ci sono visioni minoritarie dei mutuatari che si fanno valere, pretendendo identità e visibilità. Questo è solo un parzialissimo esempio. Si tratta di una condizione da superare, già di per sé. Questo è un tema di meccanica e dinamica politica, non entra ancora nel merito delle questioni che riguardano la sinistra. Se, poi, da questo si passa a qualcosa che è più specifico alla sinistra, ha fatto bene Michele Salvati, secondo me – ciò è emerso in tutto quello che si è sentito –, a dire che nel momento in cui si propone di attivare questa forza a vocazione maggioritaria, non si intende mettere tutti insieme. Lui ha già ripercorso la storia dell'Ulivo, ed io non ho intenzione di ripeterla.

Prendiamo atto che vi sono delle identità politiche diverse in questa coalizione, che in questa fase pretendono di esistere, di essere riconosciute comunque. Poniamoci il problema di un partito socialdemocratico europeo, quindi ispirato al riformismo socialdemocratico europeo, a vocazione maggioritaria.

Io condivido totalmente questa proposizione, in cui la vocazione maggioritaria rifiuta il ruolo di partito specializzato nel coprire una parte delle esigenze dell'insieme. Nel momento in cui altri chiede e pretende, perciò ha titolo ad avere il riconoscimento della propria identità, non c'è nessuna ragione per cui io, nel definire la mia identità, la debba definire come identità parziale. Non mi pongo neppure il problema della concorrenza, ma quello di rappresentare l'insieme degli interessi che, oggi, hanno titolo ad essere da me rappresentati e l'insieme di quelli che io devo comunque considerare se voglio essere forza a rilevanza nazionale ed europea, non forza parziale. Questo è semplicemente giusto perché attiene alla legittimità del proprio io, esattamente come altri pretendono di avere una legittimità per se stessi. È bene, quindi, che non ci siano equivoci e che questo tipo di legittimazione all'insieme sia insito nell'idea stessa di vocazione maggioritaria: l'esigenza della vocazione maggioritaria è un’esigenza che è insieme di una politica riformista e di sistema. Ciò è necessario affinché il sistema politico funzioni.

Qual è il cemento di questa forza? Che cos’è che la tiene insieme? Che cos'è che fa da motore comune di tutto ciò che deve esserci e deve essere rappresentato in una forza riformista europea di oggi? Qualcuno propone, poi, di partire da questa domanda: a cosa serve? Se dovessimo rispondere che serve soltanto alla nostra personale sopravvivenza politica, potremmo anche farlo, ma sarebbe bene che fossimo consapevoli che serve solo a questo. Allora non dovremmo avere molte altre pretese.

Io che sono sempre stato, per natura e per vocazione, un riformista non escatologico, mi riconosco totalmente in quello che lei dice, rispetto al compito di massima che questa forza deve assolvere. Ho anche annotato le sue parole. Il problema è sempre quello di riuscire a creare – qualcuno dice una società decente – un accettabile compromesso fra le esigenze di distruzione creatrice dei mercati del progresso tecnico, della valorizzazione dei capitali e le esigenze di stabilità, sicurezza, eguali opportunità.

Questo, in realtà, è sempre stato il tema, ed è inutile che litighiamo in merito alla differenza nell'affrontarlo tra noi e i bisnonni socialisti del primo 900, perché essi si assunsero esattamente il compito di rendere, chi dice civile, chi dice decente, chi dice giusta, la società così come si stava allora conformando.

La questione è come, nelle condizioni attuali, è possibile realizzare questo obiettivo. L'obiettivo ha in sé – riprendo il senso dell'aggettivo decente – una sorta di understatement. Esiste – come direbbe un’economista – una task dependence dalle grandi ideologie del passato. Infatti nel passato, quando quel compito si profilò la prima volta, si pensò che si dovesse rovesciare il mondo per realizzarlo. Si pensò di togliere i mezzi di produzione da mani private, mettendoli in mano pubblica; di dare prima allo Stato tutti i poteri di riplasmare la società finché essa, riplasmata attraverso le mani dello Stato, rigerminasse autonomie individuali che nello Stato potessero rendersi inutili.

