la Repubblica

"I Quattro cavalieri dell'Europa per costruire la nuova Unione"

Amato: lo scontro tra Parigi e Berlino rischia di rallentarci.
Intervista al presidente del Consiglio che pensa a un comitato di saggi per avvicinare la Comunità ai suoi popoli.

di ANTONIO POLITO
9 aprile 2001




ROMA -- Giuliano Amato spiega per la prima volta il lavoro che gli piacerebbe fare nei prossimi due-tre anni. Con una premessa: «Sia chiaro, io lo farei molto volentieri, ma la cosa più importante è che si faccia, anche senza di me. Tanto di cose così io me ne occuperei comunque nella vita, magari dalla mia cattedra di Fiesole nell'ipotesi peggiore, cioè anche se non avessi più dopo le elezioni nessuna posizione formale».

Per dare al progetto un nome in codice, lo chiameremo "I Quattro Cavalieri dell'Europa". «Non meno di quattro, non più di otto. Un gruppo informale composto da personalità di statura politica europea, gente come Jacques Delors, tanto per intenderci, o come l'ex premier belga JeanLuc Dehaene. L'idea è venuta a me e a Schroeder, quasi all'unisono, non saprei nemmeno dire a chi prima. Le cose sono andate così: eravamo a cena a Berlino, una piovosa sera di febbraio, e io stavo spiegando il mio progetto. L'avevo illustrato qualche giorno prima a Chirac, e mi pareva di averlo convinto dell'utilità. Mentre lo raccontavo, Steiner, il consigliere politico del cancelliere, mi ha interrotto dicendo: ma è esattamente quello a cui pensiamo noi. Più di recente, qualche settimana fa a Stoccolma, ne ho informato anche Blair, che mi è parso molto interessato alle finalità di questa operazione».

Per spiegare di che cosa si tratta, suggerisco ad Amato un parallelo storico con l'America del 1787, quando uomini come Madison e Hamilton si impegnarono in un grande dibattito democratico per convincere le tredici excolonie che valeva la pena di legarsi in un'Unione più stretta, approvando la Costituzione degli Stati Uniti. La vibrante discussione che ne venne fuori, sui giornali, nelle chiese, nelle assemblee, nei pamphlet, prese forma nei Federalist Papers, un nome entrato nella storia del pensiero politico democratico. È a un'operazione analoga che pensa Amato.

È questa la sua proposta per l'Europa?
«Sì. Ci serve qualcuno che raccolga i timori e le preoccupazioni delle opinioni pubbliche, dialoghi con loro, le convinca, qualcuno che abbia anche una "vis persuasiva", e che poi offra il risultato di questa discussione, un disegno comune, agli organi europei perché siano loro a decidere. Non penso al metodo con cui si è scritta la Carta dei Diritti. Non credo cioè che questo gruppo debba avere il compito redigente di un testo. Per questo, quando in Italia si è detto che l'obiettivo era di scrivere la Costituzione, io mi sono ribellato: così si ammazza il progetto prima ancora che nasca. Se questa fosse l'idea, del resto, sarei io il primo a essere contrario. Qui c'è invece un forte bisogno di democratizzazione. Si tratta di organizzare il dibattito dal basso e di orientarlo verso l'Europa, affrontando le diffidenze e i timori, senza nascondersi la verità».

E la verità, per Amato, mi sembra di capire che è alquanto preoccupante.
«Nei prossimi anni andiamo incontro a forti tensioni. Oggi l'Europa è un pentolone in cui bollono grandi aspirazioni e grandi diffidenze. Il vecchio e tradizionale asse francotedesco non è più quello di una volta, non è più lì che si stanno costruendo i passi successivi dell'architettura europea. I due paesi hanno anzi visioni che si vanno distanziando. Rischiamo di andare verso il futuro dell'Europa con posizioni sempre più divaricate: da una parte la Commissione e il Parlamento, che incarnano l'aspirazione verso una maggiore integrazione, dall'altra il Consiglio che tende ad essere assai più intergovernativo, dove sempre più spesso sento l'espressione "let us stop here", fermiamoci qua, pronunciata in inglese, ma anche in francese. Il fatto è che i governi devono tener conto di opinioni pubbliche nazionali che non amano l'Europa. Ora io, personalmente e come italiano, sono per una maggiore integrazione e guardo con grande simpatia alla prospettiva disegnata dalla Commissione di Prodi. Ma non posso non sentire la necessità che la spinta illuministica ed elitaria, a differenza del passato, sia oggi confermata dal consenso e dal voto dai cittadini dell'Europa, che vanno conquistati. Sbagliano quei miei colleghi premier che dicono "fermiamoci", perché i timori dei loro popoli possono trovare risposte migliori a livello europeo che a livello nazionale. Ma sarebbe anche sbagliato correre avanti senza voltarsi mai a controllare se qualcuno ci sta seguendo».

