la Repubblica

Il vice-presidente della convenzione Ue: serve un centrosinistra coeso

Amato, no al Prodi-Cofferati
"Leader giovani per l'Ulivo"
"E la Cgil non può essere sola a difendere il Welfare"

Colloquio con Giuliano Amato

di Antonio Polito
16 luglio 2002



Roma – Il cardinale Amato -- come lo ha definito al convegno di Camaldoli il presidente del Parlamento europeo Pat Cox -- mi mette nelle mani un pacco alto così di fotocopie. «Ecco, queste sono le relazioni del seminario, mi dica se trova un solo accenno a Cofferati o al ticket con Prodi». In effetti è una sfilza di titoli sul ruolo del monachesimo in Europa o sul valore fondante del testo biblico. Il tema -- giura Amato -- non è stato né «benedetto» né maledetto; nemmeno sfiorato, se non sotto la tortura delle domande dei cronisti in attesa nel cortile. E, a giudicare da quello che aggiunge, il tema non gli piace nemmeno. Intendiamoci, lui non fa nomi, del ticket non parla; ma si lancia in un ragionamento che ne contesta la ragione e l´ispirazione politica.

«Mi preoccupa molto la prospettiva che si possa creare un centro-sinistra senza vera omogeneità, basato sulla cosiddetta divisione dei lavori, come una mera somma di rappresentanze, con una sinistra che tiene a bada i potenziali estremisti e gli mette la mordacchia, e un centro moderato e responsabile per definizione che a quel punto dovrebbe inevitabilmente esprimere la leadership della coalizione».

E che cosa la convince, invece?
«La sinistra deve essere riformista perché deve essere capace di parlare all´intero paese, di disegnare missioni per il futuro che riguardino tutti gli italiani. Tenendo le radici ben salde dove le ha, ma essendo capace di portare i suoi rami dove conviene alla collettività nazionale nel suo insieme».

E il centro?
«Il centro si giustifica in Italia per la specificità della cultura cattolica e del suo riformismo. Quella cultura, appunto, che si ritrova a Camaldoli intorno a Prodi».

Con cui a lei piace molto dialogare...
«Sì, perché anche un socialista laico come me vi trova molte cose in cui si riconosce. Io vengo da una storia politica che si è concentrata sui diritti degli altri, è dunque per me di importanza capitale lo spirito evangelico di chi mette al centro il prossimo. Questo ha ovviamente conseguenze sulla scelta della leadership della coalizione. Perché è legittimo discutere se essa spetti o meno a chi ha questo afflato religioso. Vorrei però che la decisione non avesse niente a che vedere con un presunto monopolio da parte del centro delle virtù della moderazione e del senso di responsabilità. Non se l´Ulivo è davvero coeso, non se la sinistra è come la immagino io».

Così la questione della leadership diventerebbe una pura scelta degli uomini giusti?
«O delle donne giuste. Arriverà pure il giorno in cui l´Italia avrà un primo ministro donna».

Intanto c´è Cofferati. Di lui lei ha detto: ha molte ragioni espresse in modo sbagliato. Perché? Cominci dalle ragioni.
«Non solo Cofferati, ma molti nella famiglia socialista europea sono in allarme per gli effetti sociali che provoca la concorrenza in un mondo globalizzato. Che si fa del modello sociale europeo, di cui siamo così orgogliosi che vorremmo addirittura esportarlo? Si fissa un limite, un "social floor", sotto il quale la protezione del lavoro non può scendere? Me lo dicono i socialisti belgi, che vogliono porre un freno alla concorrenza nel settore dei servizi sociali, e lo vorrebbero scritto nella Costituzione europea. Me lo dicono i socialdemocratici tedeschi quando difendono la loro industria. Me lo dicono persino i laburisti di Blair che non vogliono l´irruzione del privato nel loro glorioso servizio sanitario nazionale, pubblico e orientato agli interessi del malato».