Oggi, c'è una certa paura, da parte di chi ha questa storia alle spalle, a dare al compito una grandezza che possa evocare le escatologie del passato, suscitare tentazioni faustiane, indurre taluno a dire "ora io deciderò per tutti voi e per il vostro bene". Perciò, in nome di questa paura, si tende a dire che il nostro compito non è altro che aggiustare le cose. Ebbene, io dico – immune da quel passato – che vederlo come un compito di correzioni marginali non è sufficientemente motivante.

Ci sono stati anni nei quali, una volta messa in moto la macchina fordista e avendola vista camminare su robuste ruote, con una robusta cornice di istituzioni sociali, si poté pensare – non escludo di averlo pensato io stesso nel passaggio tra gli anni '70 e '80 – che l'azione riformista, a quel punto, era aggiustare una valvola, bullonare una vite, sostituire un prezzo rotto con uno buono. In questo modo tutto avrebbe ripreso a funzionare. Il ragionamento era il seguente: ormai la pecora è cresciuta, stiamo attenti a non farle male nella annuale tosatura e la cosa funzionerà da qui all'eternità, in quanto c'è l'erba e c'è la pecora.

Poi però la pecora è diventata mucca, per di più pazza. Lo dico in termini puramente allegorici, ma sono intervenuti una serie di fatti che hanno sconvolto quel modello, che hanno sconvolto sicurezze, che ci hanno privato di quelle certezze.

Quindi, rendere decente – uso lo stesso aggettivo – queste nostre società, è un grande compito che richiede un forte senso di identità e di missione, che ha poi bisogno del bricolage. Bricolage che dev'essere poggiato, radicato su qualcosa di forte. Parliamoci chiaro – io parlo con lui da circa quarant'anni, in questi termini, e in genere siamo sempre d'accordo –, quando lei dice (l'ultima volta lo ha fatto a Gibbens, con il pezzo che precede questo) che è giusto, quando si parla di "terza via", mettere in evidenza le opportunità, in quanto la "terza via" deve essere offerta, costruzione delle premesse di opportunità le più larghe possibili. Ma lei stesso dice che ci vede un po’ troppo entusiasti nel prospettarla a voi, amici britannici.

Anch'io voglio condividere questo entusiasmo, ma sento qualcosa nello stomaco che mi fa un po’ paura. Non voglio dare a Bertinotti più di quanto non meriti – in questo lei ha perfettamente ragione –, ma in chi segnala i rischi della situazione presente non c'è soltanto un ideologico rifiuto della società contemporanea.

Quale conferenziere del Rotary non ama dire – la formula poi è la più standardizzata che esista nel mercato delle parole –: "questo è un momento di grandi rischi, ma anche di elevate opportunità". Nulla è più stereotipo di questo – ahimè è inesorabilmente vero, in genere, come capita a molti stilemi lessicali così collaudati –, ma i rischi ci sono davvero. Noi abbiamo davanti una situazione nella quale fare in modo che rimangano stabilità, coesione, sicurezza, significa prospettarsi un compito che è neutralizzazione di tendenze opposte molto forti.

In poche parole la società fordista era una società che, a un certo livello della sua maturazione, aveva una dinamica naturalmente virtuosa, con tutta la distruzione creatrice: il sistema ammortizzava i rischi. Le tendenze naturali della società del nostro tempo, invece, non sono naturalmente virtuose – questo è ciò che mi sento nello stomaco – e tendono alla divisione.

Il digital divide, cioè la divisione tecnologica, attraversa ormai le nostre società, attraversa il mondo, ha tendenze naturali, si allarga. I grandi cambiamenti che stanno intervenendo generano piuttosto insicurezza che speranza.

Che bello avere il lavoro mobile anziché quello fisso: provate ad andare in giro a dire ciò! Non è però così: andiamo verso un mondo di lavoro sempre più flessibile e sempre più mobile, ma questo non genera speranza, genera insicurezza, angoscia sul proprio futuro, sulle prospettive di avere una famiglia, di pagare i mutui e così via.

Andiamo verso una società multietnica, sarà una vita meno noiosa, conviveremo coi diversi e impareremo un sacco di cose. La realtà però non è vissuta così. Ora riemerge quella cultura atavica, secolare che porta ad avere paura dei diversi. Cultura che questi due secoli di borghesia, che si era costruito un mondo industrializzato ed europeo tutto per sé, aveva messo tra parentesi.