Come proverebbe, lei, a convincere gli europei?
«Tentando di restaurare l'equazione "più Europa più benessere". Quarant'anni fa era evidente che fosse così. Per questo i padri fondatori poterono decidere in sedi elitarie, perché sapevano che un consenso, ancorchè implicito, c'era. Non è più così: quell'equazione è venuta meno. Un tempo il bestseller si chiamava "I costi della nonEuropa". Oggi rischia di chiamarsi "I costi dell'Europa". Abituarsi al mercato significa perdere quelle coperture stataliste che hanno permesso, seppure nel breve periodo, di appagare delle aspettative. Prenda le liberalizzazioni: in una prima fase generano perdita di posti di lavoro, e se i benefici non arrivano rapidamente la gente se la prende con l'Europa».

Oppure non si capisce perché mai l'Europa c'impedisca un calmiere alle tariffe delle assicurzioniauto.
«Esatto. L'allargamento sta portando Schroeder a chiedere di mettere il freno per sette anni alla mobilità intraeuropea dei nuovi entrati. Gli agricoltori francesi fanno l'equazione "ingresso della Polonia, meno sussidi". Così, siamo al punto che pur essendoci impegnati ad avviare l'allargamento a partire dal gennaio del 2003 sappiamo di non poter affrontare la cruciale revisione della politica agricola comunitaria prima dell'estate del 2002. E sa perché? Perché nel frattempo ci saranno le elezioni francesi e i dirigenti di Parigi hanno il timore, che io non ho ragione di ritenere infondato, che una riforma alimenterebbe il sentimento antieuropeo in Francia. Ecco perché i Quattro Cavalieri devono convincere le opinioni pubbliche. La gente chiede cose, e istintivamente le chiede in forma protezionista: manteniamo il nostro Welfare, il nostro mercato del lavoro, le tariffe sotto controllo, magari facciamo come i francesi e togliamo le date alle liberalizzazioni. Ma questo non porta da nessuna parte. Perché la dinamica dell'integrazione è ormai irreversibile. Basta considerare il fenomeno migratorio: ma chi può ragionevolmente pensare che una regolazione efficace dei flussi la possano fare i singoli paesi membri?».

Questo dibattito è stato deciso a Nizza. Punto di arrivo, il 2004. È quella la data in cui si deciderà che faccia avrà la nuova Europa?
«Sì. E l'abbiamo scritto noi italiani quel documento. Anche per questo sono convinto che a Nizza ho fatto bene a non porre il veto sul Trattato. L'ho detto di recente al mio amico Mario Monti: non sono d'accordo con lui su questo punto. Se falliva Nizza, falliva l'allargamento. E un fallimento sul più grande progetto politico dell'Europa avrebbe creato instabilità intorno a noi, e una grande glaciazione dentro di noi. Il vero problema è superare la stagione delle diffidenze: la durezza dell'autodifesa delle patrie è espressione di diffidenze reali dei popoli, che frenano i governi».

Alla fine di questo processo, avremo una Costituzione europea?
«Avremo una Carta Fondamentale, con la nuova architettura istituzionale. Vedremo se chiamarla Costituzione».

E un'Europa federale?
«Forse non ci sarà un aggettivo per descriverla. Gli Stati Uniti, per esempio, non si definiscono federali».

Se il centrodestra in Italia vince le elezioni, Roma diventerà euroscettica?
«Non lo so. In passato il centrodestra si era posizionato su atteggiamenti più "inglesi", meno interessati all'integrazione politica. Stavolta è da vedere».

E gli altri partner? Cambierebbero il loro giudizio nei confronti dell'Italia?
«Dipende. In Europa c'è certamente un atteggiamento di diffidenza verso il leghismo, però tutta la vicenda austriaca ci ha portato a capire che bisogna giudicare l'azione dei governi. Quello di Vienna, per esempio, ha saputo nei mesi riconquistarsi la fiducia dei partner perché ha preso le distanze dalle posizioni di Haider».

Il patto di stabilità è davvero a rischio con i piani fiscali di Berlusconi?
«Ancora dipende. Quali piani? La cauta posizione che Tremonti esprime al Financial Times o la campagna elettorale domestica metabolizzata dagli elettori?».

Magari Bush potrebbe finire per dare una mano a unire l'Europa, come ha fatto stracciando i trattati di KYoto. La preoccupa la nuova amministrazione americana?
«Ci sono cose che mi lasciano perplesso: noto una certa propensione a concepire l'intervento americano negli affari internazionali in funzione dell'interesse degli Stati Uniti. Questo non è all'altezza del ruolo del Superpotere, che ha oggettivamente una responsabilità globale, deve certo tener conto dei suoi interessi vitali ma non può limitarsi a perseguire quelli. Anche l'inglese Financial Times l'ha segnalato con quella vignetta dove si vedeva Bush con una pistola in una mano e una pompa ancora gocciolante di benzina nell'altra. Io penso che questa propensione debba avere e avrà una correzione. L'Europa può essere d'aiuto, perché anche a lei spetta un ruola globale».

Curiosamente, l'ultima preoccupazione da premier di Giuliano Amato sembra essere la preparazione di quel delicato G8 di Genova che sarà la prima uscita italiana di Bush. Se affianco a lui ci sarà Berlusconi, il sommarsi delle contestazioni interne ed internazionali può creare uno scenario da incubo.
«Lei crede? Allora dobbiamo sperare che il centro-sinistra vinca le elezioni e Bush cambi posizione sull'effetto-serra. Il primo obiettivo è nelle nostre possibilità, il secondo un po' meno. Ma ci daremo da fare per entrambi».




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