Sta dicendo che Cofferati solleva in Italia un problema reale e di portata europea?
«Il problema reale è: da che punto in poi i diritti diventano rigidità? Alle volte si ha l´impressione che nel mondo della flessibilità ogni diritto sia al limite una rigidità. Al limite, anche il diritto dei bambini a non essere sfruttati è una rigidità, perché il loro lavoro costerebbe meno. Tant´è che nella giungla globale dell´ "outsourcing", e non solo nei paesi emergenti, il vulnus del lavoro non protetto si è infilato persino nei nostri prodotti europei, nel cuore cioè di modelli di protezione sociale costruiti in due secoli di riformismo. Piuttosto, io vedo con rammarico che in Italia questa questione è lasciata al solo dibattito sindacale».

Vuol dire che i Ds non se ne fanno carico abbastanza?
«Voglio dire che certe volte danno l´impressione di un eccesso di zelo riformista. Invece lo zelo riformista non sta nell´accantonare il problema, ma nell´imporlo all´attenzione della comunità nazionale, rendendo cioè partecipe di questa preoccupazione la maggioranza degli italiani».

E´ qui, se capisco bene, che Cofferati sbaglia nel metodo?
«Sì. E´ qui il vero limite dell´azione fin qui svolta dalla Cgil. Più che coinvolgere altri ha cercato di apparire come l´esclusiva portatrice del problema».

Solo un difetto di metodo della lotta?
«Le pare niente? Il metodo è di assoluta importanza. Cofferati ha condotto una battaglia, testimoniata dalla manifestazione di marzo e poi dallo sciopero generale, che ha ricondotto a unità frammenti di opposizione dura ed estrema, i quali prima sembravano andare per la loro strada. Ma se questo è l´ambito sociale in cui il tema viene radicato, si rischia che diventi una clava agitata contro il resto della comunità nazionale».

Va bene, ma sul merito? Sull´articolo 18?
«Il punto è che l´articolo 18 è solo un´allusione al problema più grande che indicavo prima, quello della protezione del lavoro, e di piccole proporzioni. Il dibattito, per essere efficace, va portato molto oltre. In una tavola di scelte chiare e innovative, che il diritto al reintegro nel posto di lavoro si possa spostare dalle aziende con meno di quindici dipendenti a quelle con meno di diciotto o di dodici non è francamente questione essenziale. Parliamo di un diritto di cui già oggi milioni di lavoratori non dispongono. L´inasprimento della Cgil sull´articolo 18 è stato certamente provocato dal modo in cui all´inizio l´ha presentato il governo, come se fosse un cuneo per aprire una falla nella protezione sociale. E le falle, si sa, possono diventare incontrollabili. Ma non dimentico che esistevano proposte del centro-sinistra nelle quali si lasciava al giudice la possibilità di decidere caso per caso se voleva applicare il reintegro o il risarcimento, nell´ipotesi di licenziamento senza giusta causa».

E ora, che deve fare il centro-sinistra di Cofferati?
«Che domanda. Cofferati fa parte del centro-sinistra, per la sua storia, per le sue idee, per quello che ha fatto alla direzione della Cgil. Ma le ripeto: non apprezzerei la prospettiva di una coalizione senza omogeneità, dove la sinistra fa la parte del termometro che misura la febbre sociale, o della pillola che la tiene sotto controllo. No, bisogna saper parlare all´intero paese».

Presidente Amato, non ho speranze di farle dire il nome del leader giusto per un tale centro-sinistra «omogeneo». Ma almeno ce ne dia un profilo.
«Io penso che debba maturare una leadership più giovane, una nuova generazione, perché abbiamo una forte difficoltà a sintonizzarci con i giovani. Ci pensavo l´altro giorno a Camaldoli. Sentivo parlare Prodi e Amato, e mi dicevo: ecco, questi sono due professori che sanno parlare ai giovani. Ma questo non significa che Prodi e Amato siano sintonizzati con quello che i giovani pensano. Perché ci vuole una maggiore vicinanza generazionale. Del resto nei prossimi anni, con l´invecchiamento della popolazione, la rappresentanza degli anziani non sarà certo un problema. Ne avremo a bizzeffe».






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