È sempre stato così! Poi ci siamo chiusi nella nostra isola. Pasolini aveva avvertito, noi italiani, 30 anni fa: lo aveva proprio detto, ma nessuno lo prendeva sul serio. Ora esiste questa paura, c'è un senso di insicurezza; le grandi innovazioni hanno portato segni di straordinaria capacità della scienza di fornirci progressi inauditi: se ascoltiamo il racconto delle operazione subita da Domenico Siniscalco, non possiamo fare a meno di pensare che siamo esseri fortunati perché viviamo in questa fase della storia umana, con tecnologie straordinarie per liberarci dalle malattie, per salvarci dal male e per allungarci la vita, sai pure con i pannoloni – come dice Gustavo Ghidini – ma anche questo problema si risolverà!

Allo stesso tempo sussistono dei cambiamenti che fanno paura: la “mucca pazza” fa paura; al di là del razionale – indiscutibilmente – fa paura. Una delle challenges del nostro tempo è rappresentata proprio dai cambiamenti introdotti dalla scienza e dalle conseguenti alterazioni nell'ambiente naturale. Noi siamo preoccupati per questo. Allo stesso tempo si ha la sensazione, davanti al susseguirsi di molti processi, che la politica sia impotente, che non sia in grado di governarli, che non esiste una risposta politica dinanzi a queste nostre paure; la conseguente insicurezza e tendenza a rinchiudersi in sé, porta, molto spesso, ad allontanarsi dalla politica. Il ragionamento è il seguente: se non vedo nella politica le risposte, io capisco che sono affidato a me stesso e devo fare da solo; per questo mi ritiro, mi chiudo, divento sempre più indifferente agli altri – se non ostile – pensando che devo salvare me stesso, arrangiarmi in questa società. E se alcuni avvenimenti esterni contrastano con il mondo in cui mi sono chiuso, io mi arrabbio anche. Noi dobbiamo fronteggiare questa crescente tendenza al chiudersi in se stessi, accompagnata, in più casi, da ribellismo. Le destre e il centrodestra si avvalgono fortemente della propensione, ormai pregnante, alla protesta di ceti, una volta, moderati. Cavalcare questi moti è pericolosissimo: significa seminare vento che porterà a raccogliere tempesta. Ma questo ora che non mi interessa: è un fenomeno che si sta sviluppando. In questa propensione ad allontanarsi, si mettono in discussione le radici stesse dei sistemi democratici, come dimostra l'aumento del “popolo” di Seattle e di Porto Alegre.

In un articolo pubblicato ieri sull'Herald Tribune si affermava che poiché ormai Davos è il posto dei ricchi, è meglio essere a Porto Alegre. Questo pensiero non era espresso da un giovanotto del Centro sociale Intifada, ma dall’autorevole Herald Tribune. Io ho sempre pensato che questo avesse un senso e non a caso ho voluto che questo tema fosse affrontato nell’ambito del prossimo G8. Ci riuniremo, si riuniranno davanti a mille contestazioni ed affronteranno sicuramente questo tema. Questa potrebbe essere oggi la mia vendetta sul cavaliere Berlusconi, ma io non la considero tale, perché io prendo molto sul serio i principi democratici. Ora siamo arrivati al punto di dire: io non eletto, rappresento molto più di chi è eletto. Perché tutto ciò? Perché il cittadino, rappresentante dell'ordinary people, ha la percezione di non godere dell’attenzione del politico che, in quanto eletto, si occupa di argomenti che riflettono gli interessi dei potenti e non del cittadino, ingenerando sfiducia. E’ questo uno dei collanti del movimento antistituzioni che fa capo a molte associazioni: essi pretendono una rappresentatività maggiore rispetto a quella che possiedono gli eletti.

Pensate a tutti questi fenomeni, pensate al fatto che nelle società contemporanee è troppo poco affermare di poter governare solo con il consenso. E’ una formula che usiamo da decenni: noi governiamo attraverso istituzioni fortemente decentrate e pluraliste. Non c'è più nessun processo che sia governabile, esclusivamente, dal centro: si governa in modo devoluto e responsabilizzando le persone. La privatizzazione è anche questo: è crescente il numero delle decisioni che passano verso la larga platea delle istituzioni decentrate, e addirittura ai singoli, in chiave di responsabilità individuale. Tutto questo deve avere un senso comune. Oggi, eliminando la decisione pubblica, non è più possibile contare su strutture gerarchiche nella società che facciano da trasmettitori di indirizzi, di principi, di regole. Strutture gerarchiche non ne esistono più nelle società del nostro tempo: non è più tale la famiglia; a quanto si legge nella corrispondenza e-mail ricevuta da Mario Pirani non esiste più nemmeno nella scuola. Forse è eccessivo generalizzare, ma non esiste nel sistema sanitario. Ho letto sulla “La Stampa”: Medici e Sindaci, aiutatemi a risparmiare. Le parole sono del Presidente della Regione Piemonte, perché il sistema sanitario funzionerà solo se i medici vorranno farlo funzionare. E’ un sistema, per di più, di responsabilità diffusa e di auto responsabilità, solo su cui possiamo contare: chi ha sogni escatologici, li può riporre nel cassetto, perché quel tempo non esiste più. Ma allora, in un contesto di questo genere, le singole riforme, o riescono ad essere partecipi di un forte senso di missione, che abbia una grande forza identitaria, oppure rischiamo che la sfida sia più alta della nostra capacità di fronteggiarla.

Quelle tendenze naturali verso la divisione, verso l'allargamento del solco, verso l’imporsi dell'angoscia sulla speranza, verso la prevalenza del “ciascuno pensi a se stesso per salvare se stesso” possono prevalere rispetto alla corresponsabilità ed alla coesione con gli altri. Il messaggio è fortissimo e non implica politiche fortissime, perché le politiche devono essere supple e consapevoli del contesto del quale ora parlavo e, quindi, immettere interazioni positive, non imporre dall'alto moduli unilaterali precostituiti e cogenti. Ma si può fare? Un sistema che funziona a interazioni, che conta su responsabilità diffuse e autoresponsabilità ha bisogno di un tessuto comune, altrimenti l'interazione non si verifica ed i linguaggi non si capiscono. Questo riporta in auge un antico mestiere della sinistra, che il Partito Comunista seppe svolgere più del mio: far sentire tutti partecipi di un lavoro che accomuna, di una società migliore che possiamo insieme costruire, di un senso etico-civile del nostro appartenere a qualcosa che merita. Non è facile recuperare questo, non è assolutamente facile. Un uomo laico, e certo liberale all'origine come Giorgio Amendola, ritenne che fosse necessaria addirittura l'Unione Sovietica per poter rendere il sistema coinvolgente e accettato, ma questo accadeva 40 anni fa.

Oggi dev'essere possibile diversamente, attraverso alcune chiavi forti. Nella nostra cultura è ancora forte l'attenzione agli altri, la sensibilità verso gli altri: gli italiani fuggono verso l'individualismo, ma in realtà hanno una cultura fondamentalmente solidale. Gli italiani credono all'Europa; e questa avventura europea è un'altra grandissima carta. Buona parte dei problemi possono essere affrontati solo a livello europeo. Voglio presentare solo un esempio. Io non credo sia stata una causalità che ad imporre – imporre non è preciso, perché da noi non si impone niente – ma a convincere gli altri Stati che per difendere la sicurezza dei cittadini europei è necessario costruire una polizia multinazionale per le frontiere dell'Unione sia stato il Primo Ministro italiano. Questo è chiarissimo. La sicurezza, che è ormai un'esigenza primordiale di tutti (destra o sinistra), non la possiamo garantire solo a livello nazionale, ma le dobbiamo fornire una dimensione europea. Per questo io continuo ad essere convinto – e mi ha fatto piacere che lo ricordasse anche Claudio Petruccioli – che la dimensione Italiani-Europei sollecita un tratto identitario positivo degli italiani e permette di svolgervi una serie di conseguenze che sono di riforma, di progettualità, di lavoro comune.

Si dovrebbe definire di quali riforme si tratta. Su questo argomento molto è stato detto: quali riforme riescono ad essere, a questo punto, coinvolgenti? Ce ne sono molteplici e sono riforme tipiche della “terza via”, tenendo conto che non dobbiamo frustrare coloro che dobbiamo portare nel futuro.

Per questo motivo io amo dire che la flessibilità va bene, ma va bene perché consentirà ai lavoratori di licenziare i datori di lavoro, non perché consenta – oggi – ai datori di lavoro di licenziare i lavoratori. Questo, in realtà, corrisponde all'interesse generale, all'idea che siamo tutti formati, che abbiamo tutti capacità contrattuali, che il momento di sciogliere il nostro rapporto non può essere “tu cacci nell'angoscia me”, ma il momento in cui si determinano altre opportunità di mercato. Se il mondo del lavoro deve essere un mercato, allora così sia: ma deve esserci concorrenzialietà delle parti e non prevalenza l’uno sull’altro. Questa è un'idealità, se volete, ma un'idealità forte, che implica molti aspetti: coraggio della politica nell’attuare giuste rinunce, non solo sulle autorità indipendenti, ma anche su decisioni gestionali del sistema sanitario. Io insisto su questo punto. Esse non sono aziende solo perché noi le abbiamo chiamate così, ma lo sono se hanno una proprietà sufficientemente bilanciata da non far dipendere le scelte manageriali dal consenso politico. Noi poi condanniamo il sistema sanitario pubblico se si avvita in una incapacità di ponderare, in modo equilibrato, le ragioni sanitarie e le ragioni dei limiti delle risorse, quando tante altre cose si possono fare. L'ultima cosa che voglio dire – e scusatemi se mi sono trattenuto più del necessario –: mettiamoci su questa strada, cerchiamo di costruire questa grande forza etico-civile, per portare tutta l'Italia – e questa è veramente una missione nazionale – verso l’innesto in un potenziale europeo; riscopriamo, grazie a questo, anche la forza modernizzatrice di cose che non riusciamo a capire. Il Nord est punta, fortemente, alla modernizzazione, ma è vincolato, dall'arretratezza culturale, a far esplodere al meglio questo potenziale modernizzatore.

Cerchiamo di capire anche questo fenomeno, cerchiamo di capire quanto l'asfissia dello sviluppo del nord Italia sia legato anche al fatto di non aver sufficientemente risolto i problemi del Mezzogiorno. Cerchiamo di dare respiro ai nostri messaggi, di identificare le risposte progettuali: se ci comportiamo così, altri verranno con noi, perché si vuol sentir parlare di questo, e su questo possiamo allargare. A quel punto quello che oggi ci appare come il concepimento da parte di una coppia che ricorre alla fecondazione artificiale si risolverà da solo, considerando il dramma che non basta mettere insieme socialisti e comunisti (intendo ovviamente gli ex). Ora non sappiamo chi cercare per allargare il partito riformista; cerchiamo allora qualcuno che sia rappresentante della società civile per poter dire di aver realizzato questo allargamento: questo è il sogno impotente di una fecondazione artificiale, che non può produrre niente. Sono convinto anch'io che un tratto impossibile del partito riformista sia quello di risultare, alla fin fine, governato da chiunque abbia un solido curriculum ex PCI. Io so che questo è un problema, ma MedioBanca non ha perso la propria posizione dominante perché ha deciso così, ma perché si è allargato il mercato e altri hanno portato via un po' di spazio. E’ quindi necessario, in questo caso, che altri entrino in questo mercato: a quel punto accadrà che il gruppo dirigente non sarà più – rigorosamente – ex comunista, salvo poche e ben illuminate aggiunzioni.

Per questo, dicevo all'inizio, il problema non è di architettura e progettologia partitica, ma è di architettura e progettologia di una cultura politica, di un grande messaggio, di uno sforzo di ricostruzione di ragioni di identità italiana ed europea, di una grande missione che sia simile a quelle cercate nel passato, che sia, per questa ragione, coinvolgente e che tiri fuori dai rischi dell'individualismo, dell'angoscia, della perdita della speranza, della chiusura in se stessa, migliaia di persone che in questo rischio stanno oggi cadendo. A quel punto troveremo anche i dirigenti del futuro partito.






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